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Energia ed elezioni: intervista a Giuseppe Zollino di Azione

Sette nuove centrali nucleari, ma anche interventi immediati quali il ritiro da parte del Gse di tutta l’energia da Fer, tra le ricette del responsabile Energia di Azione. L’ultima delle nostre interviste ai candidati alle Politiche 2022.

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Terminiamo oggi il nostro giro di interviste ai candidati alle Politiche che, dentro o fuori dal Parlamento, si sono mostrati più attivi sui temi dell’energia.

Si veda anche l’analisi dei programmi elettorali del think tank ECCO e quella dell’Italian Climate Network.

In fondo all’articolo tutte le altre interviste di QualEnergia.it


Oggi parliamo con Giuseppe Zollino, responsabile Energia e Ambiente di Azione, candidato alla Camera per il Terzo Polo, nel collegio plurinominale Piemonte1-P01.

Zollino è professore di Tecnica ed Economia dell’Energia e di Impianti Nucleari presso l’Università di Padova. La sua attività di ricerca ha riguardato le tecnologie per la fusione nucleare, quindi la definizione di modelli per l’analisi tecnica ed economica di diverse tecnologie di generazione elettrica e la simulazione di scenari. È stato funzionario del Parlamento Europeo e delegato italiano nel comitato Energia del 7° Programma Quadro della Commissione Europea, nonché presidente di Sogin.

1. Professor Zollino, quali interventi immediati sosterrebbe per affrontare l’emergenza dei costi dell’energia che sta colpendo il sistema produttivo?

«Il programma di Azione e Italia Viva separa nettamente le misure che servono oggi ad attenuare l’emergenza, da quelle di medio termine, cioè con orizzonte 2030, e lungo termine, cioè quelle che guardano al 2050 e devono portarci all’azzeramento delle emissioni di gas serra.

Riteniamo che il governo Draghi abbia operato e stia ancora operando molto bene per attenuare gli effetti dell’emergenza su famiglie e imprese, con interventi straordinari che sono costati sinora quasi 50 miliardi. Averlo fatto cadere è stato un grave errore ed è bizzarro che i responsabili gli rivolgano accorati appelli ad una maggiore efficacia.

Risparmiare energia elettrica e gas, non solo con buone pratiche, da applicare sempre, ma anche con azioni straordinarie ma sostenibili, come ad esempio ridurre di un paio di gradi e di qualche ora al giorno il riscaldamento, è il primo strumento utile, ma non risolutivo. Occorre certamente insistere sul price cap europeo per il gas: soluzioni nazionali nel nostro Paese non sarebbero efficaci, e potrebbero anzi produrre scarsità fisica.

Per l’energia elettrica, invece, proponiamo di rafforzare quanto già deciso dal governo riguardo il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica a gas dal resto: tutta l’energia elettrica da fonte diversa dal gas, come quella da rinnovabili e carbone, sia obbligatoriamente acquisita dal Gse; quella da rinnovabili al valore medio del prezzo zonale dei 5 anni prima della pandemia, l’elettricità da carbone ad un prezzo calcolato tenendo conto di quello del combustibile. Questo per un periodo di almeno 12 mesi e comunque sino a quando non sia passata l’emergenza. In tal modo, oltre la metà dell’energia elettrica consumata in Italia costerebbe circa 150 €/MWh.

Inoltre, di nuovo a livello Ue, sarebbe opportuno o sospendere temporaneamente l’applicazione del meccanismo ETS o, meglio ancora, conferire la gestione degli interi proventi (non solo il 50% com’è ora) ai paesi membri, che potrebbero destinarli ad agevolazioni a categorie di consumatori in difficoltà, portando il prezzo a circa 100 €/MWh, senza aggravio per i conti pubblici.

Riguardo invece gli insostenibili prezzi del gas, in attesa che venga deciso un tetto europeo, sarà inevitabile continuare, oltre che – come già detto – con misure di efficienza e risparmio, con aiuti ad aziende e famiglie, ahinoi, se necessario, con ulteriore debito pubblico».

