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La corsa a ostacoli contro la crisi climatica

Il riscaldamento globale accelera nonostante alcuni dati positivi dai mercati di rinnovabili, efficienza energetica e veicoli elettrici. Cosa rallenta la transizione e i freni dal settore fossile.

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La concentrazione di anidride carbonica, il principale gas serra, supera ormai del 50% i valori dell’inizio della Rivoluzione industriale.

Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale non si sperimentavano questi dati da 3-5 milioni di anni, quando la temperatura globale era più elevata di 2-3 °C e il livello del mare era 10-20 metri più alto di oggi.

Del resto, i fenomeni estremi che si susseguono con frequenza maggiore in varie parti del mondo rappresentano un potente campanello d’allarme.

“Possiamo dire con quasi certezza che il 2023 sarà l’anno più caldo mai registrato, ed è attualmente 1,43 °C sopra la media preindustriale”, ha affermato Samantha Burgess, vicedirettrice del Copernicus Climate Change Service.

E Jim Skea, neopresidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change aggiunge: non possiamo più evitare di sforare la soglia più ambiziosa dell’accordo di Parigi: già nel 2030 temperature supereremo l’incremento di 1,5 °C.

Forse prima. Lo scorso ottobre è stato il più caldo mai registrato a livello globale, con temperature di 1,7 °C superiori a quelle stimate nell’ottobre medio alla fine del 1800.

Ma il climatologo James Hansen (ricordiamo il suo appassionato intervento al Senato Usa nel 1988, quando dichiarò di esser certo al 99% che la tendenza al riscaldamento era causata dall’accumulo dei gas climalteranti nell’atmosfera) sostiene che già nel 2024 le temperature potrebbero superare la soglia di 1,5 gradi.

È l’anno più caldo di sempre, ma non importa a nessuno”, titolava La Stampa il 12 novembre. In risposta all’emergenza in atto si registrano segnali contrastanti, con notevoli risultati in alcuni settori, ma con una totale inadeguatezza nel contenere e invertire la crescita delle emissioni.

Alcune buone notizie

Qualche risultato inizia però a vedersi. Secondo il think tank Ember, le emissioni di CO2 provenienti dal settore elettrico globale potrebbero raggiungere il picco quest’anno grazie all’impennata dell’energia eolica e solare che, insieme, sono arrivate a coprire il 14,3% dell’elettricità mondiale, rispetto al 12,8% dell’anno scorso.

Va segnalato l’incredibile aumento delle installazioni solari in Cina che nel corso del 2023 potrebbero addirittura vedere 170 nuovi GW.

Con l’Europa che cerca, dopo diversi tentativi, di recuperare un po’ il proprio ruolo produttivo nel solare. I tre più importanti progetti riguardano la svizzera Meyer-Burger che vuole costruire una fabbrica da 3,5 GW in Spagna, il progetto da 3 GW dell’Enel a Catania e la neonata la società Holosolis che intende costruire una fabbrica da 5 GW in Francia.

Ma senza ulteriori forti investimenti privati e pubblici difficilmente sarà possibile raggiungere l’obiettivo dell’Ue di garantire per il mercato solare europeo il 40% di prodotti fabbricati nel continente entro il 2030.

Passando dalle rinnovabili all’efficienza energetica, guardiamo alla diffusione delle pompe di calore. Nel 2022 le loro vendite negli Usa per la prima volta hanno sorpassato quelle delle caldaie. E una coalizione bipartisan di 25 governatori statunitensi, nota come Climate Alliance, si propone di installare 20 milioni di pompe di calore residenziali entro il 2030.

Secondo una recente stima di Wood Mackenzie in Europa potranno essere installate 45 milioni nel solo settore residenziale entro il 2030.

Il governo tedesco puntava a bloccare l’installazione di nuove caldaie alimentate a combustibili fossili già dal 2024, ma viste le opposizioni interne ha deciso di ridurre la fiscalità delle bollette elettriche per rendere più conveniente il passaggio alle pompe di calore.

C’è un altro settore che vede una crescita inarrestabile, quello della vendita di auto elettriche. Nel 2022 sono aumentate del 60%, superando per la prima volta i 10 milioni di veicoli. Per quest’anno le vendite dovrebbero salire a 14 milioni con un ruolo sempre dominante della Cina.

Secondo BloombergNEF, l’adozione di veicoli elettrici è destinata ad aumentare nei prossimi anni, con oltre 100 milioni di veicoli previsti entro il 2026 e oltre 700 milioni entro il 2040.

La stessa Iea riconosce che la rapidità della crescita mondiale del solare e della mobilità elettrica sono segnali molto interessanti.

Ma anche sul fronte dell’adattamento climatico si registra qualche buona notizia.

L’Australia, per esempio, ha deciso di offrire la residenza agli abitanti delle isole di Tuvalu a rischio di venire inghiottite dall’oceano. Preoccupazione comune anche in altre aree del pianeta. È il caso di alcune isole dell’arcipelago di San Blas sulle coste di Panama, con gli abitanti di Gardi Sugdub che si sposteranno. Un’operazione però complessa con il rischio di perdere la cultura e le tradizioni locali.

Ma crescono le criticità, a cominciare dall’auto elettrica

Entro il 2027 le case automobilistiche avevano programmato di investire 616 miliardi di dollari sulla transizione all’elettrico, con una decisa accelerazione rispetto ai precedenti impegni.

