Ma siamo sicuri che una veloce uscita dal carbone e dal nucleare sia una buona idea per l’Europa?

Certo, si avrebbe una riduzione delle emissioni, ma visto il modo in cui pensiamo di uscirne, sostituendo quelle due fonti “temporaneamente” con un maggiore uso di gas naturale, fa venire pesanti dubbi sulle gravissime conseguenze potenziali di questa strategia.

L’ultima conferma di questi rischi arriva dall’accusa di Fatih Birol, direttore della Iea: la Russia usa le sue forniture di gas all’Europa, che coprono circa il 40% del fabbisogno continentale, come un’arma geopolitica, centellinandole quando serve, in modo da far schizzare in alto il prezzo di questa fonte energetica e “ammorbidire” le posizioni dei governi europei su argomenti conflittuali, come il destino dell’Ucraina o del gasdotto North Stream 2.

Birol ha spiegato al Financial Time come la russa Gazprom compensi le minori forniture, con il non riempimento degli stoccaggi che la stessa azienda possiede in Europa. In questo modo l’arrivo del metano sembrerebbe quasi regolare, ma gli stoccaggi, che sono strategici per sopperire a eventuali emergenze, si trovano a un pericoloso basso livello, tanto da alimentare la speculazione sul rialzo del costo del metano.

L’avviso della Iea è solo l’ultimo di una lunga serie che sottolinea come l’Unione Europea si sia nel tempo legata intorno al collo un pesante cappio fatto di metano,  che non solo la espone ai ricatti di fornitori autoritari e prepotenti, ma anche ai pericolosi capricci del mercato.

Non che gli alti e bassi del prezzo dei fossili siano una novità, ma quanto visto in questi ultimi mesi non ha precedenti: fra l’inizio e la fine del 2021, il prezzo del metano in Europa si è decuplicato, toccando i 180 $/MWh, e solo ora sembra che le aziende italiane si stiano rendendo conto di quanto questo comporti per loro: un aumento della bolletta energetica di circa 30 miliardi.

Aumento, peraltro, solo in parte causato dalle manovre russe, e che invece poggia le basi sul fatto che nei mesi scorsi di metano sul mercato non ce n’era abbastanza per tutti, a causa sia di eventi meteo che dei colli di bottiglia derivati dalla pandemia, che si sono incrociati con l’improvviso incremento della domanda dell’Asia in ripresa economica.

Molti sperano quindi che nei prossimi mesi tutto torni come prima, ma, come ha ricordato in un’intervista a Repubblica il presidente di Enel Francesco Starace: “Il caro gas finirà, poi tornerà, poi ricomincerà. Il gas è il fratello minore del petrolio e ha i suoi stessi geni, è volatile da sempre. Occorre ridurre la nostra dipendenza da questa commodity preziosa, ma fin troppo instabile”.

Una volatilità che si amplificherà, perché l’Asia pianifica di usarlo sempre di più per sostituire il carbone nella produzione elettrica e nel riscaldamento: solo la Cina prevede un aumento del 50% nei suoi consumi entro il 2030 (da 330 mld di mc a 450, contro i circa 400 mld mc di consumo attuale dell’Ue).

Insomma, la coperta del metano potrebbe diventare talmente esigua ed esposta a ricatti geopolitici, da trasformare l’attuale “situazione eccezionale”, nella “nuova normalità”, con il rischio di trovarsi a ogni inverno con prezzi dell’energia alle stelle, se non blackout causati dall’impossibilità di avere sufficienti rifornimenti.

Di fronte a questa situazione di grave rischio energetico verrebbe da pensare che ai vertici dell’Unione Europea si stiano elaborando piani strategici per fuggire il prima possibile dalla morsa del gas naturale.

Invece che cosa propone la Commissione Europea? Di inserire il gas nella “tassonomia verde” come indispensabile “energia di transizione” per uscire da quella a carbone, sia pure con normative tecniche limitanti, meritevole di finanziamenti agevolati, se non addirittura aiuti pubblici.

Per noi italiani la questione potrebbe essere relativamente marginale, visto che già siamo immersi fino al collo nella produzione elettrica da metano (il 40%) e di carbone ne usiamo ormai molto poco.

Ma il quadro è molto diverso in quei paesi che lo impiegano ancora massicciamente.

Il peso massimo in questo campo è certamente la Germania, paese che produce il 20% dell’elettricità della Ue, che per il 25% è generata da 43 GW alimentati a carbone. Secondo i programmi tedeschi di decarbonizzazione questa fonte sarà eliminata entro il 2038, mentre già entro il 2022 si chiuderanno i 4 GW rimasti di centrali nucleari.

