Caldo, incendi e tempeste: il conto del clima estremo

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Nel primo semestre le catastrofi naturali hanno causato danni per 112 miliardi di dollari, secondo Munich Re. Gli eventi climatici hanno reso gli incendi almeno 20 volte più probabili in Spagna, mentre in Italia avanzano siccità e roghi.

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Nei primi sei mesi del 2026 le catastrofi naturali hanno provocato nel mondo perdite economiche per 112 miliardi di dollari e soltanto 44 miliardi erano coperti da assicurazione: il 60% dei danni è quindi rimasto a carico di Stati, imprese e famiglie.

Secondo Munich Re, uno dei maggiori gruppi di riassicurazione al mondo, il bilancio è appena inferiore alla media, corretta per l’inflazione, dell’ultimo decennio, pari a 113 miliardi di perdite complessive e 50 miliardi assicurate, e più distante dalla media degli ultimi cinque anni, rispettivamente di 136 e 66 miliardi. 

L’evento più distruttivo, va precisato, è stato il doppio terremoto che il 24 giugno ha colpito il Venezuela, a ovest di Caracas. Ma per le compagnie, la voce più pesante sono stati i violenti temporali negli Stati Uniti: 30 miliardi di perdite, di cui 22 coperti, contro medie decennali di 34 e 26 miliardi. 

Caldo estremo, vittime e meno produttività 

Il primo semestre è stato segnato da ondate di calore eccezionali in Europa e Nord America. Secondo gli studi citati dal riassicuratore, cinquant’anni fa l’ultima ondata di caldo europea sarebbe stata circa 3,5 °C più fresca. L’Europa si riscalda a una velocità più che doppia della media globale. 

Il caldo estremo è ormai considerato il rischio naturale con il maggior numero di vittime. In Germania, tra aprile e giugno, avrebbe causato oltre 5mila morti.

Per quanto riguarda invece i costi aggiuntivi associati alle elevate temperature, questi derivano soprattutto da minore produttività, trasporti interrotti, infrastrutture danneggiate e raccolti più scarsi. Uno studio Ocse del dicembre 2024 stima che dieci giorni aggiuntivi sopra i 35 °C riducano dello 0,3% la produttività annua del lavoro, un effetto paragonabile a un aumento del 5% dei prezzi energetici. 

In Europa hanno pesato anche nove tempeste invernali in Portogallo e Spagna. La più grave, Kristin, ha raggiunto venti di 170 km/h e provocato danni per 7,7 miliardi di dollari, di cui 1,8 assicurati. Le perturbazioni hanno rappresentato l’80% delle perdite complessive e il 70% di quelle assicurate. Il bilancio europeo è così salito a 22 miliardi, con poco più di 7 assicurati, sopra le medie decennali di 18 e 6,6 miliardi. 

“I dati confermano che le catastrofi naturali rappresentano ormai una tendenza con cui dovremo convivere sempre di più”, ha commentato Paolo Ghirri, ceo di Munich Re Italia, auspicando una maggiore collaborazione tra pubblico e privato e coperture estese anche al settore residenziale. 

Il clima rende l’Europa più infiammabile 

Il legame tra riscaldamento globale e danni emerge con particolare evidenza dagli incendi che a luglio hanno colpito Francia e Spagna.

Secondo World Weather Attribution, il cambiamento climatico ha reso le condizioni favorevoli alle fiamme (come caldo, aridità e vento) almeno due volte più probabili nella Francia sudoccidentale e almeno venti volte nella Spagna centrale. Nel clima attuale, eventi simili sono attesi ogni vent’anni in Francia e ogni sei in Spagna. 

Ha contribuito anche la successione di un inverno piovoso e una primavera secca con la vegetazione cresciuta nei mesi umidi che si è poi trasformata in combustibile. 

Un’inchiesta coordinata dall’organizzazione senza scopo di lucro Mediterranean Institute for Investigative Reporting, basata su quasi 24mila incendi censiti dall’European Forest Fire Information System in 26 Paesi tra il 2015 e il 2025, mostra che in dieci anni sono bruciati almeno 4,5 milioni di ettari. Sono stati identificati 134 incendi estremi oltre i 5mila ettari, 61 dei quali hanno superato i 10mila.

I mega-incendi si sono concentrati soprattutto nell’Europa meridionale: 25 in Spagna, 24 in Portogallo, otto in Grecia, due in Francia e uno ciascuno in Italia e Cipro. 

Il fenomeno ha accelerato dal 2021. Il 2025, terzo anno più caldo mai registrato in Europa e con temperature di 1,17 °C sopra la media 1991-2020, è stato la seconda stagione più distruttiva, con oltre 900mila ettari bruciati; quasi 400mila erano in Spagna, dove l’89% della superficie colpita si è concentrato in Castiglia e León, Galizia ed Estremadura (otto persone sono morte e più di 42mila sono state evacuate). 

La questione climatica si affianca ad altri fattori, come l’abbandono delle aree rurali, che ha ridotto pascolo e altre attività che contenevano il materiale combustibile. Oltre 2,6 milioni di ettari bruciati nel decennio erano boscaglia, praterie, boschi in rigenerazione e terreni agricoli abbandonati. Almeno 926mila ettari erano agricoli; l’Italia guida questa graduatoria con quasi 260mila ettari colpiti.

L’Italia che soffre di siccità, incendi e caldo estremo 

Segnali di allarme arrivano anche dal nostro Paese. A metà luglio il Wwf ha definito “drammatica” la crisi idrica in Lombardia, dove le portate dei corsi d’acqua risultavano inferiori del 50% rispetto alla media storica, mentre le riserve legate allo scioglimento della neve erano praticamente esaurite. Il lago di Como e diversi altri bacini stavano inoltre raggiungendo nuovi valori minimi.

Particolarmente pesante è anche il bilancio degli incendi. Secondo i dati aggiornati da Legambiente al 15 luglio, dall’inizio dell’anno nel Mezzogiorno erano divampati 547 roghi: 416 si erano verificati entro il 15 giugno, prima ancora dell’avvio della stagione antincendio boschivo, e altri 131 nel mese successivo.

Per l’associazione, alla componente dolosa e agli interessi criminali si aggiungono temperature più elevate e condizioni climatiche che favoriscono una maggiore durata e intensità della stagione critica. Si chiedono quindi più prevenzione, controlli capillari, monitoraggio del territorio e sostegno ai Comuni, oltre a un rafforzamento delle sanzioni contro i responsabili. 

Alle conseguenze sugli ecosistemi si aggiungono quelle sulla salute e sul lavoro. Un’analisi diffusa alla fine di giugno da Greenpeace e Cgil stimava che, durante l’ondata di calore di quei giorni, circa 1,5 milioni di lavoratori potessero essere esposti a condizioni termiche pericolose.

I comparti più esposti erano l’edilizia, con 603mila addetti, la logistica e il trasporto delle merci, con 537mila, e la manutenzione del verde e degli edifici, con 292mila. Nel complesso, il rischio riguardava il 18% degli occupati nei territori analizzati. 

Durante alcune rilevazioni effettuate a Roma con una termocamera, Greenpeace e Cgil hanno misurato temperature superficiali superiori agli 80 °C nell’area della stazione Termini e valori compresi tra 60 e 100 °C in due cantieri.

Pur non corrispondendo alla temperatura dell’aria, questi livelli indicano quanto le superfici surriscaldate possano aggravare l’esposizione di chi lavora all’aperto. Un rischio che, secondo i ricercatori del progetto Worklimate citati dall’associazione, non può più essere considerato episodico, ma è destinato a diventare una componente strutturale del lavoro estivo in Italia e non solo. 

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