2. Sul medio termine, quali sono le soluzioni percorribili per ridurre la dipendenza dal gas russo? E delle fonti fossili in generale?

«Condividiamo il piano del ministro Cingolani di contenimento dei consumi gas a breve termine, che include l’aumento al massimo livello possibile della generazione domestica a carbone, che ridurrà il fabbisogno del settore elettrico riducendo anche i prezzi, come già visto, insieme con misure di efficienza e risparmio. Queste ultime dovranno essere accompagnate da campagne di sensibilizzazione della popolazione, altrimenti il risultato rischia di essere ben inferiore ai 6 miliardi di metri cubi di risparmi attesi. Per ridurre sino ad azzerare la dipendenza del gas russo sarà pertanto essenziale diversificare le forniture, incluso il contributo dei due rigassificatori previsti, uno dei quali, quello di Piombino, deve essere disponibile già a inizio dell’anno prossimo.

Come ulteriore misura di riduzione della domanda gas, con effetto a breve, crediamo sia ragionevole eliminare, per almeno 24 mesi, ogni autorizzazione per l’installazione di impianti fotovoltaici su coperture, di potenza sino a 50 kWp, dovunque essi siano localizzati, con l’eccezione degli edifici vincolati, imponendo ai distributori tempi tassativi per l’allacciamento, con penale in caso di ritardi; e per gli impianti sino a 200 kWp, in aree dove sia previsto che non siano visibili dagli spazi pubblici esterni, sia sufficiente una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà del progettista abilitato, in modo che si possano avviare rapidamente i lavori.

Queste sono misure di breve termine, necessarie, ma a volte dolorose, perché rallentano il percorso di decarbonizzazione dell’energia. Come dicevo, il nostro programma le distingue nettamente da quelle a medio e lungo termine, che devono portare alla progressiva riduzione delle emissioni di gas serra, sino al loro azzeramento.

Crediamo debbano assolutamente essere mantenuti gli obiettivi di riduzione delle emissioni del 55% rispetto al livello del 1990, entro il 2030, innanzitutto attraverso l’installazione di almeno 70 GW di nuova potenza rinnovabile – fotovoltaico, eolico, a biometano – e dei sistemi di accumulo che si renderanno necessari.

Tuttavia è bene ricordare che ancora per molti anni avremo bisogno di una quota di gas, che continueremo ad importare e ad estrarre dai nostri mari in misura che riteniamo debba essere aumentata anche individuando nuove aree di estrazione, in modo da ridurre la dipendenza dall’estero e anche l’impatto ambientale, certamente superiore in caso di import sia via tubo, da grande distanza, che via nave con processo di liquefazione e successiva rigassificazione.

Ma soprattutto dev’essere chiaro che anche il gas va progressivamente abbandonato. E proprio per facilitare il phase-out, abbiamo proposto che anche nel nostro Paese vengano avviati progetti pilota di cattura, sequestro e riuso della CO2, da applicare a impianti industriali o di generazione elettrica, che aiuteranno a contenere le emissioni durante la coda di impiego del gas e poi potranno essere applicati a impianti a biometano, dando luogo ad emissioni negative».

3. Il Terzo polo è una delle forze politiche in competizione che propone il ritorno al nucleare. Secondo lei è una strada percorribile?

«La questione va posta in questi termini: vogliamo davvero azzerare le emissioni di CO2 nel lungo termine – 2050 o giù di lì – in Italia, rimanendo un’economia industriale, che cresce e crea benessere, e quindi al 2050 avrà bisogno, pur con grandi sforzi di miglioramento dell’efficienza, ancora di almeno 90 Mtep di energia per coprire i suoi usi finali, contro gli attuali 120 Mtep? Noi diciamo di sì e riteniamo che il programma energia di Azione e Italia Viva sia l’unico che affronta in modo pragmatico ed efficace il trilemma energetico: sicurezza ed affidabilità dell’approvvigionamento, costi ed impatto sul territorio sostenibili, totale decarbonizzazione al 2050. Per noi, come per altro – segnalo – per l’IPCC, le tecnologie energetiche si differenziano in base alle loro caratteristiche oggettive di emettere o no CO2 – non abbiamo altri criteri – e pensiamo che occorra impiegare un mix ottimizzato di tutte quelle cosiddette low-carbon.

