Il mondo corre spedito oltre la soglia di 1,5 °C. Possiamo ancora limitare i danni?

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Secondo l'Unep ogni cinque anni di emissioni elevate aggiungono circa 0,1 °C al riscaldamento. Per invertire la traiettoria lo zero netto potrebbe non bastare: servirebbero fonti rinnovabili al 60-70% del mix elettrico globale già nel 2030 ed emissioni stabilmente negative.

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Il riscaldamento globale è ormai destinato a superare la soglia di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali e probabilmente già nei prossimi anni.

Lo certifica l’Unep nel suo ultimo report “Limiting Overshoot” (link in basso), che prende atto del fatto che l’azione climatica condotta finora non è stata sufficiente a evitare il superamento dell’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi.

La priorità diventa ora contenere il più possibile sia l’entità sia la durata dell’“overshoot”, per poi tentare di riportare le temperature al di sotto di 1,5 °C. Per “overshoot”, chiarisce l’Unep, si intende il superamento di 1,5 °C nella temperatura media globale su un periodo pluridecennale.

I numeri illustrano quanto si sia ristretto lo spazio di manovra. Il riscaldamento di origine antropica è ormai vicino a 1,4 °C e negli ultimi anni è aumentato a un ritmo di circa 0,25 °C per decennio. Secondo le previsioni decennali della Wmo citate nel rapporto, c’è una probabilità di circa tre su quattro che la media del quinquennio 2026-2030 superi 1,5 °C, includendo sia il riscaldamento antropico sia la variabilità naturale.

Dal 2026 rimarrebbero inoltre circa 130 miliardi di tonnellate di CO₂ da emettere per conservare il 50% di probabilità di restare entro 1,5 °C. Considerando che nel solo 2024 combustibili fossili e industria hanno prodotto circa 40 GtCO₂, agli attuali livelli il budget sarebbe consumato in appena tre anni. Ogni ulteriore quinquennio di emissioni elevate, stima il rapporto, aggiunge approssimativamente 0,1 °C al riscaldamento di picco.

Nella figura, il pannello di sinistra rappresenta l’andamento delle emissioni globali di CO₂, quello di destra la corrispondente evoluzione del riscaldamento rispetto al periodo 1850-1900.

La linea rossa più marcata rappresenta una traiettoria nella quale forti riduzioni delle emissioni fossero iniziate già nel 2020; le sottili linee nere mostrano invece cosa accade posticipando progressivamente l’avvio dei tagli. A ogni ritardo corrispondono maggiori emissioni cumulative e, nel pannello di destra, un picco di temperatura più elevato e un overshoot più pronunciato.

Anche lo scenario più favorevole valutato dall’Unep, che prevede la piena attuazione degli Ndc nazionali accompagnata dal raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica, porta ormai a un picco centrale di circa 1,8 °C. Con le politiche attualmente in vigore, invece, la proiezione mediana arriva a circa 2,6 °C nel 2100.

Più alto e più lungo sarà l’overshoot, maggiori saranno i danni

L’Unep avverte: non esistono scenari “benigni” sopra 1,5 °C. Ogni frazione di grado aggiuntiva aumenta l’intensità degli eventi estremi, le perdite degli ecosistemi e il rischio di oltrepassare soglie irreversibili (si veda Caldo, incendi e tempeste: il conto del clima estremo).

Tra i sistemi più esposti figurano le calotte della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, la foresta amazzonica e l’Atlantic Meridional Overturning Circulation (Amoc), il grande sistema di correnti oceaniche dell’Atlantico.

Limitare il picco al di sotto dei 2 °C potrebbe ridurre sensibilmente l’indebolimento di quest’ultimo rispetto a scenari di maggiore riscaldamento, mentre il rischio di un collasso di lungo periodo cresce all’aumentare della temperatura massima raggiunta.

