Petrolio, perchè il taglio storico dell’ “Opec+” non basterà a risollevare prezzi

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I produttori ridurranno l’output del 20%, ma a causa del coronavirus l’offerta continuerà a superare di molto la domanda nel breve termine.

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L’Opec ha concordato i più grandi tagli alla produzione petrolifera di sempre con il sostegno della Russia, degli Stati Uniti e dei paesi del G20, nel tentativo di sostenere i prezzi del greggio che l’epidemia di coronavirus ha contribuito a spingere ai minimi da quasi 20 anni a questa parte.

Ma difficilmente tali tagli otterranno gli effetti desiderati dai paesi che più dipendono, a vario titolo, dalle entrate petrolifere. Cerchiamo di capire perché.

L’accordo sui tagli petroliferi è il doppio di quanto concordato dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e ha messo fine alla guerra dei prezzi tra l’Arabia Saudita, leader de facto dell’Opec e suo maggior produttore, e la Russia, un paese non membro che il mese scorso si era rifiutato di sottoscrivere tagli più modesti.

Oltre a riunire il presidente russo, Vladimir Putin, e il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, i tagli hanno ricevuto il sostegno del presidente americano, Donald Trump, e l’ampio sostegno delle nazioni del G20, nonché dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, fondata negli anni ’70 proprio per proteggere i consumatori occidentali dalle collere dell’Opec.

Il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, Abdulaziz bin Salman Al-Saud, ha detto ieri che i tagli effettivi alle forniture globali di petrolio ammonterebbero a circa 19,5 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% dell’offerta mondiale.

A tale riduzione si arriverebbe sommando i tagli di 9,7 milioni di barili al giorno promessi dal cosiddetto Opec+, gli ulteriori tagli di 3,7 milioni di barili al giorno annunciati dal G20 e i circa 3,3 milioni di barili al giorno che secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia dovrebbero essere tolti dal mercato per andare a rimpinguare le scorte strategiche, il tutto per i mesi di maggio e giugno.

Gli ulteriori 2,8 milioni di barili al giorno di tagli che servirebbero per arrivare alla riduzione complessiva prefigurata dall’Arabia Saudita, che ha il turno di presidenza del G20, verrebbero da ulteriori sforzi di diminuzione della produzione che i paesi adotteranno, purché siano fatti collettivamente da tutti i produttori, pro-quota, se ce ne sarà bisogno.

Nonostante la loro portata storica, però, tali accordi difficilmente porranno fine a un crollo molto maggiore della domanda globale, causato dalla pandemia di coronavirus, che ha affossato i consumi del 30%.

Per livellare l’offerta alla domanda attuale, se l’Opec agisse da sola, dovrebbe più o meno azzerare del tutto la sua intera produzione.

L’andamento dei prezzi petroliferi dopo l’annuncio dei tagli sembra confermare lo scetticismo dei mercati, con la varietà di riferimento statunitense, WTI, comunque in calo rispetto alla settimana scorsa di circa il 4%, a poco più di 22 dollari al barile, e la varietà di riferimento europea, Brent, in calo di oltre il 6% dalla settimana scorsa a circa 31,6 $ al barile.

Il tracollo della domanda caratterizzerà i mercati ancora per qualche mese, visto che la ripresa della domanda di greggio, legata al riavvio delle attività produttive e degli spostamenti, sarà molto graduale.

Ciò vuol dire che per fare mercato i produttori dovranno per forza di cose mantenere bassi i loro prezzi di vendita, e una parte di loro potrebbe avere difficoltà a permetterselo e potrebbe quindi fallire.

I tagli dell’Opec non inizieranno prima di maggio e dureranno, allo stato attuale, solo fino a giugno.

Nel frattempo, parte dell’offerta delle ultime settimane sta già raggiungendo i mercati, che non riusciranno a consumarla. Il grosso di tali forniture dovrà quindi andare a finire nei serbatoi di stoccaggio, la cui capacità non utilizzata potrebbe ridursi a zero entro fine maggio, non lasciando altra scelta ai produttori se non quella di interrompere del tutto la produzione di petrolio.

Secondo Roger Diwan, analista di IHS Markit, per quanto gli accordi sui tagli abbiano scongiurato una “guerra dei prezzi aggressiva… non risolvono le difficoltà che i mercati fisici si troveranno ad affrontare nei mesi di maggio e giugno”.

C’è poi da considerare il fatto che, storicamente, gli impegni dei paesi di tagliare la propria produzione petrolifera non sono mai stati rispettati al 100%. È plausibile pensare che i tagli effettivi possano essere anche del 20-30% inferiori a quelli annunciati.

Produttori petroliferi affamati di entrare potrebbero decidere, di fronte ad una prima stabilizzazione dei prezzi, di vendere di più rispetto agli impegni presi. Se ciò si avverasse, sarebbe ancora più difficile per i produttori sostenere i prezzi del greggio nel medio termine e alimentare le proprie entrate.

La Russia, per esempio, si è impegnata a tagliare il suo output di 2 milioni di barili al giorno, ma negli ultimi anni ha faticato a onorare un decimo dei tagli promessi, ha detto al Financial Times Bill Farren-Price, di RS Energy Group, secondo cui i tagli effettivi dell’Opec a maggio e giugno ammonteranno a circa 6,8 milioni di barili al giorno – il 30% in meno di quelli annunciati formalmente.

Riferendosi all’unità di intenti dei paesi produttori, alcuni delegati dell’Opec hanno ammesso che “non appena i prezzi saliranno, sarà come cercare di radunare un gruppo di gatti,” indicando cioè che difficilmente i paesi manterranno i propri impegni se i prezzi petroliferi dovessero aumentare.

Prima che possibili fallimenti dei produttori, serbatoi di stoccaggio pieni e andamento asfittico della domanda riequilibrino l’offerta e i prezzi a livelli sostenibili, passeranno quindi svariati mesi.

La coperta della domanda rimarrà corta ancora per molto tempo e nel frattempo il mercato del greggio difficilmente potrà sfuggire ad una profonda riorganizzazione, sempre che questa non venga rimandata da scelte di sostegno pubblico dei governi, sempre possibili, anche se sarebbero decisamente poco lungimiranti.

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