“Un approccio all’edilizia 4.0 può essere oggi l’unico in grado di affrontare i processi di decarbonizzazione su larga scala”.

Così ci spiega l’importanza di un nuovo modo di riqualificare le nostre abitazioni Thomas Miorin, presidente di ReBuild Italia, ai margini di un convegno dedicato all’edilizia off-site, svoltosi a Roma lo scorso 17 aprile nella sede dell’ANCE.

L’edilizia off-site, secondo una definizione generale, punta a ridurre l’intensità delle lavorazione in cantiere per localizzarla principalmente in fabbrica, consentendo così una riorganizzazione di tecnologie e processi ai fini di una maggiore efficienza, tempi ridotti e qualità del costruito.

Questa fase storica nazionale è forse il momento giusto per un cambio di paradigma nell’edilizia sia sul nuovo ma soprattutto sull’esistente, proprio perché siamo dentro una crisi del settore che dovrebbe stimolare un profondo ripensamento dei modelli tradizionali, accorciando la filiera e sfruttando tecnologie sempre più mature. Di questo nuovo approccio ne parliamo con il presidente di Rebuild.

Thomas Miorin, partiamo dal concetto di edilizia off-site e di edilizia 4.0…

«È uno dei filoni che vengono chiamati MMC, modern method of construction, e sono la risposta al fatto che l’edilizia è un settore che per varie dinamiche di mercato e tecnologiche non ha mai aumentato la produttività oraria di ogni addetto. Se il settore manifatturiero è riuscito ad incrementare la produttività di quasi tre volte dagli anni ’60, noi siamo addirittura decresciuti, nonostante abbiamo avuto a disposizione attrezzature più innovative. Visto che certe leve immobiliari, di valorizzazione del patrimonio e del metro quadrato costruito non ci sono più, il rischio è di bloccare la rigenerazione delle città, in particolar modo le aree urbane periferiche. I metodi di una nuova costruzione sono quindi una risposta per aumentare la produttività e rendere competitivo un settore al di là dei grandi appalti pubblici, attraverso una risposta tecnologica e di innovazione».

Edilizia off-site, come avete spiegato nel convegno, vuol dire spostare le attività dal cantiere ad un sito esterno, come la fabbrica.

«La fabbrica è un luogo dove le attività possono essere codificate e ripetute e in parte standardizzate, realizzate in un luogo a temperatura costante, non dipendenti dal meteo. Si riesce così ad aumentare la qualità e a diminuire i costi. Abbracciando poi quello che è il passaggio all’edilizia 4.0, attraverso l’infrastruttura digitale, si va dal progetto, alla manifattura e all’assemblaggio».

Industrializzazione e digitalizzazione dell’edilizia. Ma quanto sono pronte oggi le aziende delle costruzioni e la stessa committenza?

«Sono drastico e realistico. La risposta è: molto poco. Stiamo parlando di edilizia 4.0, ma spesso stiamo facendo ancora il passaggio al 2.0. Manca l’infrastruttura digitale, l’incapacità di gestire un processo digitale in tutta la filiera, dalla progettazione, alla costruzione fino alla gestione dell’immobile. Le committenze in realtà ci metterebbero anche meno a fare questo cambiamento, ma sono impreparate, perché non sanno quanto costa, quali sono i criteri, come si scrive un capitolato. Questa impreparazione è dovuta anche al fatto che parte della filiera si deve riorganizzare. Oggi siamo abituati ad una filiera molto frammentata, anche verticalmente, cioè si va dal fornitore al sub-fornitore, dall’appaltatore al sub-appaltatore, eccetera. Ciò significa che ciascuno ha amministrazione, costi di transazione e rischi. In Inghilterra solo per fare un esempio dicono che addirittura il 51% dei costi di un progetto pubblico non è a valore aggiunto sul progetto finito».

Passiamo all’industria coinvolta nel comparto edilizio. Il tessuto imprenditoriale italiano è pronto?

«Intanto direi che questo è uno spazio interessante dove si può reinventare tutto. Ci sono tante start-up che stanno nascendo nel mondo dell’edilizia off-site, anche di sole 4-5 addetti, che sono nella media delle nostre aziende di costruzione. Società di piccole dimensioni che per fare questi lavori usano il digitale. In Italia ci sono poi produttori e macchine per fare edilizia 4.0: la nostra meccanica avanzata è quella che può permettere di supportare tale progettazione, utilizzando materiali diversi come legno, acciaio e cemento. Ma anche un pezzo di impiantistica può dare il suo contributo: abbiamo visto produttori di caldaie o apparecchi di climatizzazione che si stanno reinventando per inserire i loro prodotti in pareti per essere assemblati velocemente».

Per questi modelli di progettazione abbiamo visto che i tempi di cantiere si riducono molto, ma dal punto di vista dei costi complessivi cosa possiamo dire per l’esistente e il nuovo?

«Ad esempio in Energiesprong, come progetto dimostrativo che nasce in Olanda, è interessante vedere nel tempo la curva di contrazione dei costi e in soli pochi anni: scende esponenzialmente, quasi come una pista da sci, tanto che sta arrivando a circa 50mila euro per abitazione, ed era partita da 100mila. Interventi in grado di  portare un’abitazione a livelli pari al nuovo, cioè ad energia zero, prestazione di comfort e abitabilità elevate, garantita per 30 anni. La particolarità da evidenziare è che nel resto del mercato ad una contrazione del mercato non si è invece riscontrata una contrazione dei costi. Questo significa che il quadro tecnologico e produttivo delle costruzione non è riuscito a compattare ancora di più i costi ed è la fotografia più chiara che una traiettoria tecnologica è finita e ne sta iniziando un’altra. Ma siamo ancora all’inizio, ai primi “artigiani” dell’industrializzazione dell’edilizia».

Rebuild si svolgerà a giugno a Milano. Quali temi quest’anno saranno al centro della manifestazione?

«Spostandoci a Milano diamo un segnale che si vuole guardare alla destinazione di queste tecnologie che in questi ultimi sette anni di Rebuild abbiamo sviluppato e portato avanti. Milano è infatti la città in cui le tecnologie e le innovazioni possono avere la massima valorizzazione, una sorta di laboratorio. Guarderemo quindi molto alla scala urbana, alla rigenerazione dei quartieri e valuteremo come l’off-site e le altre tecnologie energetiche e delle infrastrutture digitali per la città possano permettere, mi sentirei di dire, una maggiore equità sociale e un benessere urbano proprio attraverso la rigenerazione di interi quartieri periferici, anche dal punto di vista sociale e ambientale».

Come ha detto il Ceo della società olandese Renolution, Jan Willem Sloof, che ha puntato dal 2014 sull’edilizia-offsite, passare ad un’edilizia industrializzata non è facile e “non tanto per il gap di competenze quanto per il framework mentale: le imprese di costruzioni pensano in termini di soluzioni puntuali, parziali, e con questo approccio è impossibile diventare un’impresa edile ad approccio industriale. Noi pensiamo come un’industria di auto: consegniamo un prodotto finito chiavi in mano scelto, nelle sue infinite opzioni, da un cliente finale e fornito con una chiara garanzia di prestazione”.

Forse saranno proprio le piccole e medie aziende a guidare questo processo innovativo di riqualificazione del mercato edilizio. Ma c’è ancora tanto da fare e, soprattutto, da apprendere dalle numerose esperienze che si stanno realizzando in Europa e anche in Italia.