Nord Africa, la difficile transizione verso le rinnovabili

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Dal Marocco all’Egitto, il grande potenziale di solare ed eolico si scontra con reti fragili, dipendenza dai combustibili fossili e investimenti insufficienti. Opportunità, contraddizioni e ostacoli della svolta energetica nordafricana.

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Finalmente il nostro dirimpettaio meridionale, la Tunisia, ha dato il via alla sua transizione energetica.

L’Assemblea dei rappresentanti del popolo tunisino ha approvato un prestito di 430 milioni di euro della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo.

In Tunisia, un GW di fotovoltaico e una rete da rinnovare

Il finanziamento servirà a realizzare un gigawatt di impianti fotovoltaici di grandi dimensioni e a ristrutturare la vetusta rete elettrica locale, affinché possa sostenere il trasferimento dell’elettricità solare dal sud desertico del paese verso le città della costa.

“Scopo del finanziamento – ha spiegato il ministero tunisino dell’Energia – è portare la quota delle energie rinnovabili nel mix elettrico tunisino dall’attuale 5,1% al 27% entro il 2028, attraverso la costruzione di nuovi impianti, il coinvolgimento di produttori indipendenti e la sottoscrizione dei contratti di acquisto dell’energia previsti dal programma. La crescita della componente rinnovabile deve contribuire a ridurre il ricorso ai combustibili fossili, contenere le emissioni e rendere il sistema energetico meno vulnerabile alle oscillazioni dei mercati internazionali”.

Finora l’84% dell’elettricità tunisina è stato prodotto da vecchie centrali a gas, alimentate con una materia prima importata per circa l’80%, dopo che i piccoli giacimenti locali al confine con la Libia hanno iniziato a esaurirsi.

Le quote sempre maggiori di metano importato, in una fase caratterizzata da forti oscillazioni del prezzo internazionale del gas, stavano svenando le casse tunisine. L’energia è infatti fortemente sussidiata dallo Stato, che ha speso circa 300 milioni di euro l’anno per ridurne il prezzo per i cittadini. E poiché le rinnovabili sono molto più economiche del gas, si spera che il peso per l’erario possa diminuire in tempi rapidi.

Un altro vantaggio per la Tunisia è rappresentato dall’occupazione: secondo le previsioni, queste fonti potrebbero assicurare 30mila nuovi posti di lavoro in un paese con un tasso di disoccupazione del 15%, che sale fino al 30% tra i giovani.

Importante per questa prima fase della transizione sarà anche l’elettrodotto Elmed da 600 MW con l’Italia. Servirà a esportare verso il nostro paese l’energia rinnovabile prodotta in surplus, consentendo alla Tunisia di incassare valuta pregiata, ma anche a importare elettricità in caso di carenze improvvise, garantendo maggiore stabilità alle forniture.

Da Desertec al nuovo interesse europeo

Il caso tunisino non è isolato. Dopo decenni di quasi totale indifferenza, il Nord Africa sta iniziando a puntare sulle opportunità offerte dal solare e dall’eolico.

La preistoria di questo risveglio è rappresentata dal mega progetto Desertec, che una ventina di anni fa immaginava di collegare Europa e Nord Africa attraverso decine di elettrodotti. Queste infrastrutture avrebbero dovuto trasportare verso le città europee l’energia generata da 1.000 GW di impianti solari ed eolici installati lungo le coste meridionali del Mediterraneo.

Desertec naufragò a causa dei costi eccessivi – circa 400 miliardi di euro per fornire il 15% dell’elettricità europea –, del boom del fotovoltaico in Europa e dell’instabilità politica nel mondo arabo. Il progetto fu inoltre accusato di colonialismo energetico, anche se in effetti  importare elettricità verde non è certo peggio che importare gas e petrolio.

L’idea di acquistare energia rinnovabile dal Nord Africa, però, non è tramontata. Sarebbe anche un ottimo modo per superare il divario energetico invernale, quando la produzione solare in Europa può diminuire anche del 90%, mentre il sole continua a splendere nell’area sahariana.