Per soddisfare la domanda elettrica al 2050, che in Italia sarà tra 650 e 750 TWh, a causa della massiccia elettrificazione dei consumi, senza emissioni di CO2, al minimo costo e piena sostenibilità – aree occupate da impianti e infrastrutture, materiali impegnati – riteniamo che occorra un mix ottimizzato di fonti rinnovabili ed energia nucleare, in entrambi i casi installando impianti della migliore tecnologia disponibile, cioè impiegando reattori nucleari moderni, della terza generazione evoluta in avanti. Se saranno disponibili, adotteremo gli SMR o i reattori di quarta generazione, ma non staremo fermi ad aspettarli: non ne abbiamo il tempo».

Tra i punti deboli del nucleare ad oggi ci sono però i costi alti e i tempi di costruzione relativamente lunghi. Il nostro paese poi ha votato contro questa soluzione in due referendum e la storia del deposito definitivo per le scorie mostra che ci si dovrebbe scontrare con fenomeni di NIMBY. Quando e come potrebbe eventualmente entrare in gioco in Italia questa tecnologia?

«Cominciamo col dire che un mix rinnovabili più nucleare lo hanno scelto – vado a memoria – Regno Unito, Francia, Polonia, Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Stati Uniti, Giappone, Canada, Sud Corea, ecc. Tutte, per inciso, solide democrazie di stampo occidentale, giusto per smentire la bufala secondo cui il nucleare si possa realizzare oggi solo in regimi autocratici, dove mancherebbe il controllo sui costi e si ignora il parere della popolazione, come Cina, India, Russia, Turchia, Emirati Arabi, ecc. Non credo che i governi di questi Paesi abbiano tutti sbagliato i conti. Sono più propenso a credere che li abbia sbagliati, e di brutto, la Germania. Ha presente la storiella del vecchietto che guida contro mano che si lamenta di incrociare troppe auto contro mano?

Secondo noi, il mix migliore per il 2050 include circa 380 GW tra impianti a fonti rinnovabili e sistemi di accumulo a breve e lungo termine e 36 GW nucleari, in 7 centrali con 3-4 reattori a centrale, a seconda della taglia unitaria. In tal modo sarebbe disponibile, ora per ora, l’energia elettrica richiesta dai carichi, nella quantità annuale che indicavo prima per il 2050, senza emissione di un solo grammo di CO2. Rinunciando a quei 36 GW, la potenza degli impianti rinnovabili e di accumulo raddoppierebbe, rendendone pressoché proibitiva la realizzazione, e pure il costo dell’intero sistema elettrico crescerebbe.

I numeri parlano da soli e indicano come serva uno sforzo straordinario, non solo in termini di investimenti, ma anche normativo, per renderli praticabili. Ma mostrano anche straordinarie opportunità di lavoro per le nostre imprese. E ci vorrà ovviamente tempo per realizzare questa enorme quantità di impianti di ogni tipo, non c’è dubbio: per questo non ne abbiamo da perdere.

Del resto, il tempo serve a tutti, non solo a noi. Avrà certamente letto che recentemente in Svizzera, è entrato in servizio un nuovo impianto idroelettrico a pompaggio da 20 GWh di capacità di accumulo. Una tecnologia che dobbiamo sviluppare molto anche da noi, lungo i nostri Appennini, per sopperire alla non programmabilità e intermittenza delle fonti rinnovabili variabili – fotovoltaico ed eolico – che comunque, con o senza una piccola quota di nucleare, dobbiamo installare per centinaia di GW. Di sistemi di accumulo di quello o di altro tipo ne serviranno al 2050 in Italia per circa 1000 GWh, 50 volte la taglia dell’impianto Svizzero, la cui costruzione ha richiesto 14 anni. In Svizzera!

