Per Bruxelles l’Italia ha un problema strutturale: elettricità cara dovuta al troppo gas nella generazione elettrica e allo sviluppo troppo lento delle rinnovabili.
La strada indicata dalla Commissione europea nelle raccomandazioni economiche 2026 passa soprattutto da Fer, storage, reti, meno oneri sull’elettricità e piena attuazione del Testo Unico autorizzazioni.
Servono cioè interventi per cambiare il sistema energetico, non misure tampone che mantengono la dipendenza dalle fossili, sottolinea in sintesi la Commissione nel documento con le raccomandazioni.
Un messaggio che non a caso sta nello stesso pacchetto del semestre europeo in cui è arrivata anche l’apertura a una possibile deroga al Patto di stabilità per investimenti energetici, concessa a patto che i fondi vadano alla decarbonizzazione e non a misure generalizzate sui consumi o sui combustibili fossili.
Rinnovabili troppo lente
La comunicazione di cui stiamo parlando è la proposta di raccomandazione del Consiglio sulle politiche economiche, sociali, occupazionali, strutturali e di bilancio dell’Italia, presentata dalla Commissione il 3 giugno: non è dunque ancora la raccomandazione finale del Consiglio, ma indica con chiarezza la linea di Bruxelles (pdf in basso).
Il passaggio più diretto è nel considerando 33. Secondo la Commissione, “a causa della dipendenza strutturale dalla costosa produzione a partire dal gas, i prezzi dell’energia elettrica in Italia sono tra i più elevati dell’Ue”.
Non solo. Il livello dei prezzi, e in particolare l’alto rapporto tra prezzo dell’elettricità e prezzo del gas, viene indicato come uno dei principali ostacoli all’elettrificazione per famiglie e industria.
Da qui il richiamo sulle rinnovabili. Nonostante il potenziale inutilizzato, scrive Bruxelles, “la crescita delle energie rinnovabili è troppo lenta” per raggiungere gli obiettivi 2030. Un’accelerazione, aggiunge il documento, contribuirebbe a contenere i prezzi elettrici a medio termine.
Gli strumenti citati sono aste per rinnovabili e stoccaggio e “piena attuazione del Testo Unico di riforma delle procedure di autorizzazione anche a livello regionale”.
Nel dispositivo finale, al punto 5, la raccomandazione è di accelerare elettrificazione, rinnovabili e storage, attuando pienamente le riforme autorizzative, “in particolare a livello subnazionale”, e investendo nella rete elettrica.
Autorizzazioni e territori
La Commissione sottolinea soprattutto l’importanza di far funzionare le norme nei territori. Lo dice esplicitamente sul Testo Unico autorizzazioni, ma il tema torna anche nella parte più generale sulla pubblica amministrazione.
Bruxelles segnala una capacità amministrativa ancora disomogenea tra le Regioni, con vincoli più forti a livello locale e nel Mezzogiorno, in particolare su digitalizzazione, capacità decisionale e gestione delle finanze pubbliche.
Nel documento si citano Italia Semplice e lo Sportello Unico per le Attività Produttive come strumenti di semplificazione già avviati, ma si chiede di razionalizzare ulteriormente i processi e lavorare sull’interoperabilità delle piattaforme esistenti.
Per le amministrazioni con meno risorse, soprattutto al Sud, la Commissione indica anche un sostegno più attivo dell’amministrazione centrale e possibili forme di consorzio amministrativo tra enti più piccoli.
Tradotto sul fronte Fer: il Testo Unico rischia di restare una riforma scritta se Regioni ed enti locali non hanno procedure, personale e strumenti per applicarlo davvero.
Oneri, reti e flessibilità
Il richiamo non riguarda solo l’offerta di energia pulita: Bruxelles guarda anche alla domanda elettrica.
Per allineare la tassazione dell’energia agli obiettivi di decarbonizzazione, il documento indica la “riduzione e la razionalizzazione delle imposte e dei prelievi sull’energia elettrica, compresi gli oneri generali di sistema”. Secondo la Commissione, questo ridurrebbe gli attuali disincentivi all’elettrificazione, in particolare per imprese e industria.
Poi c’è la rete. Per integrare quote maggiori di rinnovabili, la Commissione chiede di accelerare gli investimenti per potenziare il sistema elettrico e ridurre le congestioni, “limitando nel contempo l’impatto sulle bollette dei consumatori”.
Questo significa, tra le altre cose, investire nelle interconnessioni transfrontaliere, risolvere i ritardi nelle connessioni alla rete di distribuzione e continuare a promuovere la “flessibilità non fossile”, ad esempio stoccaggio e gestione della domanda.
