Negli ultimi anni le comunità energetiche rinnovabili (CER) sono considerate come uno dei pilastri più innovativi della transizione energetica europea.
Nate nell’ambito del pacchetto “Clean Energy for All Europeans” e disciplinate dalla direttiva sulle rinnovabili (Direttiva (UE) 2018/2001 (RED II), oggi aggiornata dalla Direttiva (UE) 2023/2413 – RED III), queste configurazioni si basano su un principio semplice ma rivoluzionario: cittadini, imprese ed enti pubblici che si uniscono per produrre, condividere e consumare energia rinnovabile a livello locale, con benefici ambientali, economici e sociali diffusi sul territorio.
In Italia, come in altri Paesi europei, il decollo delle CER è stato sostenuto da un sistema incentivante significativo. Il Decreto CACER (DM 414/2023) ha introdotto una tariffa premio sull’energia condivisa e contributi a fondo perduto finanziati anche dal PNRR, creando le condizioni per un rapido sviluppo di queste iniziative.
Tuttavia, questo modello ha una scadenza definita: gli incentivi saranno disponibili fino al raggiungimento di 5 GW di capacità installata o, comunque, non oltre il 31 dicembre 2027.
Proprio questa scadenza sta aprendo un dibattito sempre più urgente: cosa succederà alle comunità energetiche quando verrà meno il sostegno pubblico? E soprattutto, come potranno garantire la propria sostenibilità economica in un contesto di mercato?
Il contesto europeo e il parziale recepimento della Direttiva 2019/944
Dal punto di vista europeo, la risposta è già tracciata. Le norme comunitarie non sono costruite per sostenere indefinitamente le CER attraverso incentivi, ma per accompagnarle verso una piena integrazione nei mercati energetici.
Le comunità sono riconosciute come attori del sistema elettrico, abilitati a produrre, consumare e vendere energia e a partecipare ai mercati su un piano paritario rispetto agli altri operatori.
Un elemento che merita però di essere chiarito riguarda il tema del risparmio sul costo dell’energia. Oggi le comunità energetiche vengono spesso presentate come uno strumento capace di ridurre il costo dell’energia per cittadini e imprese. In realtà, il vantaggio economico delle comunità energetiche non si traduce in una riduzione diretta della bolletta, visto che i membri delle CER continuano a pagare l’energia come prima.
Il “risparmio” deriva invece da un incentivo riconosciuto dal GSE sull’energia condivisa, che viene successivamente redistribuito.
Dunque, non si paga meno l’energia, ma si riceve un contributo separato che può compensarne parzialmente il costo. Il beneficio è quindi indiretto e dipende dal quadro regolatorio e dalla presenza di strumenti pubblici di sostegno.
Ed è qui che emerge una delle criticità del quadro italiano. A livello europeo, la direttiva sul mercato interno dell’energia (2019/944) prevede che i consumatori attivi, inclusi i membri delle comunità energetiche, possano beneficiare di condizioni che consentano una valorizzazione più diretta dell’energia condivisa, anche attraverso meccanismi di scorporo o riduzione dei prelievi in bolletta.
Questa componente, tuttavia, non è stata pienamente implementata nel quadro nazionale. Il dibattito regolatorio ha più volte richiamato il diritto allo scorporo in bolletta della quota di energia condivisa, ma tale previsione non ha ancora trovato attuazione operativa in Italia (Scorporo in bolletta per i membri delle CER: un traino per l’energia di comunità). Il risultato è una distanza significativa tra il modello disegnato a livello europeo e quello poi effettivamente applicato.
La mancata introduzione di un vero meccanismo di riduzione diretta della bolletta ha un valore strategico e non è un dettaglio tecnico, ma si tratta di un fattore che incide sulla natura stessa delle comunità energetiche. Senza uno sconto strutturale, il beneficio per i cittadini resta mediato, meno visibile e più dipendente dalle politiche pubbliche destinate spesso ad essere temporanee.
L’evoluzione del modello dopo la fine degli incentivi
Non è quindi sorprendente che il tema dello sconto in bolletta sia diventato uno snodo centrale anche per il futuro del modello CER.
