Eolico a largo di Rimini: come l’Italia rischia il naufragio contro le scogliere del Nimby

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Miti negativi e idee infondate circondano l’eolico offshore, anche nel cosiddetto fronte progressista. Quegli ostacoli agli obiettivi di decarbonizzazione del paese, tra l’incapacità di innovare dei contrari e quella di coinvolgere i territori da parte dei favorevoli.

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Continua il braccio di ferro in Emilia Romagna fra favorevoli e contrari al progetto eolico in mare aperto da oltre 300 MW presentato da Energia Wind 2020.

La proposta di ridurre il numero delle pale da 59 a 51 e l’area marina interessata da 113 a 80 chilometri quadrati non sembra aver convinto gli scettici, tanto che un coro di no continua ad accompagnare il progetto, anche da parte di alcuni esponenti della maggioranza di centro-sinistra della Regione Emilia-Romagna.

La Regione ha preso tempo, prorogando a fine novembre il termine per presentare le osservazioni da parte del pubblico; la procedura è quindi ancora in corso, nella speranza che nel frattempo si riescano a sfatare molti miti negativi e sbagliati che circondano l’eolico, in vista delle procedure autorizzative vere e proprie.

Certo è che non sarà facile smontare il muro di preconcetti esistenti anche nel cosiddetto fronte progressista, cioè nel Partito Democratico, a giudicare dalle parole di alcuni suoi esponenti. Il progetto è già stato criticato, fra gli altri, dai sindaci di Rimini a di Riccione, e dalle associazioni di categoria turistiche e alberghiere, perché considerato troppo invasivo e incompatibile con la vocazione turistica della zona, peraltro una costa altamente cementificata.

“Non esiste compromesso tra paesaggio ed energie rinnovabili. La svolta green non passa da ecomostri come il parco eolico. A poco serve ridurre gli aerogeneratori e allontanare la centrale dalla costa. È indispensabile approfondire il rapporto costi-benefici e valutare il reale impatto sull’economia turistico-balneare”, ha detto la consigliera regionale del PD Nadia Rossi.

Dura la reazione del Vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini, alle parole della consigliera regionale.

“Sono stati utilizzati termini tipo ‘ecomostro’ che sono davvero insopportabili e irrazionali. Irrazionali perché stiamo parlando di un’iniziativa che è stata progettata, rivista e ora ancora revisionata sulla base di tutta una serie di criteri oggettivi, fra cui ci sono le rotte delle navi, ci sono tutti i vincoli, ed è stato anche migliorato in maniera del tutto trasparente”, ha detto Zanchini a QualEnergia.it.

Il problema è che molte obiezioni al progetto sono arrivate da parte della politica senza che molti decisori politici lo abbiano nemmeno visto, in una regione dove fra l’altro praticamente non esiste un’esperienza pregressa in tema di parchi eolici a terra e tanto meno in mare, ha aggiunto Zanchini, secondo cui, “se il dibattito continua a essere gestito parlando alla pancia degli operatori balneari, portuali e dei pescatori… si fa un errore madornale”.

Secondo Zanchini, con il potenziale impianto eolico offshore al largo delle coste riminesi e di Ravenna, l’Emilia Romagna ha oggi la possibilità di realizzare una produzione rinnovabile impensabile solo 5-10 anni fa, grazie all’innovazione tecnologica.

“È necessario allora che ci si sieda intorno a un tavolo e si studi il progetto. Così si capirà come può essere un’opportunità straordinaria per una regione come la Romagna”, ha detto il vicepresidente di Legambiente.

Secondo Zanchini, bisogna superare le contraddizioni e “i soliti luoghi comuni per cui in Emilia Romagna vanno bene le piattaforme [petrolifere] – che sono alla stessa distanza di questo impianto – per la produzione da fossile, e che va bene l’idrogeno da fossili; tutte cose ormai vecchie, superate dal tempo. E invece proprio due impianti di questa dimensione potrebbero far diventare l’Emilia Romagna un laboratorio leader per la produzione di energia green”.