Dunque non se ne fa niente? Tutt’altro, come ho già detto, su le maniche e da subito – è scritto nel nostro programma – lavorare con visione lunga e programmazione in modo che, provo a sintetizzare, si arrivi ad installare entro il 2030 almeno 90 GW, tra impianti rinnovabili e sistemi di accumulo da 4-8 ore di capacità. Nel frattempo, nei prossimi 5 anni, occorre definire un nuovo assetto normativo relativo ai grandi impianti e infrastrutture necessari per la completa decarbonizzazione dell’economia italiana al 2050.

Tenendo necessariamente conto delle caratteristiche di ciascuno, sia in termini di permitting e localizzazione – individuare le aree potenzialmente idonee ai diversi grandi impianti – che di remunerazione. Per esempio: come gestire la sovrapproduzione rinnovabile e la remunerazione della quota di energia elettrica inutilizzata? Come valorizzare l’energia elettrica nucleare o da biomasse e biometano, che essendo generata in continuità evita costi aggiuntivi di accumulo e backup?

Nel 2028 potrebbe essere avviata la costruzione del primo reattore in 4 delle 7 centrali. Anche assumendo conservativamente un tempo di costruzione di 8-10 anni per i primi 4 reattori, nel 2036-38 sarebbero operativi circa 5 GW nucleari, in grado di generare i primi 40 TWh di nuovo nucleare italiano, quasi pari al nostro import storico [sui tempi ricordiamo che, se effettivamente in Paesi come gli Emirati Arabi si sono costruiti di recente reattori in 7-8 anni, gli unici due impianti costruiti in Europa nell’ultimo ventennio, a Olkiluoto in Finlandia e a Flamanville in Francia, hanno avuto tempi di costruzione rispettivamente di 12 e 16 anni e il reattore francese deve ancora partire, ndr].

Nel 2030 partirebbe la costruzione del primo reattore nelle altre 3 centrali. E con cadenza biennale sarebbe avviata la costruzione degli altri in tutte e 7 le centrali, per un totale di 28 reattori. E contemporaneamente dovremo andare avanti ad installare, tra il 2030 e il 2050, altri 290 GW tra impianti rinnovabili e sistemi di accumulo, questa volta anche di lungo termine, che siano power to gas o altro.

Un piano ambizioso ed estremamente sfidante, ma necessario per arrivare a zero emissioni al 2050. E se non ce la faremo per il 2050, ci arriveremo qualche anno dopo».

4. Sulle rinnovabili abbiamo obiettivi sfidanti, un grande interesse del mercato e una situazione che inizia a sbloccarsi. Come giudica l’operato del governo uscente da questo punto di vista? E quali sono oggi i provvedimenti più urgenti da prendere?

«Riteniamo che il nuovo governo dovrà proseguire il percorso di semplificazione autorizzativa avviato dal governo Draghi, senza forzature, ma razionalizzando i processi, con un bagno di pragmatismo: il paesaggio va tutelato, ma pure gli obiettivi climatici sono una priorità, perciò servono criteri certi e oggettivi, da definire a livello nazionale, differenziandoli a seconda della tecnologia, per decidere in modo trasparente quando il paesaggio diventa prioritario e quando invece un’area è idonea all’installazione di uno dei tantissimi impianti e infrastrutture, di ogni tipo, non solo rinnovabili, che la decarbonizzazione richiede.

