Invece delle renne e di Babbo Natale, quest’anno i “doni” più attesi li porta una flotta di 15, forse 26, navi gasiere americane, piene di metano liquefatto (GNL o LNG), che partite dagli impianti del Golfo del Messico e della costa orientale, Bloomberg segnala in rotta verso l’Europa.

Nonostante i timori di un aumento incontrollato del prezzo del metano, causati da una serie di fattori climatici e geopolitici concomitanti, che avrebbero messo alla lunga in gravissima difficoltà l’economia dei paesi europei (Caro energia, un terremoto con conseguenze che potrebbero essere devastanti), a mettere una pezza a una situazione che sembrava senza uscita, sarà il buon vecchio mercato.

Con il metano a 180 €/MWh (negli Usa costa circa 40 $/MWh), le navi cariche di gas liquido, hanno cambiato improvvisamente rotta, passando dal dirigersi in massa verso l’Asia, al navigare verso l’Europa.

Nei mesi scorsi la variazione di rotta era stata inversa per approfittare dei prezzi asiatici spinti in alto dalla precoce ripresa economica post-pandemica di quella parte di mondo; e questo era stato uno dei fattori del boom del prezzo del gas e dell’elettricità nel nostro continente.

Ma adesso le carte sono cambiate, e dagli esportatori di gas sembra essere arrivato il contrordine.

Certo, prima di stappare lo champagne per il cessato pericolo, bisognerà vedere quanto l’arrivo di questo gas influenzerà il prezzo, che, ricordiamo, non è un “dono natalizio” ma arriva qui proprio perché lo paghiamo più caro. E se pretenderemo di pagarlo molto meno, quelle navi faranno presto a girare la prua verso est.

I 30 rigassificatori europei hanno in totale una capacità di importare 200 miliardi di metri cubi di gas l’anno, usata nel 2019 per circa la metà, mentre i consumi totali dei paesi europei sono di circa 400 mld mc, dei quali il 40% arriva dalla Russia. I famosi stoccaggi strategici continentali, il cui scarso riempimento la primavera scorsa è un stato altro fattore del rialzo dei prezzi, ne contengono 117 mld mc.

Ora, il punto è che ogni nave LNG trasporta circa 200mila mc, equivalenti a 116 milioni di mc di metano gassoso: servirebbero 2000 viaggi per trasportare la metà del gas consumato in un anno, 1500 per sostituire l’apporto russo e 1000 per riempire gli stoccaggi strategici.

Un traffico navale improbabile, considerando le settimane di riempimento, navigazione e svuotamento che ogni viaggio richiede. È più credibile che l’arrivo del LNG faccia da tranquillante alla speculazione finanziaria, che forse, alla vista della flotta gasiera, smetterà di scommettere sul continuo rialzo dei prezzi spot del metano in Europa, raffreddando finalmente le quotazioni.

Un primo segno in tal senso è già arrivato alla vigilia di Natale, che però è anche un periodo di bassi consumi: il prezzo del gas è improvvisamente sceso a 106 €/MWh.

Ma tutto potrebbe peggiorare di nuovo in caso di improvvisi peggioramenti delle relazioni Occidente-Russia sull’Ucraina, o di ondate di gelo primaverili, che ci impediscano di nuovo di riempire gli stoccaggi nella stagione in cui il metano è più abbondante ed economico sui mercati.

Bisognerà anche vedere le contromosse asiatiche, cioè, se con l’arrivo della flotta gasiera in Europa, saranno loro a restare a secco (il Giappone, per dire, non ha gasdotti, e dipende interamente dalle forniture GNL).

L’impatto sull’economia

Intanto, nonostante i notevoli sforzi finanziari dei governi per contenere, a spese della finanza pubblica, il quasi decuplicarsi in un anno del prezzo del gas e il sestuplicarsi di quelli dell’elettricità in poche settimane ha portato alle prime chiusure di attività produttive.

Oltre alle 30 aziende di distribuzione elettrica in Gran Bretagna, fallite per impossibilità di fornire elettricità ai prezzi molto più bassi concordati prima dell’autunno, numerose fabbriche energivore nell’Ue hanno sospeso o ridotto l’attività.

In Italia, per esempio la Glencore ha chiuso la produzione elettrolitica di zinco in Sardegna, poiché è troppo cara l’elettricità; così come la norvegese Yara ha bloccato lo stabilimento di fertilizzanti azotati di Ferrara, perché il metano, da cui si ricava l’idrogeno per l’ammoniaca, è rincarato eccessivamente.

