La rivoluzione industriale “verde” delle tecnologie pulite sarà sempre più a trazione cinese (vedi anche Qualenergia.it, Dopo il solare la Cina all’assalto del mercato dell’auto).

Diversi motivi sorreggono questa tesi, che vengono evidenziati una recente analisi pubblicata dalla testata The New Scientist sul boom delle fonti rinnovabili nel paese asiatico.

Partiamo dai numeri. Pechino già nel 2015 ha investito 103 miliardi di $ nella green economy, più degli Stati Uniti e dell’Europa messi insieme; e il dato è in netta crescita, al contrario di quanto accade nelle atre due aree del mondo.

L’indice delle rinnovabili elaborato da Ernst & Young (EY) pone costantemente la Cina in vetta alla classifica delle nazioni più attrattive per il solare, l’eolico e le altre risorse a zero emissioni (Dalle batterie all’eolico offshore, come e dove accelera la transizione energetica).

Quando si discute di boom del fotovoltaico, dell’auto elettrica e di quasi ogni altro settore “verde”, è sempre il paese del Dragone a essere citato per primo, data la sua capacità di guidare il corso dei nuovi investimenti, come conferma l’attuale fermento del mercato automobilistico (vedi anche il punto di QualEnergia.it partendo dal caso Volkswagen).

Le maggiori aziende mondiali che producono pannelli FV sono cinesi, così come molte delle compagnie che realizzano pale eoliche. Qualsiasi previsione sul futuro andamento della potenza installata nelle rinnovabili non può che partire dai dati del colosso asiatico (vedi anche QualEnergia.it).

Oltre ai numeri, ci sono le mosse politiche, le dichiarazioni più esplicite o velate dei leader di Pechino.

Fin dalla tumultuosa campagna elettorale americana, la Cina ha criticato il negazionismo climatico di Donald Trump, schierandosi dalla parte di chi promuove le misure per ridurre le emissioni inquinanti, limitare il surriscaldamento globale e perseguire gli accordi parigini (Su clima e rinnovabili la Cina ammonisce Trump).

Così molti analisti ritengono che la leadership climatica si sposterà decisamente verso Oriente, includendo magari l’India (articolo di QualEnergia.it sull’asta solare record) e altri paesi emergenti che presentano condizioni ambientali particolarmente favorevoli per costruire grandi impianti eolici e solari a costi competitivi con lo stesso carbone.

Nel vuoto statunitense del post Barack Obama, in cui Trump ha campo libero nel sostenere la sua strategia pro combustibili fossili, con qualche lodevole eccezione – la California in primis che si batte per traguardi ambientali via via più severi – potrebbe essere la Cina a plasmare l’economia globale del futuro.

Perché in ballo ci sono anche super-progetti che potrebbero, letteralmente, cambiare il sistema economico planetario nei prossimi decenni, se davvero andranno a compimento.

Un primo esempio è l’iniziativa “Belt and Road” che in sostanza si prefigge di rilanciare la Via della Seta in versione moderna, realizzando corridoi dell’energia e delle comunicazioni in grado di connettere l’Eurasia da un estremo all’altro.

Un secondo esempio è dato dai progetti di “supergrid”, vaste reti digitali transnazionali per scambiare l’energia elettrica generata da una molteplicità di centrali eoliche, solari, idroelettriche, geotermiche.

Certo, sullo sfondo rimane un dato incontrovertibile, cioè la non ancora superata dipendenza cinese dal carbone a basso costo. Nonostante tutti gli sforzi green, gli investimenti puliti e gli obiettivi fissati per le rinnovabili, la fonte “sporca” continua a essere preponderante nel mix energetico di Pechino.

La Cina, in definitiva, oltre ad accelerare la diffusione delle fonti pulite, dovrà velocizzare il graduale abbandono del carbone per meritare a pieno titolo il ruolo di world climate leader evocato dall’articolo.