Il margine sul Patto di stabilità
Qui si aggancia l’altro pezzo del pacchetto europeo: come abbiamo scritto, la Commissione ha aperto a uno spazio di flessibilità fiscale per investimenti energetici dentro il quadro delle deroghe al Patto di stabilità già previste per la difesa. La proposta prevede una flessibilità fino allo 0,3% del Pil all’anno nel triennio 2026-2028, con un tetto complessivo dello 0,6%.
Per l’Italia si parlerebbe di circa 6,8 miliardi di euro l’anno, fino a poco più di 13 miliardi nel periodo considerato. L’accesso al margine aggiuntivo sarebbe collegato all’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, che, va precisato, non è richiesta per accedere, e dovrebbe seguire la procedura europea: richiesta dello Stato membro, proposta della Commissione e approvazione del Consiglio Ue.
Gli interventi ammissibili, come avevamo riportato, sarebbero reti elettriche, accumuli, efficienza energetica, capacità produttiva delle tecnologie pulite e incentivi all’acquisto di batterie, pannelli fotovoltaici e veicoli elettrici.
Fuori, invece, i sussidi generalizzati e le misure che sostengono l’uso di combustibili fossili, come le riduzioni mirate delle accise.
Il messaggio è coerente con le raccomandazioni all’Italia: più investimenti strutturali, meno spesa emergenziale.
No a sconti generalizzati
Il tema torna anche nel considerando 16. La Commissione ricorda che l’esperienza della crisi energetica 2022-2023 ha mostrato come le misure “ad ampio raggio e non mirate” abbiano costi di bilancio elevati e siano inefficienti dal punto di vista sociale ed economico.
Per il 2026, Bruxelles cita la riduzione generalizzata delle accise sui carburanti fino al 22 maggio e il credito d’imposta per le imprese di trasporto stradale, pesca e agricoltura fino al 31 maggio.
Secondo le previsioni di primavera della Commissione, queste misure costeranno circa lo 0,1% del Pil nel 2026. Se restassero in vigore fino alla fine dell’anno, il costo arriverebbe allo 0,3%.
Nel dispositivo finale, l’Italia viene invitata a garantire che gli interventi contro l’aumento dei prezzi dell’energia siano temporanei, mirati a famiglie vulnerabili o imprese ad alta intensità energetica, compatibili con gli impegni del quadro di bilancio Ue e tali da preservare gli incentivi al risparmio energetico.
Fisco, clima e fondi Ue
C’è poi il capitolo fiscale più ampio. La Commissione segnala che, nonostante una riduzione significativa, le sovvenzioni dannose per l’ambiente restano alte e chiede di ridurle.
Nei trasporti, Bruxelles suggerisce anche di ridefinire la tassazione dei veicoli in modo più aderente alle emissioni di CO2, soprattutto nelle città congestionate, e di ridurre ulteriormente le agevolazioni fiscali per le auto aziendali con motore endotermico.
Su questo, per inciso, la bozza di correttivo fiscale andata ieri in Consiglio dei ministri accoglie solo in parte l’indicazione Ue: non parametrerebbe più il fringe benefit auto aziendale alle emissioni di CO2, ma all’alimentazione, con un 50% del valore convenzionale Aci in generale, 10% per le elettriche e 20% per le ibride plug-in, con una penalizzazione aggiuntiva per i veicoli più vecchi.
Il documento di Bruxelles allarga poi il quadro all’adattamento climatico. L’Italia, scrive la Commissione, affronta gravi conseguenze economiche dall’aumento dei rischi climatici, in particolare idrogeologici, con uno dei rapporti più elevati nell’Ue tra danni da catastrofi naturali e Pil.
Il fabbisogno di investimenti per l’adattamento è stimato a oltre 10 miliardi di euro l’anno da qui al 2050. Bruxelles chiede più coordinamento istituzionale, pianificazione degli investimenti, soluzioni basate sulla natura e copertura assicurativa contro i rischi climatici.
Anche sui fondi già disponibili, il richiamo è abbastanza netto. L’attuazione dei programmi della politica di coesione, che comprendono anche il Fondo per una transizione giusta, resta sotto la media Ue sia per selezione dei progetti che per pagamenti, si osserva, e le risorse del Fondo per una transizione giusta devono essere erogate entro fine 2026.
Anche qui torna lo stesso problema: non solo trovare nuovi margini di bilancio, ma trasformare risorse, riforme e autorizzazioni in progetti reali.
Il messaggio, alla fine, è abbastanza chiaro e non nuovo: l’Italia non può rispondere ai prezzi alti dell’energia solo con misure tampone. Deve ridurre il peso del gas, far correre rinnovabili e accumuli, rafforzare le reti, rimuovere ostacoli fiscali all’elettrificazione e accelerare l’uso dei fondi Ue già disponibili. Il punto, come sempre, sarà passare dalle riforme scritte all’attuazione concreta.
- Le raccomandazioni (pdf)




























