L’emergenza coronavirus con il lockdown dei trasporti e delle attività industriali in tutto il mondo causerà un crollo senza precedenti della domanda petrolifera.

Secondo le stime appena diffuse dalla IEA (International Energy Agency) in totale si perderanno 9,3 milioni di barili giornalieri nel 2020 in confronto al 2019, assumendo che le restrizioni alla mobilità individuale imposte dai governi si esauriscano negli ultimi mesi dell’anno.

E la domanda in aprile perderà circa 29 milioni di barili ogni giorno rispetto allo stesso mese di un anno fa, tornando sui livelli del 1995.

Così anche nel secondo trimestre 2020 il consumo petrolifero globale si manterrà molto più basso nel paragone con lo stesso periodo del 2019: circa 23 milioni di barili quotidiani persi da aprile a giugno, aspettando una ripresa nella seconda metà dell’anno che però, avverte la IEA, sarà graduale (a dicembre la domanda sarà “sotto” di quasi 3 milioni di barili giornalieri in confronto a dicembre 2019).

L’analisi della IEA poi si focalizza sui recentissimi tagli alla produzione decisi dall’OPEC+ e dai paesi del G20 con l’obiettivo di riportare in equilibrio un mercato petrolifero che nel 2020, se tutto andrà come prevede la IEA (e non peggio) finirà per bruciare quasi un decennio di continua crescita dei consumi.

Tuttavia, avverte l’Agenzia internazionale dell’energia, le misure annunciate dall’OPEC+ e dal G20 non aggiusteranno immediatamente il mercato. In sostanza, scrive la IEA nella sintesi dell’Oil Market Report di aprile (traduzione nostra dall’inglese, con neretti), i tagli alla produzione “aiuteranno un sistema complesso ad assorbire la parte peggiore della crisi, le cui conseguenze per il mercato petrolifero restano molto incerte sul breve termine”.

L’aiuto arriverà in due modi, evidenzia la IEA: abbassando il picco dell’eccesso di offerta e appianando la curva dell’accumulo delle scorte.

In altre parole, tagliando la produzione si punta a ridurre il surplus produttivo di greggio che la domanda non è più in grado di assorbire; peraltro, i serbatoi di stoccaggio sono vicinissimi a essere pieni al 100% e quindi chi estrae oro nero non saprà più dove immettere la sua produzione.

Ricordiamo, seguendo le considerazioni della IEA (vedi anche l’articolo: Petrolio, perché il taglio storico dell’ “Opec+” non basterà a risollevare prezzi) che l’OPEC+ ha stabilito di ridurre la produzione di circa dieci milioni di barili giornalieri dal primo maggio (per due mesi) e questo dovrebbe un po’ rallentare l’accumulo di stock invenduto/inutilizzato nelle settimane successive.

Poi alcuni paesi – Cina, India, Corea del Sud, Stati Uniti – hanno offerto la loro capacità di riserva strategica per consentire di “parcheggiare” temporaneamente i barili in eccesso, oppure stanno considerando di aumentare le loro riserve strategiche per approfittare dei prezzi bassi del barile.

Infine, secondo le stime della IEA, nei prossimi mesi alcuni paesi, con Canada e Stati Uniti in testa, potrebbero perdere circa 3,5 milioni di barili giornalieri a causa dei prezzi troppo bassi; difatti, molti giacimenti non convenzionali (shale oil, sabbie bituminose) non sono in grado di rimanere profittevoli nell’attuale contesto di mercato, perché i costi per l’estrazione di greggio da quei giacimenti sono molto più alti in confronto ai costi operativi dei pozzi tradizionali.

In sostanza, sostiene la IEA, se la produzione scenderà fortemente, la domanda inizierà a riprendersi e parte del greggio andrà nelle riserve strategiche, si potrebbe tornare a condizioni di mercato più stabili nella seconda metà del 2020.