Exxon nelle prossime settimane renderà pubblico con un report l’impatto potenziale che le politiche di riduzione delle emissioni potrebbero avere sui suoi asset. La notizia è storica, perché mostra che le grandi compagnie delle fossili non possono più evitare di confrontarsi, con i propri azionisti e pubblicamente, sul rischio della cosiddetta carbon bubble, ossia il danno economico che avranno per la quantità di petrolio, gas e carbone che dovranno lasciare sotto terra a seguito delle politiche necessarie a combattere il global warming: i cosiddetti stranded asset.

A rendere nota la prossima pubblicazione del report non è la compagnia stessa ma Arjuna Capital, fondo di investimento attento alla sostenibilità che, in qualità di azionista della multinazionale texana, ne ha fatto richiesta formale (vedi comunicato allegato in basso). Exxon renderà pubbliche una serie di informazioni, a partire dalle emissioni di CO2 legate alle sue attività, fino all’impatto che la normativa ambientale e quella per ridurre le emissioni di gas serra potranno avere sui suoi bilanci.

Stime che Exxon ha ovviamente già fatto ma che fino ad ora si è guardata bene dal pubblicare. La multinazionale – riporta il Wall Street Journal – si prepara ad un futuro in cui al 2040 una tonnellata di CO2, nei paesi sviluppati come Usa ed Europa, costerà circa 80 dollari, cioè oltre 10 volte il prezzo attuale. E come sappiamo un prezzo della CO2 più alto renderebbe molto più costoso valorizzare gran parte delle riserve di Exxon, specie quelle più carbon-intensive e che già necessitano di processi di estrazione molto dispendiosi,  come sabbie bituminose e riserve in acque profonde.

La speranza è che il fatto che la multinazionale sia costretta a confrontarsi pubblicamente con gli azionisti su questi rischi si rifletta in un tempestivo riposizionamento strategico: “Se le compagnie continuano a investire tantissimo sulle riserve di idrocarburi non convenzionali non resterà molto spazio di manovra”, commenta Natasha Lamb di Arjuna. “Nei bilanci vengono conteggiati sempre più asset non convenzionali ‘di frontiera’. Queste riserve non sono solo le più carbon-intensive, le più rischiose e le più costose da estrarre, ma anche gli asset più vulnerabili in termini di svalutazione”.

L’azione di Arjuna Capital, si colloca nell’ambito dell’iniziativa promossa da Ceres, un gruppo di 70 investitori, responsabili collettivamente di oltre 3.000 miliardi di asset, che sta chiedendo formalmente conto del rischio di stranded asset ai colossi dell’industria energetica mondiale, 45 compagnie tra le quali la nostra partecipata pubblica Eni (vedi QualEnergia.it).

Il problema per i lettori di QualEnrgia.it è noto: se vogliamo evitare gli effetti peggiori del global warming gran parte delle riserve fossili in possesso delle compagnie dovranno rimanere nel sottosuolo, con conseguenze economiche potenzialmente disastrose per i loro bilanci. Ma allo stesso tempo se questi idrocarburi venissero bruciati, gli impatti sul cambiamento climatico colpirebbero duramente, oltre a noi tutti, anche la stessa industria delle fossili: basti pensare ai milioni di barili al giorno di capacità estrattiva che gli uragani Rita e Kathrina hanno messo fuori gioco per mesi. 

Nel suo World Energy Outlook 2012, la IEA valuta che per raggiungere l’obiettivo dei 2 °C di riscaldamento massimo, non si potrà bruciare più di un terzo delle riserve provate (vedi grafico sotto). In questo scenario, mostrano le stime del gruppo bancario HSBC, il valore di gran parte delle aziende del settore crollerebbe del 40-60%. La decarbonizzazione necessaria per frenare il global warming potrebbe inoltre far calare il prezzo dei prodotti petroliferi, riducendo ulteriormente il valore delle riserve, evento che, secondo Standard & Poor’s, porterebbe ad un declassamento nel rating di affidabilità delle compagnie del comparto oil & gas.

Fino ad ora il mondo delle fossili ha apparentemente continuato come nulla fosse, forse contando di riuscire a boicottare le politiche sul clima: nel 2012, mostra un report dell’ong Carbon Tracker Initiative le 200 aziende più grandi hanno investito 674 miliardi di dollari in nuove riserve. Gas, petrolio e carbone che potrebbero essere destinati a rimanere sotto terra, con un conseguente buco nell’acqua a livello economico.

La carbon bubble o bolla della CO2, ricordiamo, oltre ai bilanci delle compagnie, potrebbe minare l’economia mondiale: la capitalizzazione legata alle risorse fossili al momento ha un ruolo molto importante su diverse Borse: 20-30% in Borse come quella australiana, Londra, Mosca, Toronto e San Paolo. Inoltre nelle fonti fossili hanno investito e continuano ad investire moltissimo Stati, enti locali e grandi fondi pensione.

Nonostante questo la questione sembra essere tuttora pericolosamente sottovalutata dall’opinione pubblica: speriamo che il fatto che grandi multinazionali come Exxon inizino ad essere più trasparenti sui rischi cambi la situazione e che si acceleri la prevenzione: bisogna disinvestire dalle fossili il più in fretta possibile.

Il comunicato di Arjuna Capital (pdf)

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