La tassa alla frontiera sulla CO2 continua a tenere banco, tra le possibili misure più importanti su cui realizzare il Green Deal europeo.

Anche il ministro italiano dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sentito dalla commissione Industria del Senato sulle linee guida del Piano nazionale di ripresa economica, si è espresso a favore della carbon tax alla frontiera in consultazione a livello Ue.

Sul tema è appena uscito un rapporto della tavola rotonda sui cambiamenti climatici e la transizione sostenibile (ERCST: Roundtable on Climate Change and Sustainable Transition), un’organizzazione no-profit basata a Bruxelles.

Il documento, pubblicato grazie al supporto dei governi di Francia e Germania e di diverse aziende – tra cui Enel – esplora le differenti possibilità di adottare un meccanismo di “border carbon adjustment”, vale a dire un meccanismo fiscale con cui colpire le emissioni di CO2 associate a determinati prodotti importati nell’Unione europea.

E questa tassa alla frontiera potrebbe diventare uno dei pilastri con cui finanziare il Recovery Fund, il super-piano di aiuti economici per uscire dai combustibili fossili e aumentare gli investimenti in energie rinnovabili.

Come sarebbe questa carbon border tax?

Parliamo di una tassa calcolata sul contenuto di CO2 dei beni importati in Europa, quindi una sorta di dazio ambientale, che andrebbe a pesare su prodotti e materie prime provenienti da paesi dove sono in vigore standard antinquinamento più deboli in confronto a quelli europei.

Sarebbe allora un meccanismo fiscale basato sul principio “chi inquina di più paga”.

C’è però un problema, rimarcato anche dal vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, durante un suo recente intervento a un webinar organizzato da BusinessEurope.

Per adottare una tassa alla frontiera sulla CO2, infatti, evidenzia il nuovo documento, “Border Carbon Adjustments in the EU”, è necessario ripensare alcuni ingranaggi del mercato ETS (Emissions Trading Scheme), il mercato europeo delle quote di CO2.

L’ETS, ricordiamo in breve, prevede che le industrie più inquinanti ricevano ogni anno un certo numero di free CO2 allowances, quote gratuite di CO2 che permettono loro di proseguire le attività, senza dover pagare per l’inquinamento che stanno producendo.

Lo scopo di tale misura è prevenire il cosiddetto carbon leakage: l’eventuale delocalizzazione di quelle industrie in paesi extraeuropei con minori restrizioni ambientali.

Però non sarebbe possibile utilizzare, allo stesso tempo, il mercato ETS, come esiste oggi, e una nuova tassa alla frontiera sulla CO2: ci sarebbe il rischio, infatti, di assicurare un doppio vantaggio alle industrie europee rispetto ai concorrenti stranieri, sotto forma di quote di CO2 gratuite (con l’ETS) e sotto forma di tassa sulle importazioni (con la carbon border tax).

Un’opzione sul tavolo è di estendere il mercato ETS alle importazioni di determinati beni, anziché varare una tassa alla frontiera.

Estendere l’ETS obbligherebbe gli importatori ad acquisire quote di CO2, ma ciò avrebbe delle implicazioni sul funzionamento generale del mercato: ad esempio, sui prezzi delle singole quote e sulla disponibilità di queste ultime.

Mentre una tassa alla frontiera vera e propria andrebbe armonizzata con le regole dell’organizzazione del commercio internazionale (WTO), facendo leva sulle eccezioni ambientali che potrebbero consentire di violare il principio generale di non-discriminazione (in questo caso, tra prodotti a basso/elevato contenuto di CO2).

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