Disfare e ricostruire: è il compito del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, entrato ufficialmente in carica ieri, mercoledì 20 gennaio 2021.

Disfare le misure prese dal suo predecessore negazionista dei cambiamenti climatici, Donald Trump, ricostruire un’economia americana più “verde” e un mix energetico incentrato sulle fonti rinnovabili, lasciando alle spalle la politica pro-combustibili fossili dei repubblicani.

Biden ci riuscirà?

L’agenda del quarantaseiesimo presidente Usa per l’energia e il clima è molto fitta e prevede una serie di ordini esecutivi per ribaltare le decisioni di Trump: tra quelli firmati già ieri c’è il rientro nell’accordo di Parigi e il no al contestatissimo (dalle popolazioni indigene e dagli ambientalisti) oleodotto Keystone XL tra Usa e Canada.

Ricordiamo che il nuovo inquilino della Casa Bianca punta a investire più di 2.000 miliardi di dollari in un super-piano economico green, volto a de-carbonizzare la produzione di energia elettrica, i trasporti, i processi industriali, la climatizzazione degli edifici.

E Biden si è già circondato di un “dream team” climatico: parliamo di ministri e altre posizioni di spicco nell’ambito della sua amministrazione, che dovrebbero portare a un nuovo e più forte impegno Usa verso la riduzione delle emissioni inquinanti.

Tornare nell’accordo di Parigi è la punta dell’iceberg, una mossa di notevole impatto – anche per marcare immediatamente la distanza dall’eredità di Trump – che però nasconde diverse incognite e sfide da affrontare con la massima urgenza e determinazione, sia in casa sia a livello internazionale.

Nel suo discorso al Parlamento Ue in plenaria, Ursula von der Leyen, presidentessa della Commissione europea, ha dichiarato che l’Europa è pronta a ripartire insieme con gli Stati Uniti su molteplici fronti che richiedono una cooperazione globale: la pandemia, il cambiamento climatico, l’economia digitale.

La riammissione degli Stati Uniti negli accordi di Parigi, ha affermato Ursula von der Leyen, è il punto di partenza della rinnovata cooperazione Usa-Ue su energia e clima, per combattere la distruzione degli ecosistemi naturali e sviluppare le tecnologie che consentiranno alle rispettive economie di raggiungere la neutralità climatica.

Bruxelles parla di una nuova “green tech alliance”, un’alleanza sulle tecnologie verdi come l’eolico offshore, l’idrogeno, le batterie prodotte con criteri di sostenibilità ambientale, l’economia circolare.

Ma ci sono anche potenziali terreni di scontro.

Ricordiamo che al netto della pandemia, il clima figura tra i principali rischi geopolitici del 2021 secondo il rapporto annuale Top Risks di Eurasia Group, la società di consulenza fondata e presieduta dal politologo americano Ian Bremmer.

Secondo Bremmer, infatti, c’è il rischio di sovrastimare la nuova era di cooperazione globale sul clima, perché i piani verdi potrebbero essere meno coordinati ed efficaci di quanto si creda oggi, tanto da causare un aumento della competizione tra Stati.

D’altronde, definire delle politiche globali sul clima, come una carbon tax, è sempre stato difficile, tanto per usare un eufemismo.

Anche l’agenzia EurActiv, analizzando i contorni e i presupposti della nuova stagione della diplomazia climatica tra Europa e Stati Uniti, si domanda se prevarrà la cooperazione o la competizione. Probabilmente sarà un mix di entrambe.

Soprattutto in quei settori dove sarà più complesso stabilire le regole comuni del gioco, come le politiche di carbon pricing (far pagare la CO2 a chi inquina di più).

Un grande punto interrogativo è se gli Stati Uniti vorranno imporre una politica federale per tassare la CO2, ad esempio con un sistema per lo scambio di quote di emissioni (come l’ETS europeo: Emission Trading Scheme), oppure applicando nuovi e più severi standard sulle emissioni ai diversi settori industriali.

Poi c’è il problema di come garantire un terreno equo di competizione a livello commerciale.

L’Europa, nell’ambito del Green Deal, sta pensando di introdurre una tassa alla frontiera sulla CO2: la carbon border tax sarebbe una tassa calcolata sul contenuto di CO2 di determinati beni importati in Europa, quindi una sorta di dazio ambientale, che andrebbe a pesare su prodotti e materie prime provenienti da paesi dove sono in vigore standard antinquinamento più deboli in confronto a quelli europei.

In pratica, sarebbe un modo per tutelare le aziende europee (riducendo il rischio che delocalizzino la produzione), costrette a pagare un prezzo della CO2 più alto rispetto ai paesi concorrenti.

Si andrà verso una “carbon trade war”, una guerra commerciale del carbonio, che potrebbe coinvolgere altri Paesi, magari la Cina?

È presto per dirlo, anche perché attuare una tassa alla frontiera sulla CO2 è molto complesso e rischioso per la stessa Unione europea.