Recentemente però ci sono stati diversi segnali preoccupanti.

General Motors, Honda, Volkswagen e la stessa Tesla hanno infatti rallentato la corsa verso l’elettrico. Secondo Dario Duse, responsabile per l’Italia della società di consulenza AlixPartners “è in atto un fisiologico aggiustamento delle aspettative di crescita, collegato all’incertezza sullo scenario economico, all’effettiva attuazione dei regolamenti europei sulle emissioni, ai costi di acquisto e allo sviluppo dell’infrastruttura di ricarica”. 

Aggiungiamo anche la preoccupazione per le importazioni di auto elettriche dalla Cina e l’incertezza politica legata all’esito delle elezioni europee e negli Usa del 2024 che potrebbero comportare rallentamenti nelle strategie climatiche.

Negli Stati Uniti l’auto elettrica è diventata uno dei maggiori terreni di scontro fra progressisti e conservatori. Gli Stati repubblicani sostengono “che i veicoli elettrici sono come il vaccino contro il Covid, cacciati in gola dal governo contro la loro volontà”.

Nel settore dei trasporti va inoltre evidenziata una notevole problematica ambientale. Parliamo della fortissima crescita delle vendite dei SUV, un comparto che a livello mondiale emette ormai 1 miliardo di tonnellate di CO2 all’anno, più della somma del contributo della Germania e dell’Italia.

Da gennaio a ottobre del 2023, la quota dei Suv sul mercato nazionale è stata del 57%. Efficace l’analisi di Giugiaro: “l’uomo ha deciso che non bastavano più velocità e comodità, ma voleva sentirsi dominatore su un’auto: la ricerca di edonismo ha aperto la strada ai Suv”.

Il mondo del petrolio e del gas: da rivedere radicalmente le strategie

Forte di una crescita azionaria del 60% negli ultimi due anni, l’amministratore delegato della Exxon ha lanciato la sua ricetta sul clima ai rappresentanti riuniti a San Francisco ai margini dell’incontro tra Cina e Usa.

“Per fare sul serio rispetto all’obiettivo della neutralità climatica, il mondo deve diventare reale: non possiamo sostituire dall’oggi al domani un sistema energetico che ha impiegato 150 anni per essere costruito”.

L’approccio di Exxon prevede che i governi sostengano gli sforzi tecnologici del settore per ridurre le emissioni – come la cattura del carbonio – con i fondi dei contribuenti. “Le soluzioni al cambiamento climatico sono state troppo focalizzate sulla riduzione dell’offerta”, ha affermato.

Una dichiarazione, quella di un rappresentante di punta del mondo Oil&Gas, molto chiara: occorre che i governi aiutino economicamente i progetti CCS, visti i risultati molto insoddisfacenti degli ultimi vent’anni.

In questo mondo i produttori potranno continuare ad estrarre idrocarburi a gogo e nascondere le emissioni di CO2 sotto il tappeto.

La frase che lamenta un’eccessiva attenzione alla riduzione dell’offerta è rivolta alle crescenti opposizioni alle attività di esplorazione, alla costruzione di oleodotti e gasdotti.

In realtà il timore dovrebbe concentrarsi soprattutto sul previsto calo della domanda dei prodotti fossili

Finora la crescita delle soluzioni pulite non è stata di dimensioni tali da intaccare il dominio dei fossili. L’incremento dei consumi energetici consentiva di far convivere gas, petrolio e carbone con solare, eolico, mobilità elettrica ed efficienza. Ma si sta avvicinando il momento, qualche mese o anno, in cui non sarà più così.

Si stima che l’aumento dei veicoli elettrici porterà a un picco della domanda mondiale dei carburanti stradali nel 2027.

In realtà, il mondo fossile ha iniziato timidamente a diversificare: nel 2022 solo il 2,5% delle sue spese complessive ha riguardato le rinnovabili. Adesso però è il momento di effettuare drastiche scelte strategiche.

Anche se c’è chi preconizza la continuazione della crescita della domanda di gas e petrolio, la realtà sarà diversa e potrebbe essere traumatica per chi non si affretterà a diversificare seriamente i propri investimenti.

Questo sarà uno dei temi al centro delle discussioni della COP28 negli Emirati Arabi, un paese dalle vaste riserve di petrolio e di metano dove, come biglietto da visita green, è stato appena inaugurato un parco fotovoltaico da 2 GW, il più grande del mondo.

In effetti, la scelta di organizzare la conferenza sul clima a Dubai potrebbe rappresentare una forte sollecitazione per il mondo fossile.

Ed è significativa (e in qualche modo stupefacente considerando il passato della Iea) la dichiarazione del suo direttore esecutivo, Fatih Birol: “L’industria del petrolio e del gas affronterà il momento della verità alla COP28. Deve scegliere se continuare ad alimentare la crisi climatica o essere un attore del passaggio all’energia pulita. Per svolgere appieno il proprio ruolo nel raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, entro il 2030 il 50% degli investimenti dovrebbe essere destinato all’energia pulita.”

Una bomba. Fino a ieri queste affermazioni venivano dal mondo ambientalista più radicale. Vedremo se il settore del fossile (a partire dall’Eni) saprà rimettersi in discussione.

L’articolo è pubblicato sul n.5/2023 della rivista bimestrale QualEnergia (in uscita)

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