Da parte sua, Daniela Moderini, una dei progettisti del parco eolico offshore in discussione, ha smentito una delle tante accuse campate in aria lanciate da parte di esponenti politici negli ultimi mesi contro il progetto.

L’accusa è quella lanciata lo scorso giugno in un’interrogazione alla Camera dai deputati leghisti Jacopo Morrone, Elena Raffaelli ed Elena Lucchini, che parlano di un impianto “illuminato h24”, visibile dalla riva soprattutto nella notte, all’alba e al tramonto” la cui realizzazione “così drasticamente impattante sul paesaggio pregiudicherebbe per sempre e in modo gravissimo l’attrattività turistica della Riviera romagnola, con un grave danno per tutti, dai riminesi, ai turisti, alle strutture ricettive, dell’accoglienza e della pesca.”

A parte che non avrebbe senso illuminare 24 ore al giorno un impianto eolico, ma, eventualmente, l’illuminazione sarebbe quella stabilita dalle autorità; difficilmente dei fari come quelli usati sulle torri eoliche impatterebbero alcunché ad almeno 12 km di distanza dalla costa, dove sorgerebbero gli impianti, ha detto Moderini a QualEnergia.it.

Intanto, una possibile chiave di lettura dello stallo politico e territoriale sulla questione l’ha data un paio di giorni fa il presidente della Provincia di Rimini, Riziero Santi, di fronte alla commissione Ambiente della Regione.

“Innanzitutto dobbiamo chiederci: cosa ci guadagniamo da questo impianto? Nulla. Il territorio deve avere un ritorno degli sforzi sostenuti, l’energia deve essere destinata in parte all’uso interno per i cittadini e il trasporto pubblico. In questo caso l’impianto sarebbe percepito diversamente”, ha detto Santi.

Come accennato in questo articolo, secondo ENEA, la maggiore diffusione delle energie rinnovabili, soprattutto eolico e fotovoltaico, sulla strada di una più rapida decarbonizzazione è resa spesso difficile da due potenti dissuasori: processi autorizzativi ingombranti e opposizione delle comunità locali – la cosiddetta sindrome NYMBY, “not in my backyard”, cioè non nel cortile di casa mia.

Sul fronte dei permessi devono intervenire governi, autorità ed enti per semplificare le procedure. È quindi la politica con i suoi addentellati amministrativi e lobbistici a dover trovare nuove vie più scorrevoli e altrettanto sicure.

Ma per evitare la cosiddetta sindrome NIMBY – che si sta manifestando nel caso di Rimini – e promuovere una maggiore accettabilità sociale delle rinnovabili, la soluzione migliore sembra invece quella di far salire le comunità locali a bordo dei veicoli creati per la realizzazione degli impianti.

Il messaggio a Energia Wind 2020 sembra chiaro: oltre a cercare di convincere le persone dei benefici indiretti che riceveranno dagli impianti, gli operatori dell’eolico devono trovare il modo di coinvolgere e far partecipare direttamente comunità e amministrazioni locali alla pianificazione, gestione e godimento degli impianti, non solo dal punto di vista dell’energia pulita che forniscono, ma anche dei ricavi o risparmi finanziari che offrono e della loro integrazione nel territorio.

“La Provincia non ha alcun interesse in questo singolo progetto, né vuole sostenere aprioristicamente quello presentato da Wind 2020, ma dobbiamo porci il problema della transizione energetica e del passaggio dal consumo di energia fossile a quello di energia rinnovabile”, ha affermato Santi.

Comunità e amministrazioni locali devono, insomma, poter contribuire alla conduzione delle società veicolo con cui si realizzano gli impianti e partecipare direttamente alle decisioni che li riguardano. Ma devono anche essere disposti a cambiare idee preconcette e a imparare cose nuove.

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