Con due gradi in più di temperatura globale, il sistema alimentare mondiale entrerebbe in una zona di rischio molto alta.
Rese agricole in calo, shock simultanei nei grandi granai del pianeta, prezzi più instabili e alimenti meno nutrienti potrebbero diventare la normalità.
A lanciare l’allarme, mettendo insieme insieme diversi filoni della letteratura scientifica, è una recente analisi pubblicata da 4Hunger.org, progetto di advocacy contro la fame, a firma di Mark Roberts, avvocato ambientale ed ex Senior Counsel e International Policy Advisor dell’Environmental Investigation Agency, insieme all’attivista climatico Tom Harris.
Il lavoro offre una ricognizione utile su cosa potrebbe significare per il sistema alimentare mondiale raggiungere i 2 °C di riscaldamento rispetto all’epoca preindustriale.
Secondo l’ultimo rapporto SOFI 2026 delle Nazioni Unite, nel 2025 circa 645 milioni di persone (il 7,8% della popolazione mondiale) hanno sofferto la fame. Il dato è diminuito per il terzo anno consecutivo, ma con fortissime differenze regionali: l’Africa conta ormai circa 309 milioni di persone in questa condizione. Inoltre, 2,1 miliardi di persone hanno sperimentato nel 2025 una situazione di insicurezza alimentare moderata o grave e circa 2,7 miliardi non possono permettersi una dieta sana.
Per ogni grado di caldo si perdono calorie
Uno dei risultati più solidi richiamati da 4Hunger arriva da uno studio pubblicato nel 2025 su Nature.
Il lavoro ha analizzato sei colture alimentari fondamentali in 12.658 regioni di 54 Paesi, rappresentative di circa due terzi delle calorie prodotte dalle colture a livello mondiale.
La conclusione è che, per ogni aumento di 1 °C della temperatura media globale, la produzione potenziale si riduce di circa 120 kcal per persona al giorno, cioè il 4,4% dell’apporto giornaliero raccomandato preso come riferimento dagli autori.
È importante notare che il risultato tiene già conto, almeno in parte, della capacità degli agricoltori di reagire alle nuove condizioni climatiche, per esempio modificando varietà coltivate, date di semina e tecniche di gestione.
Secondo lo studio, adattamento e crescita dei redditi potrebbero compensare circa il 23% delle perdite globali entro il 2050 e il 34% a fine secolo nello scenario ad alte emissioni considerato dagli autori, ma senza eliminarle.
Le conseguenze non riguarderebbero soltanto le aree agricole più povere: alcune delle perdite relative maggiori sono attese proprio nelle regioni ad alto reddito che oggi costituiscono importanti “granai” mondiali, perché partono da condizioni climatiche particolarmente favorevoli e hanno quindi meno margine per adattarsi a temperature crescenti.
La concentrazione geografica della produzione è un secondo elemento di rischio. Infatti, con il riscaldamento globale aumenta la probabilità che eventi sfavorevoli interessino più ampie regioni produttrici nello stesso momento.
Il fenomeno è già contemplato dall’Ipcc con il Sixth Assessment Report del 2023 che richiama uno studio secondo cui il rischio di condizioni climatiche sfavorevoli simultanee nei cinque principali bacini di produzione del mais salirebbe da circa il 6% nel clima storico al 54% con 2 °C di riscaldamento.
Un altro lavoro, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, stima che la probabilità che i quattro maggiori esportatori di mais (Stati Uniti, Brasile, Argentina e Ucraina) registrino contemporaneamente perdite produttive superiori al 10% passi da un valore oggi prossimo allo zero al 7% con +2 °C, arrivando all’86% con +4 °C (scenario, quest’ultimo, che avrebbe anche altre implicazioni catastrofiche per la sopravvivenza umana).
Uno studio pubblicato nel 2024 su Environmental Research Letters arriva a conclusioni simili. Con un riscaldamento globale di circa 2 °C, aumenterebbe sensibilmente il rischio che più grandi aree agricole del mondo vengano colpite nello stesso periodo da ondate di caldo nelle fasi più delicate per lo sviluppo delle colture.
In particolare, la probabilità che almeno metà delle superfici coltivate nei principali granai mondiali subisca cinque o più giorni di caldo estremo durante la fase riproduttiva salirebbe al 43% per il mais, al 27% per il grano e al 33% per riso e soia. Gli autori precisano che si tratta di proiezioni modellistiche e che gli effetti sulla produzione dipenderanno anche da siccità, irrigazione e capacità di adattamento.
Dagli shock agricoli ai prezzi
Una minore disponibilità di cereali può inoltre trasformarsi in aumenti dei prezzi proporzionalmente molto maggiori.
Uno studio pubblicato sul National Bureau of Economic Research mostra che la domanda alimentare è poco elastica: quando l’offerta diminuisce nel breve periodo, i consumatori non possono ridurre in misura equivalente il consumo di alimenti di base e l’aggiustamento avviene soprattutto attraverso i prezzi.
Gli effetti degli eventi estremi sui prezzi sono già osservabili. Una ricerca pubblicata nel 2025 su Environmental Research Letters ha raccolto 16 casi in 18 Paesi tra il 2022 e il 2024 in cui caldo, siccità o precipitazioni eccezionali sono stati associati a forti rincari alimentari.
Fra gli esempi figurano il +48% del prezzo del riso in Giappone, circa +50% per l’olio d’oliva nell’Unione europea e un aumento di circa l’80% dei prezzi alla produzione degli ortaggi negli Stati Uniti dopo la siccità in California e Arizona.
Il cambiamento climatico può incidere anche sulla qualità nutrizionale degli alimenti. Un lavoro pubblicato su Nature Climate Change ha mostrato che concentrazioni atmosferiche di CO₂ intorno a 550 ppm possono ridurre del 3-17% il contenuto di proteine, ferro e zinco in diverse colture.
Sulla base delle proiezioni demografiche al 2050, gli autori stimano che questo effetto potrebbe esporre 175 milioni di persone in più a carenza di zinco e 122 milioni a carenza proteica, mentre 1,4 miliardi di donne in età fertile e bambini piccoli che vivono in Paesi già caratterizzati da elevata prevalenza di anemia potrebbero perdere oltre il 4% dell’apporto alimentare di ferro.
























