Il gas, Israele e quei “legami” con i paesi del Mediterraneo

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Tra crisi regionali, accordi miliardari e pressioni europee, le risorse offshore di Israele puntano a ridefinire equilibri geopolitici e creare strette dipendenze energetiche.

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Il Mediterraneo orientale è diventato negli ultimi anni teatro di una corsa a tappe per la sicurezza energetica in cui Israele è passato da un ruolo di gregario a quello di aspirante leader.

Se da un lato i giacimenti Leviathan e Tamar offrono a Israele una leva inedita sui vicini arabi, dall’altro la guerra alla striscia di Gaza, lo scontro con l’Iran, le tensioni con Hezbollah e l’incertezza delle rotte di esportazione rendono queste risorse tanto preziose quanto fragili.

La fotografia è quella di un Paese che, da esportatore marginale, è diventato in meno di dieci anni fornitore chiave per l’Egitto e la Giordania, interlocutore ricercato dall’Unione europea e soggetto osservato con attenzione anche dall’Italia, che vede nei flussi dall’Est Mediterraneo un tassello della propria sicurezza energetica.

“L’industria del gas naturale israeliana è un asset strategico che contribuisce alla stabilità regionale”, ha rimarcato il ministro israeliano dell’Energia Eli Cohen”.

Egitto: sicurezza energetica e fragilità politica

Il calo drammatico della produzione nazionale ha trasformato l’Egitto da esportatore a importatore netto. I dati del ministero egiziano dell’Energia mostrano un crollo dai 6,1 milioni di piedi cubi al giorno del 2021 ai 3,5 milioni del maggio 2025, una riduzione di quasi il 45%.

Per il Cairo, che ha costruito la propria politica energetica sulla promessa dell’autosufficienza grazie al maxi-giacimento Zohr, la contrazione ha significato razionamenti elettrici, blackout diffusi e tensioni sociali.

In questo contesto, l’accordo da 35 miliardi di dollari firmato nell’agosto 2025 con i partner di Leviathan (Chevron, NewMed, Ratio Energies) appare come un’àncora di stabilità: 130 miliardi di metri cubi garantiti fino al 2040, con un primo incremento di 20 miliardi dal 2026.

“È molto meglio di qualsiasi alternativa in forma liquefatta… farà risparmiare miliardi all’economia egiziana”, ha dichiarato l’amministratore delegato di NewMed, Yossi Abu, a Reuters.

Ma il gas israeliano non è solo una questione economica. Secondo un’analisi del Financial Times, i flussi verso l’Egitto triplicheranno entro il 2029, portando Israele a esercitare un’influenza diretta sulla stabilità del Paese arabo.

L’esperto H.A. Hellyer del centro studi indipendente britannico RUSI, ha avvertito che Tel Aviv potrebbe “usare questa leva energetica come strumento politico” nei confronti del Cairo. Una possibilità che genera preoccupazioni, soprattutto alla luce della posizione del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che pur avendo definito l’azione israeliana a Gaza “un genocidio”, non ha potuto rinunciare al contratto con Leviathan per evitare una crisi interna ancora più grave.

L’infrastruttura stessa diventa parte della partita in atto. La costruzione del nuovo gasdotto Nitzana, annunciata da Chevron e Israel Natural Gas Lines nel settembre 2025, raddoppierà la capacità di esportazione verso l’Egitto a 62,3 milioni di metri cubi al giorno.

L’Egitto potrà così utilizzare tale gas via tubo per rilanciare a sua volta le esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dai suoi terminal di Idku e Damietta, che restano fondamentali per l’Europa e, indirettamente, anche per l’Italia.

Il pragmatismo della Giordania dietro la retorica

Se l’Egitto vive un rapporto contraddittorio, la Giordania mantiene una cooperazione più silenziosa ma altrettanto vitale con Israele.

Dal 2016, Amman importa gas da Israele e oggi questa quota copre fino al 20% del fabbisogno nazionale. Il contratto ha incontrato forte opposizione interna, con manifestazioni e boicottaggi, ma resta in vigore perché rappresenta una fonte sicura e stabile.

“Nonostante la retorica anti-israeliana che emerge da Amman, Israele è rimasto un fornitore affidabile di energia e acqua, un segnale di potenziale crescita nei rapporti bilaterali”, ha detto Ahmad Sharawi, analista della Foundation for Defense of Democracies (FDD), un ente americano di ricerca senza affiliazioni politiche.

Questa osservazione evidenzia un doppio livello: la politica ufficiale, che resta legata al sostegno alla causa palestinese, e la diplomazia energetica, che procede per vie più pragmatiche.