Credo che in questo senso lo sviluppo tecnologico ci darà una mano: ad esempio impianti eolici offshore galleggianti, lontani dalla costa, faciliteranno i processi autorizzativi. E ciascuna delle 7 centrali nucleari previste dal nostro programma, occupando appena 150 ettari, eviterà l’installazione di 60 mila ettari di impianti fotovoltaici oltre che di circa 80 GWh di sistemi di accumulo di breve periodo – per capirci, 4 impianti come quello svizzero prima descritto – e di circa 10 GW di elettrolizzatori per la produzione di idrogeno – soggetti a direttiva Seveso – per l’accumulo di lungo periodo. L’obiezione che per realizzare tutti questi impianti, rinnovabili, di accumulo o nucleari che siano, occorrono tempi dell’ordine della decina d’anni è solo un motivo in più per agire in fretta. La decarbonizzazione fatta bene richiede tempo e testa, oltre a qualche compromesso.

Tra i provvedimenti urgenti, nel nostro programma abbiamo indicato, oltre alla già citata semplificazione normativa per gli impianti fotovoltaici di taglia sino a 200 kWp, la necessità di promuovere in generale l’autoproduzione da fonte rinnovabile, soprattutto per le imprese, agevolando con garanzia pubblica gli investimenti in impianti di generazione e di accumulo».

5. Superbonus: come giudica questa misura e i risultati ottenuti finora? E quale futuro vede per gli incentivi dedicati all’efficientamento energetico dell’edilizia residenziale?

«Il Superbonus 110% è servito senz’altro a rilanciare le attività nell’edilizia favorendo la crescita post pandemica; poteva essere congegnato meglio, specie per tutte le attività non direttamente collegate all’efficientamento; inoltre sta costando più del previsto. È chiaro che così com’è non può continuare.

Tuttavia bene ha fatto il governo con l’ultimo decreto aiuti a sbloccare la cessione dei crediti, avviando a soluzione una situazione di stallo per i cittadini che i lavori del superbonus hanno già iniziato e per le imprese che li stanno eseguendo. Ora anche l’Agenzia delle entrate dovrà rapidamente fornire indicazioni agli operatori.

Ora riteniamo che il provvedimento debba essere profondamente rivisto, puntando decisamente all’efficientamento energetico e alle misure antisismiche, dunque privilegiando le abitazioni principali, dove maggiore è il consumo di energia, e tenendo in considerazione il reddito del beneficiario. In generale sarebbe necessario riattivare il principio del contrasto di interessi, portando il credito sotto il 100%, in un range tra il 60 e l’80%, a seconda dell’Isee del proprietario, in modo che i lavori vengano eseguiti in modo efficiente anche dal punto di vista dei prezzi praticati, a vantaggio dei cittadini, della finanza pubblica e pure delle imprese».

6. Per abbattere in modo strutturale i costi energetici delle imprese, quali strumenti metterebbe in campo?

«Abbiamo parlato molto sinora di emergenza energia, e delle misure urgenti necessarie a ridurre i prezzi ed assicurare le quantità fisiche nell’immediato. In realtà, questa che chiamiamo emergenza viene da lontano: è il frutto malato della nostra quasi trentennale incapacità di darci una rotta, il più possibile condivisa, sui temi di interesse strategico per il Paese, con l’aggravante dall’invasione russa dell’Ucraina.

L’energia è tra le principali priorità strategiche, soprattutto perché richiede infrastrutture e impianti con tempi lunghi di realizzazione e successivamente tempi lunghi di esercizio per ammortizzare gli investimenti: decisioni sbagliate così come non decisioni o cambi in corso d’opera producono crisi difficili da risolvere in tempi rapidi. Questa crisi, gravissima, serve almeno da monito: mai più decisioni dettate dalla demagogia o da paure immotivate, spesso alimentare ad arte, specie ora che dobbiamo procedere verso la decarbonizzazione, pieno ricorso a tutte le tecnologie disponibili, pianificate e realizzate per tempo, da qui al 2050. Solo così potremo assicurare in modo strutturale tutta l’energia che serve alle nostre imprese e alle nostre famiglie a costi accettabili e col minimo impatto ambientale».


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