In Francia analoghi problemi hanno bloccato la produzione di zinco della Nyrstar, mentre la Aluminium Dunkerque, dopo aver perso 20 milioni in due mesi per le extraspese energetiche, sta pensando di fermarsi. Stesso destino per le fonderie in Romania e Montenegro. E questo nonostante la domanda di metalli sia molto alta.

Altre due fabbriche di fertilizzanti azotati sono state costrette a chiudere, la CF Industries in Gran Bretagna, e la Azomures, che è la più grande della Romania, perché nessun agricoltore comprava più i loro prodotti, a prezzi così alti.

Se dovesse proseguire questa situazione ci potranno essere il prossimo anno grosse ripercussioni sulla produzione di cibo.

E chissà quante altre attività nel continente sono in già seria difficoltà, ma stringono i denti aspettando una discesa dei costi di gas ed elettricità. Se la flotta gasiera non otterrà risultati sperati sarà molto difficile attendersi dei ribassi prima dei due mesi più freddi e di maggior consumo dell’anno.

Una lezione per l’Europa

Insomma, quanto sta avvenendo in questi mesi sui mercati energetici, a prescindere da quando finirà, è una dura lezione su cui noi europei dovremo ragionare a lungo.

Le prime riflessioni dei governanti come Roberto Cingolani, il nostro, sempre più discutibile, ministro della Transizione Ecologica, di estrarre più gas dai nostri quasi estinti giacimenti, più che una soluzione sembra una mancanza di idee…

E dello stesso tipo sono quelle di chi spera nei futuri allacci ai giacimenti di gas, peraltro miserelli, al largo di Egitto o Israele, che non farebbero altro che perpetrare dipendenza e rischi di prezzi impazziti.

Altrettanto stucchevoli sono i soliti cori del “Facciamo il nucleare”, così intenti a ripetere lo slogan, che non solo dimenticano i tempi biblici che questa soluzione richiederebbe, ma non si sono neanche accorti che uno dei paesi più colpiti da questa crisi è proprio la Francia (da settimane al top del costo dell’elettricità in Europa), i cui reattori nucleari, con le loro chiusure per manutenzioni d’emergenza, hanno addirittura peggiorato la situazione.

Anche riproporre i contratti di lungo periodo con fornitori come la Russia non sembra un’idea brillantissima, sia perché potremmo rimpiangere di averli stipulati, se i prezzi dovessero scendere di nuovo, sia perché ci legheremmo ancora più ad attori che molti indicano fra i principali responsabili di questa situazione, per il loro uso disinvolto del gas, come arma di pressione geopolitica.

Tornare allora al carbone? Per carità… a parte le ragioni ambientali, in Polonia, che produce con questa fonte il 70% dell’elettricità, l’aumento del costo sia del carbone che del costo della CO2 ha comunque comportato un quasi triplicarsi del prezzo dell’elettricità nel 2021.

Per capire come uscirne, forse bisognerebbe guardare a chi non è stato troppo ammaccato da questa crisi, la Svezia: lì il mix energetico è composto al 70% da rinnovabili (per i due terzi idroelettrico) e per il 29% da nucleare, e questo ha fatto sì che nelle regioni del nord, dove dominano le rinnovabili, il costo dell’elettricità è addirittura diminuito in questi ultimi mesi, arrivando a 41 €/MWh a novembre, mentre in quelle del sud, più popolate e che impiegano anche altre fonti, sia “solo” raddoppiato, arrivando a 108 €/MWh a novembre, prezzo che ormai nel cuore dell’Europa ce lo possiamo solo sognare.

Fenomeni simili, ma più sporadici, si notano in paesi come Spagna, Germania o Danimarca, che hanno molto eolico: normalmente hanno prezzi stellari dell’elettricità come i loro vicini, ma nei periodi di forte vento, che elimina dal mix le fonti fossili, il loro Pun crolla ai livelli degli anni scorsi, se non addirittura a 0 in certe ora di bassa domanda.

Ovviamente non possiamo sperare di avere l’abbondanza di idroelettrico della Scandinavia, né possiamo affidarci solo ai troppo intermittenti vento o al sole, ma la via d’uscita è chiara: invece di idealizzare ritorni al passato, o di stringerci ancora di più al collo il cappio dei fossili, con l’altro capo spesso in mano a dittatori ostili, bisogna accelerare al massimo l’installazione di impianti a rinnovabili e di sistemi di accumulo e di scambio energetico di ogni tipo, con un vero e proprio piano di emergenza continentale, a questo punto non più solo climatica, ma anche economica.

Si tratterà di un investimento gigantesco e che richiederà molti anni per dare i suoi frutti completi, ma che infine darà all’Europa ciò che gli è sempre mancato: l’indipendenza energetica, oggi condizione imprescindibile per essere veramente liberi.