La dipendenza energetica si combina con quella idrica. Israele esporta acqua potabile verso la Giordania, rafforzando una rete di scambi che tiene insieme i due Paesi malgrado la sfiducia reciproca. Come osserva Mariam Wahba, analista della FDD, “l’aumento delle esportazioni di gas a Egitto e Giordania, nonostante l’antagonismo pubblico, evidenzia il ruolo strategico di Israele nella stabilità e prosperità regionali”.

Europa e Italia, tra energia e violazioni del diritto internazionale

L’Unione europea ha guardato al gas israeliano come a un sostegno per ridurre la dipendenza dalla Russia. Nel 2022, la Commissione europea aveva firmato un memorandum con Israele ed Egitto, che consentiva di convogliare gas israeliano nei terminal egiziani e da lì liquefarlo e spedirlo in Europa.

“Per la prima volta Israele potrà esportare il gas verso l’Europa, posizionandosi come potenza del gas naturale”, aveva dichiarato l’allora ministra israeliana Karine Elharrar al Guardian (La diplomazia israeliana del gas e tutti i suoi limiti).

Ma l’accordo è finito nel mirino delle organizzazioni non governative e di alcuni eurodeputati. Secondo Global Witness, “questo memorandum rischia di rendere l’Ue complice di violazioni del diritto internazionale, poiché include risorse estratte da territori palestinesi contesi”. L’eurodeputato irlandese Barry Andrews ha avvertito: “L’Unione europea rischia di violare i propri obblighi legali internazionali continuando questa cooperazione energetica”.

Per l’Italia, la questione è doppiamente sensibile. Da un lato, il governo mira a assumere il ruolo di hub energetico mediterraneo, aumentando gli scambi con l’Egitto e indirettamente beneficiando dei flussi israeliani che transitano per Idku e Damietta. Secondo i dati riportati dal Guardian, tra il 2020 e il 2024 circa il 50% del GNL egiziano arrivato in Europa è stato diretto a Spagna, Francia e Italia, per un valore complessivo di 9 miliardi di dollari.

Dall’altro lato, diverse società italiane sono coinvolte direttamente nelle infrastrutture e nelle licenze legate al gas israeliano. Eni, attraverso la controllata Eni UK, ha perfezionato nel 2024 un’operazione di fusione con Ithaca Energy, società parte del gruppo israeliano Delek. Inoltre, Eni ha ottenuto da Tel Aviv licenze di esplorazione offshore in aree di fronte a Gaza, che ONG come Global Witness considerano “illegittime” perché ricadenti in zone contese.

Anche Snam è parte attiva della catena di transito: dal 2021 detiene il 25% della East Mediterranean Gas Company (EMG), che possiede il gasdotto Arish-Ashkelon, cruciale per l’export israeliano verso l’Egitto.

Questa esposizione colloca Roma in una posizione strategica ma anche delicata: l’Italia beneficia economicamente e politicamente del gas israeliano, ma rischia di trovarsi implicata nelle stesse controversie legali e geopolitiche che circondano Bruxelles.

Una stabilità incerta

Israele appare oggi come un fornitore necessario a molti clienti, ma la sua posizione rimane vulnerabile.

Le infrastrutture del Leviathan (nella foto) e del Tamar sono state più volte interrotte a causa di missili e droni lanciati da Hezbollah e dall’Iran, secondo OilPrice. Questo rende il gas israeliano un asset ad alto rischio geopolitico.

Sul piano economico, i prezzi restano competitivi: circa 0,27 $ per metro cubo, contro i 0,48 del GNL spot, secondo OilPrice. Ma il vantaggio di costo non compensa i rischi politici, secondo alcuni osservatori.

“L’amministrazione egiziana ha alternative e scenari” per sostituire Israele, ha dichiarato Diaa Rashwan, portavoce del Servizio di informazione statale egiziano. Tuttavia, rinunciare al gas israeliano significherebbe per Il Cairo affrontare costi ben più alti e tensioni sociali difficili da gestire.

Per Israele, il gas rappresenta dunque uno strumento a doppio taglio: garantisce influenza e introiti, pari a 638 milioni di dollari di ricavi dall’export nel 2024, secondo il ministero dell’Energia israeliano, ma può trasformarsi in bersaglio politico e militare.

Per l’Italia e per l’Europa, la sfida è simile: sfruttare le opportunità energetiche dell’Est Mediterraneo senza restare intrappolati nelle fragilità politiche e nei rischi legali posti da un’area segnata da guerre, genocidi, instabilità e dispute territoriali.

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