Molti effetti, inoltre, non scomparirebbero automaticamente riportando la temperatura a 1,5 °C. Il livello dei mari continuerebbe a salire per secoli, alcuni ecosistemi potrebbero non recuperare e le estinzioni sarebbero naturalmente definitive. Entro il 2100 i ghiacciai, escluse le grandi calotte di Groenlandia e Antartide, potrebbero perdere circa un quarto della loro massa in uno scenario da +1,5 °C e oltre il 40% a +4 °C, contribuendo rispettivamente per circa 9 e 15,4 cm all’innalzamento dei mari.

Sul fronte alimentare, in assenza di un adattamento efficace la produzione mondiale potrebbe ridursi fino al 14% entro il 2050 (si veda anche Dai raccolti ai prezzi, i rischi alimentari di un mondo a +2 °C). Le città dovrebbero affrontare ondate di calore più lunghe, alluvioni e una maggiore domanda di energia per il raffrescamento, mentre le popolazioni costiere e i piccoli Stati insulari sarebbero tra quelli esposti ai rischi maggiori.

Dalle rinnovabili alle emissioni negative: come limitare l’overshoot

La risposta proposta dall’Unep viene sintetizzata nella traiettoria “overshoot, peak and decline”: superamento, raggiungimento di un picco e successiva riduzione delle temperature.

Nella prima fase servono tagli immediati e profondi alle emissioni, nella seconda una decarbonizzazione capace di arrivare almeno allo zero netto, mentre dopo il picco sarebbe necessario mantenere per lungo tempo emissioni nette negative di CO₂, affiancandole a ulteriori riduzioni del metano e degli altri gas serra.

Mitigazione e adattamento, sottolinea l’agenzia, dovranno procedere contemporaneamente. Le opzioni di mitigazione disponibili potrebbero arrivare a un potenziale complessivo di circa 41 GtCO₂e all’anno entro il 2035, considerando interventi dal sistema energetico all’uso del suolo, dall’industria ai trasporti e agli edifici.

Per quanto riguarda nello specifico il sistema energetico, negli scenari con overshoot limitato le rinnovabili dovrebbero fornire il 60-70% dell’elettricità mondiale già nel 2030, accompagnate dallo sviluppo di reti, accumuli e flessibilità della domanda. Un percorso sostanzialmente coerente con l’impegno assunto alla Cop28 di triplicare la potenza rinnovabile mondiale fino ad almeno 11.000 GW, sul quale però gravano ancora diversi ostacoli (Triplicare le rinnovabili al 2030? Solo pochi Paesi aggiornano i target).

Sul lato della domanda l’Unep richiama efficienza energetica, elettrificazione di riscaldamento e raffrescamento, apparecchi più efficienti e mobilità collettiva.

Più complesso sarà riportare effettivamente la temperatura verso 1,5 °C. La rimozione della CO₂ sarà necessaria, ma non può sostituire i tagli alle emissioni. Oggi riforestazione e gestione forestale rimuovono circa 2,2 GtCO₂ l’anno: anche ipotizzando di azzerare completamente le emissioni fossili e la deforestazione, mantenere questo ritmo per un secolo ridurrebbe il riscaldamento di appena 0,1 °C.

Le tecnologie innovative di rimozione, come la cattura diretta della CO₂ dall’aria, rappresentano attualmente meno dello 0,1% della rimozione convenzionale (che comprende riforestazione, afforestazione, ripristino degli ecosistemi e aumento del carbonio nei suoli) e dovrebbero crescere enormemente.

Per questo l’Unep conclude che un ritorno a 1,5 °C entro questo secolo rimane credibile soltanto mantenendo il picco ben al di sotto dei 2 °C, indicativamente non oltre 1,8-1,9 °C. Lo zero netto, in questa prospettiva, sarebbe una tappa verso un sistema globale capace di rimuovere stabilmente dall’atmosfera più CO₂ di quanta ne continui a emettere. Un obiettivo veramente difficile anche alla luce dell’attuale approccio della politica e dell’opinione pubblica.

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