Dopo i tentativi di bloccare i progetti e le campagne di disinformazione condite con molteplici bufale, la guerra di Donald Trump contro l’eolico offshore apre un capitolo inedito: pagare un’azienda per rinunciare agli impianti e dirottare gli investimenti sulle fonti fossili.
È successo, ieri, 23 marzo, quando TotalEnergies ha firmato accordi transattivi con il dipartimento Usa degli Interni per uscire dalle concessioni eoliche offshore di Carolina Long Bay (1 GW) e New York Bight (3 GW), acquisite nel 2022.
L’accordo prevede che il governo federale rimborserà al colosso energetico francese la cifra pagata per i canoni delle due concessioni, quasi 1 miliardo di dollari; in cambio, anziché realizzare con i suoi partner 4 GW di aerogeneratori in mare, TotalEnergies investirà un importo equivalente nello sviluppo di nuove attività nel settore petrolifero e del gas.
Il cambio di rotta sostenuto dalla Casa Bianca
Il cambio di rotta è davvero netto.
Queste, ad esempio, sono alcune note sul progetto di Carolina Long Bay tratte dal relativo sito web: “Le iniziative per le energie pulite stanno prendendo piede in aree strategiche lungo la costa orientale” e le due Caroline (Carolina del Nord e Carolina del Sud) “rappresentano una delle migliori opportunità a livello nazionale per lo sviluppo dell’energia eolica offshore”.
Mentre in un comunicato del 23 ottobre 2023 di TotalEnergies, riferito al progetto di New York Bight, si legge che grazie alla partnership con Corio e Rise, “TotalEnergies rafforza la sua capacità, in qualità di operatore, di realizzare un solido progetto eolico offshore con rendimenti interessanti, che contribuirà a fornire energia elettrica verde alla città di New York”.
Ora la stessa TotalEnergies, nella nota pubblicata ieri sull’accordo con il dipartimento Usa, afferma che gli studi condotti dalla compagnia sulle concessioni “hanno dimostrato che lo sviluppo di impianti eolici offshore negli Stati Uniti, a differenza di quelli europei, è costoso e potrebbe avere un impatto negativo sull’accessibilità economica dell’energia per i consumatori statunitensi”.
Pertanto, TotalEnergies “è lieta di firmare questi accordi transattivi con il dipartimento degli Interni e di sostenere la politica energetica dell’Amministrazione”.
L’amministratore delegato della società, Patrick Pouyanné, ha confermato che “lo sviluppo di progetti eolici offshore non è nell’interesse del Paese”.
Pouyanné ha poi precisato che i canoni di locazione rimborsati saranno utilizzati per finanziare la costruzione di un impianto di gas naturale liquefatto (Gnl) sul Rio Grande in Texas, oltre all’espansione di attività nel settore oil & gas (si parla di petrolio nel Golfo del Messico e gas di scisto), in modo da “sostenere lo sviluppo della produzione e dell’esportazione di gas negli Stati Uniti”.
Questi investimenti, ha aggiunto, “contribuiranno a rifornire l’Europa del Gnl statunitense di cui ha tanto bisogno”.
Nello spiegare i termini dell’accordo, il segretario degli Interni Doug Burgum afferma, in un concentrato di mistificazioni sulle fonti rinnovabili, che “l’energia eolica offshore è uno dei sistemi più costosi, inaffidabili, dannosi per l’ambiente e dipendenti dai sussidi mai imposti ai consumatori e ai contribuenti americani”.
Di conseguenza, la Casa Bianca accoglie “con favore l’impegno di TotalEnergies nello sviluppo di progetti che producano energia affidabile e a prezzi accessibili, riducendo le bollette mensili degli americani e garantendo al contempo un approvvigionamento energetico di base sicuro per gli Stati Uniti, oggi e in futuro”.
Si parla di un “accordo innovativo”, promosso dall’Agenda per il Dominio energetico di Trump, grazie al quale “il popolo americano non pagherà più sussidi ideologici che hanno beneficiato esclusivamente l’industria eolica offshore”.
Gli altri intoppi per i parchi offshore negli Usa
La vicenda di TotalEnergies si inserisce dunque nel filone delle opposizioni della Casa Bianca contro gli investimenti nelle fonti rinnovabili, in particolare contro i parchi eolici marini.
A gennaio, il tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia ha concesso l’ingiunzione preliminare richiesta da Revolution Wind (una joint venture al 50% tra il colosso danese Ørsted e Skyborn Renewables), in merito all’ordinanza di sospensione emessa a dicembre 2025 dal Bureau of Ocean Energy Management (BOEM) del dipartimento degli Interni.
Come riportava Ørsted, la decisione del tribunale avrebbe consentito al progetto Revolution Wind di riprendere immediatamente le attività interessate, mentre sarebbe proseguita la causa sottostante che contesta gli ordini del direttore del BOEM del 22 agosto 2025 e del 22 dicembre 2025.
Il 22 dicembre 2025, come abbiamo scritto, il dipartimento degli Interni aveva annunciato la sospensione con effetto immediato dei contratti di locazione delle aree pubbliche per tutti i grandi progetti eolici offshore in costruzione negli Stati Uniti, cinque in totale tra cui Revolution Wind da 704 MW, “a causa dei rischi per la sicurezza nazionale identificati dal dipartimento della Guerra in rapporti classificati, recentemente completati”.
I rischi, secondo la Casa Bianca, sarebbero imputabili alle interferenze radar (clutter) causate dai movimenti delle pale eoliche, ma come abbiamo scritto si tratta di una mezza bufala: il tema è noto e studiato da oltre vent’anni e assolutamente superabile.


























