I circa 26mila abitanti dell’isola di Bonaire, al largo del Venezuela (in foto), soffrono da tempo e in maniera sempre più grave gli effetti del cambiamento climatico.
L’innalzamento del livello del mare, fenomeni meteorologici estremi e la morte delle barriere coralline sono solo alcune delle conseguenze causate da decenni di imperizia e da un’azione tardiva e inefficace.
Il territorio, nonostante si trovi nel sud dei Caraibi, costituisce una municipalità speciale del Regno dei Paesi Bassi, insieme alle vicine isole di Sint Eustatius e Saba.
Da ieri la causa in sua difesa può poggiare, oltre che su battaglie di attivisti e associazioni che vanno avanti da anni, anche su un primo, storico riconoscimento legale, arrivato dal Tribunale distrettuale dell’Aja.
Una decisione storica
Con una sentenza (link in basso) destinata a influenzare l’azione climatica nell’immediato futuro, un giudice ha stabilito che i Paesi Bassi hanno violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (artt. 8 e 14 e art. 1 del Protocollo n. 12) non proteggendo i cittadini dell’isola, e ha ordinato al governo nazionale di stabilire obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni di gas serra entro 18 mesi e di elaborare un piano di adattamento dettagliato per Bonaire, da attuare entro quattro anni.
Il contenzioso è iniziato l’11 gennaio 2024, quando i residenti di Bonaire e Greenpeace si sono rivolti al tribunale per chiedere allo Stato una “politica climatica equa”, dopo che una precedente ricerca commissionata da Greenpeace Paesi Bassi aveva confermato che la crisi climatica stesse già influenzando la vita quotidiana a Bonaire e aveva mostrato come, con le attuali politiche, il cambiamento climatico avrebbe continuato a intensificare i rischi per l’isola e i suoi residenti.
Le udienze si sono svolte il 7 e l’8 ottobre 2025. Nel corso del dibattimento i querelanti hanno dimostrato come il riscaldamento globale minacci le foreste di mangrovie, le saline e le barriere coralline di Bonaire, che attraggono visitatori da tutto il mondo. La sentenza del tribunale ha riconosciuto i potenziali danni sull’economia dell’isola, basata principalmente sul turismo, e ha sottolineato che molti residenti più poveri non sono adeguatamente attrezzati per proteggersi dalle condizioni meteorologiche estreme.
“Il cambiamento climatico – si legge nella sentenza – è un problema globale complesso che rappresenta una seria minaccia per le persone, senza che sia chiaro chi stia causando esattamente quali danni. Ma questa mancanza di certezza non consente ai Paesi di puntarsi il dito a vicenda senza adottare misure adeguate”.
Onnie Emerenciana, uno dei querelanti nella vicenda, ha detto di essere “felice per la sentenza”, secondo quanto riferisce Greenpeace, e si è augurato che ora vengano liberati “finanziamenti e competenze per piani d’azione concreti per proteggere la nostra isola”.
Lo stato delle climate litigation
La corte olandese è la prima al mondo a stabilire che uno Stato ha discriminato il proprio popolo non elaborando e adottando un piano di adattamento.
Questo caso costituisce quindi un precedente di rilevanza globale: mai in passato una corte europea aveva stabilito che un Paese dovesse adottare misure concrete di adattamento e mitigazione per proteggere tutti i suoi cittadini – indipendentemente da dove vivano – dagli impatti dei cambiamenti climatici.
La Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che include anche un quadro per la valutazione delle rivendicazioni legali relative al clima, è stata citata di recente in un altro caso di giustizia climatica, quello intentato in Svizzera dal gruppo KlimaSeniorinnen del 2024: la Corte suprema europea aveva stabilito anche in quel caso che il governo svizzero non avesse fatto abbastanza per proteggere i propri cittadini.
La decisione maturata ieri dal Tribunale dell’Aja si appoggia anche sul parere espresso lo scorso luglio dalla Corte internazionale di giustizia (Cig), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, secondo cui l’inazione dei governi sul clima “costituisce un atto illecito a livello internazionale” che può comportare conseguenze legali, tra cui “il pieno risarcimento agli Stati danneggiati sotto forma di restituzioni o indennizzi” (si veda L’inazione sul clima può violare il diritto internazionale).
Diversi esperti avevano predetto che la valutazione della Cig, pur non essendo vincolante, avrebbe dato il via a un maggior numero di cause legali sul clima. Vale la pena citare in questo ambito anche “Giudizio Universale”, iniziativa promossa dall’organizzazione “A Sud” insieme a oltre 200 cittadini che chiede di riconoscere la responsabilità dello Stato italiano per inazione climatica e l’inadeguatezza del Pniec a far fronte all’attuale emergenza.
La causa si è arenata alla Corte d’Appello di Roma, con udienza fissata per il 21 ottobre 2026. I tempi lenti della giustizia hanno irritato i promotori, secondo i quali “ogni anno perso senza azioni è un anno in cui aumentano i rischi di impatti irreversibili, in cui si aggrava il fardello sulle generazioni future, e si riduce lo spazio d’azione per una transizione equa e giusta”.
- La sentenza (pdf)



