Per questa ragione, se scegliessero realmente di puntare sulle fonti rinnovabili, i paesi nordafricani troverebbero in Europa un mercato più che ricettivo.

Il Marocco, pioniere delle rinnovabili nordafricane

Il primo paese del Nord Africa ad aver intuito, fin dal 2009, i benefici delle rinnovabili per la domanda interna e per le esportazioni è stato il Marocco, non a caso l’unico paese dell’area privo di significative risorse fossili.

Oggi solare ed eolico coprono il 45% della domanda interna marocchina e Rabat vuole arrivare al 52% entro il 2030.

Il paese si sta inoltre attrezzando per esportare energia rinnovabile in Europa. Nel 2021 ha lanciato l’ambiziosa idea di Xlinks, un elettrodotto di 4.000 km tra i suoi deserti e la Gran Bretagna, destinato a trasportare l’elettricità prodotta da 11 GW di impianti fotovoltaici.

Il progetto è ora “in pausa”, a causa del rifiuto del governo britannico di consentire all’energia marocchina di accedere ai contratti per differenza, i Cfd. Potrebbe però rinascere come Sila-Atlantik, con un tracciato allungato di altri 2.000 km per arrivare fino in Germania.

In questo modo, il picco di produzione dei 15 GW solari previsti in Marocco coinciderebbe con le prime ore della sera in Europa centrale, quando il fotovoltaico locale smette di produrre e i prezzi dell’elettricità aumentano. Ciò contribuirebbe a rendere il progetto più bancabile, un aspetto essenziale considerando che l’investimento necessario sarebbe di circa 40 miliardi di euro.

Idrogeno, ammoniaca e metanolo verde

Il Marocco sta valutando anche altri sistemi per esportare  energia da “sole e vento”.

Con TotalEnergies sta studiando la costruzione di hub per la produzione di idrogeno verde, un gas che, però, è notoriamente una brutta gatta da pelare dal punto di vista dell’immagazzinamento e del trasporto.

Per questo il paese punta soprattutto alla successiva conversione dell’idrogeno in “molecole verdi”, incentivando consorzi privati a sviluppare impianti integrati in grado di accoppiare parchi solari ed eolici con unità di sintesi chimica per produrre ammoniaca e metanolo, molto più semplici da trasportare.

In questo quadro, OCP Group, uno dei maggiori produttori di fertilizzanti al mondo, ha lanciato il progetto Chbika. Il gruppo importa attualmente in Marocco ammoniaca prodotta da metano fossile, utilizzata per fabbricare urea e nitrati.

Il progetto prevede un gigawatt di impianti eolici e solari nel sud del paese, destinati ad alimentare un impianto per la produzione di idrogeno tramite elettrolisi. L’idrogeno sarà poi convertito in 200mila tonnellate all’anno di ammoniaca verde.

L’Algeria vuole preservare il gas per l’export

Spostandosi verso est, l’interesse per le rinnovabili diminuisce nettamente, anche a causa della presenza di ricchi giacimenti di greggio e metano.

L’Algeria, ormai il nostro maggiore fornitore di metano, che paghiamo a caro prezzo dopo l’attacco statunitense in Iran, sta tuttavia iniziando ad accarezzare l’idea di seguire la strada “rinnovabile” intrapresa dai paesi arabi del Golfo Persico.

La strategia consiste nell’installare impianti fotovoltaici nelle aree desertiche, riducendo il consumo di gas e petrolio per la produzione elettrica e liberando così maggiori quantità di combustibili fossili per l’esportazione. L’obiettivo di Algeri è realizzare 15 GW di fotovoltaico entro il 2035.

Il modo scelto per raggiungerlo presenta un elemento originale: invece di importare i pannelli dalla Cina, l’Algeria vorrebbe produrli internamente, utilizzando la propria energia a basso costo per fabbricare silicio, alluminio e vetro.

Come primo passo, Eni e la compagnia algerina degli idrocarburi Sonatrach hanno inaugurato il Solar Lab, dedicato a testare l’efficienza di diverse tipologie di pannelli solari nelle condizioni climatiche estreme del Sahara, con l’obiettivo di individuare le tecnologie più adatte ai grandi impianti nordafricani.