In assenza di questo meccanismo e con la progressiva uscita dagli incentivi dopo il 2027, le comuunità energetiche saranno chiamate a fare un salto di qualità: da strumenti sostenuti da contributi pubblici a veri e propri operatori di mercato.
Il primo elemento di evoluzione riguarda l’ottimizzazione interna dei consumi. In assenza di incentivi, il valore economico della comunità si sposta verso la capacità di massimizzare l’autoconsumo, riducendo l’energia acquistata dalla rete. Ma senza un impatto diretto sulla bolletta, anche questo beneficio rischia di essere meno percepito e meno efficace come leva di coinvolgimento.
Accanto a questo modello orientato al risparmio, si sta sviluppando una direttrice più marcatamente orientata al mercato: la vendita di energia.
Le comunità energetiche possono immettere in rete l’energia non autoconsumata e venderla sia sui mercati all’ingrosso sia attraverso contratti diretti, come i Power Purchase Agreement (PPA) locali, che potrebbero diventare il vero strumento di trasferimento del valore agli utenti.
Ma è probabilmente nel campo dei servizi energetici avanzati che si giocherà la partita più rilevante. Con l’aumento delle fonti rinnovabili, il sistema elettrico europeo avrà sempre più bisogno di flessibilità, cioè capacità di modulare produzione e consumi per mantenere l’equilibrio della rete. Le CER, grazie alla loro natura distribuita, possono aggregare risorse diffuse – impianti, batterie, carichi – e partecipare a questi mercati.
Parallelamente, si afferma un modello ancora più ampio, quello delle comunità energetiche come piattaforme territoriali di servizi, con la gestione degli edifici, della mobilità elettrica, dell’efficientamento e delle politiche locali di contrasto alla povertà energetica.
Chi beneficerà davvero di questa evoluzione? Il ruolo della PA nella governance
La fine degli incentivi, la natura indiretta del risparmio oggi percepito e il ritardo nell’introduzione di meccanismi strutturali di riduzione della bolletta indicano con chiarezza la direzione di marcia. Le comunità energetiche sono destinate a evolvere da strumenti di politica pubblica a infrastrutture locali del mercato energetico.
Proprio per questo, il ruolo del soggetto pubblico – comuni, enti locali, ma anche amministrazioni centrali – diventa decisivo nel guidare questa transizione, non più soltanto come promotore o facilitatore iniziale, ma come attore in grado di orientare la distribuzione del valore generato (Comunità energetiche, quale modello può funzionare davvero?).
Resta aperta una questione cruciale, tanto tecnica quanto politica: chi beneficerà davvero di questa evoluzione? Il rischio, infatti, non è che le comunità energetiche non funzionino, ma che finiscano per funzionare soprattutto per alcuni soggetti e molto meno per altri.
In assenza di incentivi e senza un meccanismo di riduzione diretta della bolletta, il valore economico generato dalle CER tende naturalmente a concentrarsi su chi è maggiormente in grado di produrlo o di gestirlo: grandi consumatori, soggetti con impianti, operatori e aggregatori. Al contrario, i cittadini che partecipano come semplici consumatori, in particolare quelli più vulnerabili, rischiano di vedere ridotto o meno percepibile quel beneficio.
Per questo, il ruolo del pubblico può rappresentare il principale fattore di riequilibrio. E le amministrazioni locali potrebbero intervenire su più livelli: nella governance delle comunità, nei criteri di redistribuzione dei benefici, nello sviluppo di modelli solidali e nell’integrazione con politiche sociali ed energetiche territoriali. In assenza di questo presidio, il rischio è che le CER si sviluppino secondo logiche puramente di mercato.
In sintesi, le comunità energetiche rinnovabili possono certamente evolvere in piattaforme energetiche efficienti e integrate nei mercati, ma questa evoluzione non è neutrale.
Senza un orientamento pubblico chiaro, rischiano di perdere parte della loro funzione originaria di strumento di accesso equo e diffuso all’energia. È su questo equilibrio, tra efficienza economica, ruolo del pubblico e redistribuzione del valore, che si misurerà il successo oppure il limite del modello nella transizione energetica europea.

























