L’inazione sul clima può violare il diritto internazionale

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Uno storico parere della Corte internazionale di giustizia obbliga anche chi non aderisce all'accordo di Parigi a contrastare i cambiamenti climatici. Intanto la Iea prevede che la domanda di carbone resterà stabile nel 2025-26.

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I governi di tutti i Paesi del mondo devono occuparsi del cambiamento climatico e, qualora non lo facciano, possono essere ritenuti legalmente responsabili per la propria inazione.

È quello che afferma, in uno storico parere consultivo pubblicato ieri (link in basso), la Corte internazionale di giustizia (Cig), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.

I giudici hanno affermato che il diritto internazionale vigente obbliga tutti i Paesi, indipendentemente dal fatto che aderiscano all’accordo di Parigi sul clima del 2015 o che, come gli Stati Uniti, ne siano fuoriusciti, a combattere il riscaldamento globale.

Una decisione che potrebbe aprire la strada a una cascata di nuove cause legali. Ricordiamo in merito anche la recente pronuncia della Cassazione italiana, che in un’ordinanza dello scorso 21 luglio riguardo alla causa civile intentata a maggio 2023 da ReCommon, Greenpeace Italia e 12 cittadini del nostro Paese, contro Eni e i suoi azionisti (ministero dell’Economia, Cassa depositi e prestiti), ha ritenuto che il Tribunale di Roma debba occuparsi del contenzioso, riconoscendo quindi la legittimità delle “cause climatiche” nel nostro Paese, contrariamente a quanto prospettato dalla stessa Eni (si veda Dalla Cassazione un punto a favore della giustizia climatica).

I principi stabiliti dalla Corte internazionale

Tornando al parere della Cig, sebbene in sé non sia vincolante, quest’ultimo rappresenta l’interpretazione dei giudici di trattati internazionali vincolanti, convenzioni esistenti e diritto consuetudinario, e diversi analisti prevedono che influirà sulle future cause legali sul clima.

L’inazione dei governi, ad esempio con la mancata regolamentazione delle aziende maggiormente inquinanti, “costituisce un atto illecito a livello internazionale” che può comportare conseguenze legali, tra cui “il pieno risarcimento agli Stati danneggiati sotto forma di restituzioni o indennizzi”.

Il presidente della Corte internazionale di giustizia, Yuji Iwasawa, ha sottolineato: “Il mancato rispetto da parte di uno Stato di misure appropriate per proteggere il sistema climatico dalle emissioni di gas serra, anche attraverso la produzione, il consumo, la concessione di licenze di esplorazione o la fornitura di sussidi per i combustibili fossili, può costituire un atto illecito a livello internazionale attribuibile a quello Stato”, ha affermato.

Parole che sanno di vittoria per i sostenitori della giustizia climatica, specialmente quelli provenienti dai Paesi particolarmente vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale.

Il parere è infatti il risultato di una campagna durata anni, condotta in prima linea da giovani attivisti della piccola isola di Vanuatu, al largo delle coste australiane, la cui sopravvivenza è minacciata dall’innalzamento del livello del mare, una delle principali conseguenze del riscaldamento globale.

Gli sforzi per combattere il cambiamento climatico “non sono solo idee ambiziose, come alcuni vorrebbero descriverle, ma veri e propri doveri vincolanti, come la Corte ha appena confermato”, ha commentato Ralph Regenvanu, ministro del Clima di Vanuatu. “La sentenza, ne sono certo, ispirerà anche nuovi casi in cui le vittime di tutto il mondo si renderanno conto di poter rivendicare i propri diritti e chiedere conto ai governi delle proprie azioni”.

La richiesta di consulenza legale avanzata da Vanuatu si articolava in due parti: in primo luogo, chiedeva alla Cig di chiarire quali fossero gli obblighi dei Paesi, ai sensi del diritto internazionale, per ridurre le emissioni; successivamente, domandava quali fossero le conseguenze legali per i Paesi le cui azioni, o omissioni, avessero danneggiato il clima.