Contemporaneamente, il complesso statale algerino Elak, che già controlla piccole aziende locali capaci di produrre pannelli per alcuni megawatt l’anno, ha stretto accordi con la cinese LONGi per realizzare apparecchiature fotovoltaiche avanzate.

L’intenzione è gettare le basi per la più grande fabbrica del Maghreb, in grado di soddisfare la domanda interna di impianti e trasformare l’Algeria in un polo per l’esportazione di tecnologie solari.

L’Egitto e la “sbornia” da idrocarburi

Continuando verso est e saltando la Libia, che prima di pensare alle rinnovabili deve risolvere i suoi numerosi problemi di stabilità politica, si arriva al caso più singolare della transizione energetica nordafricana: l’Egitto.

È un caso da manuale di “ubriacatura da idrocarburi”, con tanto di dolorosa “post-sbornia” finale. Il paese del Nilo ha una popolazione che cresce a un ritmo elevatissimo e, di conseguenza, un disperato bisogno di energia a basso costo per sostenere una domanda in aumento e accrescere la produzione industriale.

Nonostante disponga di enormi spazi desertici e di un altrettanto grande potenziale eolico e fotovoltaico, finora l’Egitto ha fatto poco nel campo delle rinnovabili. Quasi il 90% della sua elettricità continua a essere prodotto con gas e petrolio, mentre la parte restante proviene soprattutto dalla diga di Assuan.

La causa di questa disattenzione risale al 2015, quando Eni scoprì al largo delle coste egiziane Zohr, il più grande giacimento di gas naturale del Mediterraneo orientale.

Invece di utilizzare questa ricchezza come ponte verso il solare, il governo egiziano si gettò a capofitto sui combustibili fossili, affidando alla tedesca Siemens la costruzione di tre centrali a gas per complessivi 14,4 GW, a fronte di una capacità elettrica nazionale di circa 60 GW.

Zohr si è però rivelato una vera “fregatura”. La sua produzione ha iniziato presto a diminuire, anche a causa delle infiltrazioni d’acqua, e dopo aver raggiunto un picco di circa 76 milioni di metri cubi al giorno, oggi non arriva a 54 milioni.

Il giacimento non riesce quindi più a coprire l’enorme crescita dei consumi di metano del paese. Per evitare il collasso della rete, sotto la pressione di una popolazione di 110 milioni di abitanti e di estati sempre più torride, l’Egitto ha dovuto riprendere a importare Gnl dall’estero e gas via tubo da Israele.

Con la crisi in Iran, la bolletta energetica egiziana per l’import di combustibili è triplicata, facendo precipitare il paese in una crisi valutaria. Il governo è stato così costretto a imporre severi programmi di austerità e di razionamento dell’elettricità.

La corsa egiziana verso sole e vento

Il Ministero dell’Elettricità ha ora ordinato lo sviluppo immediato di 3 GW di nuovi progetti solari ed eolici dotati di batterie, con l’obiettivo di ridurre rapidamente i consumi di gas delle centrali termoelettriche.

Il governo punta ad arrivare a 27 GW di solare ed eolico entro il 2028 e a coprire con le rinnovabili il 42% della domanda elettrica entro il 2030.

È stato inoltre avviato un progetto per installare pannelli solari sui tetti di 7.000 fabbriche, destinati all’autoconsumo.

Altri progetti riguardano la produzione di ammoniaca verde per i fertilizzanti e di metanolo ricavato da idrogeno verde, con il quale rifornire le navi predisposte per utilizzare questo carburante che in futuro transiteranno attraverso il canale di Suez.

Una sorta di disperata corsa verso le fonti rinnovabili, della quale si è parlato pochissimo, certamente meno dei roboanti annunci sulla “rivoluzione energetica” che avrebbe dovuto produrre la scoperta di Zohr e degli altri giacimenti, in realtà assai più modesti, del Mediterraneo orientale.

Ora la rivoluzione energetica guarda al sole e al vento.

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