La dipendenza europea dai combustibili fossili è diventata una vulnerabilità strutturale per l’economia e complica sempre più il compito delle banche centrali. È questo il messaggio chiave lanciato dalla Banca Centrale Europea in un intervento pubblicato il 7 aprile sul proprio blog.
A firmarlo è Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo della Bce e vicepresidente del Consiglio di vigilanza della Banca stessa, secondo cui “la dipendenza energetica dell’Europa è diventata una delle vulnerabilità critiche della nostra economia” e ha “implicazioni profonde” anche per la politica monetaria.
La “fossilflation”
Il punto centrale dell’analisi è il legame tra prezzi energetici e inflazione. L’Europa, sottolinea la Bce, resta tra le economie avanzate più dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili, e questo la espone a shock esterni difficili da gestire.
Il caso più evidente resta il 2022, quando l’inflazione dell’area euro ha toccato il 10,6%. Un fenomeno che Elderson definisce esplicitamente “fossilflation”.
“Shock ripetuti dei prezzi dell’energia rendono sempre più difficile raggiungere questo obiettivo”, scrive, riferendosi alla stabilità dei prezzi.
Non si tratta però di un episodio isolato. Le tensioni geopolitiche più recenti hanno già prodotto nuovi aumenti dei costi energetici, con effetti attesi su inflazione e crescita.
Per la politica monetaria, questo significa trovarsi in un equilibrio instabile: “Un irrigidimento della politica monetaria per contenere l’inflazione può aggravare il rallentamento economico, mentre un allentamento per sostenere la crescita può radicare l’inflazione”.
Transizione energetica contro l’inflazione
Da qui la conclusione: ridurre la dipendenza dai fossili non è solo una scelta ambientale, ma una necessità macroeconomica.
Secondo la Bce, “il modo più efficace” per ridurre l’esposizione agli shock è “tagliare la dipendenza dai combustibili fossili importati e accelerare una transizione ordinata verso energia pulita prodotta in Europa”.
Se l’Europa centrasse i propri obiettivi energetici, “il legame tra i prezzi energetici interni e i mercati globali volatili si indebolirebbe in modo sostanziale”.
Un esempio concreto arriva dalla Spagna, dove – secondo il Banco de España – nei primi mesi del 2024 i prezzi all’ingrosso sarebbero stati circa il 40% più alti senza lo sviluppo di eolico e fotovoltaico.
Investimenti elevati, ma costi già in essere
La Commissione europea stima che serviranno circa 660 miliardi di euro l’anno tra 2026 e 2030 per la transizione. Ma per la Bce questo dato va messo in prospettiva.
“Concentrarsi solo su questi costi è profondamente fuorviante”, scrive Elderson. L’Europa spende già oggi quasi 400 miliardi di euro l’anno per importare combustibili fossili, una spesa strutturalmente volatile e destinata a uscire dal sistema economico europeo.
Al contrario, sottolinea la Bce, una volta realizzate le infrastrutture, “l’energia in sé è praticamente gratuita”.
Capitale, stabilità regolatoria ed Ets
Secondo la Bce, gli strumenti per accelerare la transizione esistono già, ma servono condizioni precise: grandi investimenti iniziali, mercati dei capitali più profondi e un quadro normativo stabile.
Un passaggio chiave riguarda anche il mantenimento di strumenti come l’EU Emissions Trading System, indicato come un meccanismo “credibile” per il prezzo del carbonio.
Il riferimento arriva in un momento in cui diversi governi europei (Italia in primis) stanno chiedendo interventi per attenuare l’impatto dell’Ets sui prezzi dell’energia.
La chiusura dell’intervento è esplicita: “La vera domanda non è più se l’Europa possa permettersi la transizione energetica, ma se possa permettersi di non farla”.



