I giudici hanno osservato che i trattati internazionali sul clima esistenti, come l’accordo di Parigi e la convenzione generale delle Nazioni Unite, stabiliscono “obblighi vincolanti” per i Paesi al fine di proteggere il sistema climatico del pianeta dalle emissioni di gas serra.

Tali obblighi includono l’adozione di misure volte a ridurre le emissioni e a prepararsi agli impatti del cambiamento climatico, con i Paesi maggiormente sviluppati (responsabili della maggior parte dell’inquinamento storico da gas serra) chiamati ad assumere un ruolo guida in questi sforzi.

Un “diritto umano”

Ma obblighi simili esistono anche nel diritto consuetudinario non scritto, hanno specificato i giudici.

“Gli Stati hanno il dovere di utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per impedire che le attività svolte sotto la loro giurisdizione o controllo causino danni significativi al sistema climatico”, si legge nel parere.

Senza menzionare gli Stati Uniti, che sotto la presidenza di Donald Trump si stanno ritirando per la seconda volta dall’accordo di Parigi (la formalizzazione della nuova fuoriuscita avverrà nel 2026), Iwasawa ha affermato che non essere membri dei trattati sui cambiamenti climatici non esonera un Paese dall’obbligo di combattere il riscaldamento globale.

“Gli obblighi consuetudinari sono gli stessi per tutti gli Stati e sussistono indipendentemente dal fatto che uno Stato sia parte dei trattati sui cambiamenti climatici”, si legge.

La violazione di questi obblighi “costituisce un atto illecito a livello internazionale che comporta la responsabilità dello Stato in questione”, hanno affermato i giudici.

Le violazioni possono comportare conseguenze legali, tra cui, se si riesce a stabilire un nesso causale tra l’inazione di uno Stato in materia di clima e i danni causati da un disastro climatico altrove, il “pieno risarcimento agli Stati danneggiati”.

Stabilire questo rapporto causa-effetto è difficile, ha riconosciuto Iwasawa, “ma ciò non significa che l’identificazione di un nesso sia impossibile”, si legge nelle pagine di sintesi pubblicate dalla Cig.

In generale, ha affermato la Corte, gli sforzi globali per combattere il cambiamento climatico sono una parte essenziale per il riconoscimento dei diritti umani basilari.

“Il diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile è essenziale per il godimento di altri diritti umani”, ha ribadito Iwasawa.

Stabile nel 2025-26 la domanda di carbone

Intanto dall’International energy agency (Iea) arrivano oggi delle previsioni incoraggianti sulla domanda di carbone.

Il “Coal Mid-Year Update” pubblicato oggi mostra che quest’ultima, dopo essere aumentata fino a raggiungere un nuovo massimo storico nel 2024, pari a circa 8,8 miliardi di tonnellate (+1,5% rispetto al 2023), dovrebbe restare stabile nel 2025 e nel 2026.

La ripresa economica post-Covid e gli elevati prezzi del gas naturale hanno determinato un forte aumento della domanda globale di carbone negli ultimi anni, ma la crescita ha subito un rallentamento su base annua dal 2021. La domanda di carbone è cresciuta del 7,7% nel 2021, del 4,4% nel 2022 e del 2,3% nel 2023.

In particolare, nella prima metà del 2025, si è osservato un calo della domanda in Cina e India dovuto a una crescita più debole del consumo di elettricità e al forte aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili. Al contrario, l’uso del carbone è cresciuto di circa il 10% negli Stati Uniti, spinto dalla crescita della domanda di elettricità e dall’aumento dei prezzi del gas naturale.

Nell’Unione europea, invece, la domanda di carbone è rimasta sostanzialmente invariata nella prima metà di quest’anno, con un calo dei consumi da parte dell’industria che ha compensato la maggiore domanda di produzione di energia elettrica.

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