Crisi energetica: sotto controllo, ma il peggio può arrivare

Finora diversi fattori hanno contenuto l’impatto della guerra Usa-Iran, ma le incertezze restano elevate. Trump prima accelera, poi frena sui negoziati con Teheran.

ADV
image_pdfimage_print

Finora la “peggiore crisi energetica della storia”, come l’ha definita l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), è rimasta sotto controllo, anche se le incertezze sulla durata del conflitto in Medio Oriente lasciano molte ombre sulla possibile evoluzione dello scenario geopolitico globale.

Come scrive Kevin Morrison, analista dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (Ieefa, con sede principale negli Stati Uniti), l’impatto della guerra Usa-Iran avrebbe dovuto superare gli shock petroliferi degli anni Settanta, ma nonostante il panico iniziale, la crisi non è stata così diffusa come previsto.

Morrison, in un articolo pubblicato online il 25 maggio, cita diverse ragioni dietro i recenti sviluppi. Innanzi tutto, “i mercati petroliferi si stanno comportando come se il conflitto dovesse terminare presto”.

Inoltre, la domanda di greggio è diminuita e le nazioni hanno attinto alle proprie riserve di greggio per fronteggiare l’emergenza. Certo, osserva l’analista, “se la guerra con l’Iran si prolungherà, come sembra probabile, sarà difficile evitare una vera crisi globale”.

Negoziati Usa-Iran

Molto dipenderà dall’esito dei negoziati in corso tra Washington e Teheran per la cessazione delle ostilità, tra annunci e smentite che si susseguono secondo le fonti diplomatiche. Il presidente Usa, Donald Trump, riferiva il 23 maggio di un accordo sostanzialmente pronto, con la discussione dei dettagli finali e la prossima riapertura di Hormuz.

Nelle ore successive, lo stesso Trump in un post su Truth Social affermava che i negoziati stavano procedendo “in modo ordinato e costruttivo” e che “il tempo è dalla nostra parte”.

I temi sul tavolo delle trattative sono molteplici, tra cui: la revoca delle sanzioni contro Teheran, lo sblocco dei beni iraniani congelati in banche estere, l’impegno della Repubblica islamica a non perseguire una propria arma nucleare, il ripristino dei collegamenti marittimi via Hormuz, la fine delle ostilità anche in Libano.

Per il momento, dunque, la firma di un accordo non sembra imminente.

Come scriveva in un articolo online del 22 maggio Moreno Bertoldi, Senior Associate Research Fellow dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), ora Trump “si trova in una posizione molto difficile poiché deve porre fine alla guerra molto rapidamente, ma in modo da farla apparire una vittoria americana, altrimenti la sua amministrazione e il Partito repubblicano rischiano una severa sconfitta nelle elezioni di metà mandato”.

Inoltre, “la chiusura dello Stretto di Hormuz sta cominciando a produrre danni economici anche negli Usa, danni che potrebbero peggiorare ulteriormente le chance di vittoria elettorale del presidente nella tornata elettorale di novembre”.

L’evoluzione dei prezzi

Più in dettaglio, Morrison rileva che l’aumento dei prezzi globali del gas naturale liquefatto nel 2026 “appare modesto” rispetto ai rialzi “vertiginosi” osservati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

L’effetto della guerra contro l’Iran sul petrolio è stato più pronunciato. I prezzi dei futures del greggio Brent sono saliti del 72% da gennaio, passando da 61 dollari a circa 105 al barile al 21 maggio.

È un aumento “significativo”, ma ben lontano dai 200 dollari al barile previsti da alcuni analisti nei primi giorni della guerra. Altri osservatori si aspettavano che le quotazioni del petrolio si avvicinassero ai livelli record di circa 147 $ al barile raggiunti nel 2008, pochi mesi prima dell’inizio della crisi finanziaria globale.

In realtà, i prezzi non hanno ancora superato il picco di 120 $ segnato nel 2022. I trader, infatti, “sembrano agire nella speranza che il conflitto finisca presto e che le normali spedizioni petrolifere riprendano”.

Morrison ricorda che prima dell’inizio della guerra a febbraio, c’era un consistente surplus petrolifero globale. Il fracking ha trasformato gli Stati Uniti da grande importatore di greggio nel maggiore produttore mondiale e anche l’Argentina è diventata un esportatore di oro nero.

Il mercato si è poi adattato al nuovo scenario. La guerra ha eliminato una parte degli idrocarburi estratti in Medio Oriente; ricordiamo che dallo Stretto di Hormuz prima del conflitto transitava circa il 20% del Gnl mondiale e circa il 25% del petrolio.

In risposta, altri Paesi produttori hanno aumentato le esportazioni. Le sanzioni statunitensi sul petrolio russo sono state temporaneamente sospese, aumentando l’offerta globale. Stati Uniti, Argentina, Brasile e Guyana hanno tutti aumentato la produzione per colmare parzialmente il divario di offerta.

Allo stesso tempo, molti Paesi stanno cercando di ridurre i consumi di petrolio. Si prevede che la domanda globale di greggio diminuirà di oltre il 2% in questo trimestre, principalmente nei Paesi in via di sviluppo dell’Asia.

Scorte in esaurimento

Tuttavia, la domanda globale di petrolio continua a superare l’offerta, mentre le riserve mondiali si stanno consumando a ritmi record e sono vicine al livello più basso degli ultimi otto anni.

La crisi è tutt’altro che conclusa. Morrison cita le previsioni degli analisti di JP Morgan Chase, secondo cui le forniture petrolifere nei Paesi ricchi potrebbero restringersi ulteriormente entro l’inizio di giugno. Entro settembre, le riserve potrebbero scendere a livelli sufficientemente bassi da mettere sotto forte pressione le economie.

ADV
×
Privacy Policy Cookie Policy