Secondo TenneT, l’operatore della rete tedesca, l’energia di baseload che andrà a sparire dovrà essere sostituita con quella programmabile più a portata di mano, il gas naturale, aggiungendo una potenza che potrebbe oscillare tra 18 e 44 GW, agli attuali 25 GW a metano già esistenti; molto dipenderà anche da quante rinnovabili il paese riuscirà a installare e rendere programmabili nel breve-medio periodo.

Anche se l’ingresso dei Verdi al governo promette un’accelerazione forsennata nell’installazione di rinnovabili, viene da chiedersi cosa succederà quando la Germania aggiungerà un consumo di metano per l’elettricità che oscillerà fra la metà e il 100% di quello italiano (oggi secondo consumatore di gas in Europa), soddisfatto in gran parte dai 25 miliardi di metri cubi in arrivo dalla Russia attraverso il controverso gasdotto North Stream 2.

Al consumo di metano della Germania va aggiunto poi il previsto aumento di consumi di gas di altri paesi alle prese con l’uscita dalla forte dipendenza da carbone, come la Polonia.

In sintesi, l’impressione è che seguendo questa strada ci ritroveremo ancora più esposti ai ricatti geopolitici e alle oscillazioni selvagge dell’offerta, con un mercato dominato da una domanda sempre più difficile da soddisfare.

Potrebbe essere una provocazione, ma da tutta questa situazione, a mio avviso, si arriva ad una riflessione che potrebbe sembrare “eretica”: ma siamo così sicuri che ci convenga abbandonare rapidamente carbone (e nucleare) per sostituirlo con un’altra fonte fossile, che sarà pure meno inquinante e con un terzo delle emissioni (a cui vanno però aggiunte le perdite dirette di metano, potente gas serra), ma che presenta i pesanti rischi politico-economici che si sono elencati?

Ovviamente non sto proponendo di tenerci il carbone, ma di sostituirlo direttamente con impianti a rinnovabili programmabili di pari produzione, saltando la “fase di trasizione” del gas naturale. Le centrali nucleari esistenti, con i necessari rigidi controlli, potrebbe invece raggiungere la fine della loro vita operativa.

L’impresa è alquanto complessa: un GW di potenza a carbone corrisponde in termini di generazione elettrica più o meno a 5 GW di energia solare (cioè 5mila megawatt che andrebbero a occupare circa 50 kmq). Inoltre, per diventare programmabili e affidabili anche quando il sole è scarso, questi impianti richiederanno una combinazione di grandi impianti di accumulo a breve termine come le batterie, a medio come il pompaggio idro, e a lungo termine come l’idrogeno.

Tuttavia, questa sarebbe una sfida tecnico-scientifica che l’Europa ha i mezzi e le competenze per vincere: stiamo puntando miliardi di euro sulla scommessa, molto più incerta e tardiva della fusione nucleare (il progetto Iter). Non potremmo invece deviare una frazione di quei finanziamenti su un progetto di realizzazione di prototipi di centrali solari ed eoliche programmabili quanto quelle a fossili o atomiche?

Si potrebbe lavorare subito su centrali sperimentali, costruite nelle varie aree e climi europei, del tutto operative e collegate alla rete come quelle commerciali, ma dotate del giusto mix di accumuli per renderle affidabili, e che facciano da modello per la sostituzione diretta delle centrali a carbone.

Facendo tesoro di questa sperimentazione pubblica, i privati potranno poi partecipare a gare per realizzare impianti non tanto destinati ad aggiungere potenza intermittente alla rete, ma orientati all’eliminazione di specifiche centrali a fossili esistenti: prima quelle a carbone, poi quelle a gas e, infine, le nucleari.

Mi rendo conto che proporre di mantenere nucleare e carbone un po’ più a lungo, significa essere subito incasellati nel campo dei “nemici” del clima e dell’ambiente.

L’atomo e il carbone sono ormai lo scalpo che ambientalisti e partiti Verdi vogliono vedere presto sventolare, ma se il costo della loro rapida eliminazione è la crescente dipendenza da un’alternativa che rischia di mettere in ginocchio imprese e cittadini europei, con imprevedibili e potenzialmente devastanti ricadute politiche, forse riflettere su un piano B, più lento ma più sicuro, potrebbe essere più razionale e comunque da prendere in considerazione.