Sotto pressione Usa, la IEA ridimensiona l’agenda climatica

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Il controverso documento conclusivo del summit ministeriale biennale dell'agenzia mette in secondo piano la lotta al cambiamento climatico. Al centro dell’attenzione finiscono invece sicurezza energetica e materie prime critiche, tra tensioni Washington-Bruxelles.

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Gli Stati Uniti sono riusciti nel loro intento di influenzare i vertici dell’International Energy Agency (Iea), uno dei principali punti di riferimento globali su dati, analisi e scenari energetici, facendo rimuovere il cambiamento climatico dalle principali priorità dell’agenzia. 

Avevamo raccontato alcuni giorni fa delle pressioni portate avanti soprattutto dal Segretario Usa all’Energia, Chris Wright, che aveva accusato la Iea di inseguire “fantasie di sinistra” promuovendo le rinnovabili e aveva minacciato di far venir meno il supporto americano, giudicando il lavoro degli analisti “in conflitto” con la politica pro-fossili dell’amministrazione Trump.

Giova ricordare che gli Usa contribuiscono per il 14% dei finanziamenti con cui la Iea si sostiene.

In seguito a un vertice conclusosi la scorsa settimana a Parigi, che ha visto tra gli altri la partecipazione di ministri e viceministri dell’Energia da oltre 50 Paesi ed è stato segnato da tensioni e indebolimento del consenso climatico globale, l’agenzia ha pubblicato una nota di sintesi in cui la lotta al cambiamento climatico non figura tra le emergenze da affrontare.

Il documento si concentra invece su sicurezza energetica, resilienza, minerali essenziali e sistemi elettrici. 

La retromarcia della Iea

Questo sviluppo rappresenta un’inversione di tendenza rispetto all’ultima riunione ministeriale di due anni fa, quando il contrasto alla crisi climatica e l’eliminazione graduale dei combustibili fossili erano state indicate come “priorità assoluta” della Iea. 

Insolitamente, inoltre, non c’è stato alcun comunicato congiunto dei ministri al termine della riunione. 

La sintesi pubblicata dalla presidenza menziona il cambiamento climatico solo una volta, affermando che “un’ampia maggioranza dei ministri ha sottolineato l’importanza della transizione energetica per contrastare il cambiamento climatico e ha evidenziato la transizione globale verso emissioni nette pari a zero, in linea con i risultati della Cop28″. 

Nonostante questa linea, il climate change è stato appena menzionato durante la conferenza stampa finale. In quella sede il direttore esecutivo della Iea, Fatih Birol, ha eluso le domande sul fatto che Washington avesse insistito per diluire il linguaggio con cui l’agenzia affronta la lotta al cambiamento climatico. 

Interrogato direttamente sullo scenario net-zero della Iea, ha osservato che l’ultimo World Energy Outlook ne include ancora uno, ma ha rifiutato di confermare che apparirà anche nelle prospettive future. 

Il Segretario Usa Wright aveva recentemente affermato che “non abbiamo bisogno di uno scenario di emissioni nette zero”, definendolo un “progetto ridicolo” che “non accadrà mai”. A margine del meeting, il rappresentante americano ha però ammorbidito i toni: “Non vogliamo assolutamente ritirarci, vogliamo solo riportare la situazione alla realtà”. 

Sophie Hermans, la ministra olandese per il clima che ha presieduto la riunione, ne ha difeso l’esito, sostenendo che ogni vertice ministeriale riflette la propria “situazione geopolitica”. “E penso che l’ultima cosa che dovremmo fare è confrontare il riassunto della presidenza di oggi con quello di due anni fa, perché sono cambiate tantissime cose”, ha detto ai giornalisti. 

Braccio di ferro Usa-Ue sul Gnl

Il vertice è stato anche l’occasione per gli Usa di rispondere alle dichiarazioni rilasciate a gennaio dal commissario Ue all’Energia Dan Jørgensen, che in reazione alle minacce statunitensi sulla Groenlandia aveva fatto sapere che Bruxelles avrebbe provato a ridurre la propria dipendenza dal Gnl proveniente da Washington. 

“Ritengo che i commenti del Commissario Jørgensen siano davvero infelici. Gli Stati Uniti sono un fornitore di energia solidissimo. Non si può avere un partner migliore”, ha dichiarato Wright ai giornalisti dopo i colloqui a porte chiuse con gli altri ministri. 

L’emissario Usa ha sostenuto che i governi europei hanno indebolito la propria sicurezza energetica limitando la produzione nazionale di petrolio e gas, pur rimanendo dipendenti dagli idrocarburi. Le esportazioni statunitensi, ha aggiunto, “sono gestite da aziende private vincolate da contratti, non dirette dal governo per ottenere influenza geopolitica”. 

Secondo calcoli della Ieefa nel 2025 l’Ue ha importato dagli Stati Uniti circa 81 miliardi di metri cubi di Gnl, quasi quattro volte i volumi del 2021, arrivando a coprire il 57% delle importazioni europee di gas naturale liquefatto (Gas, Ue a rischio dipendenza dagli Usa). In Italia quello statunitense lo scorso anno ammontava a oltre 9 mld mc (il 44,3% dell’import di Gnl).

Se tutti i contratti annunciati dovessero concretizzarsi e se gli sforzi di riduzione della domanda dovessero rallentare, entro il 2030 gli Stati Uniti potrebbero fornire il 75-80% del Gnl importato dall’Ue. 

In termini più ampi, questo significherebbe che fino al 40% delle importazioni totali europee di gas e Gnl potrebbe provenire da un solo Paese, contro il 27% del 2025. Una concentrazione che, sottolinea Ieefa, contraddice apertamente la strategia REPowerEU, fondata su diversificazione, riduzione della domanda e contenimento dei costi energetici. 

Jørgensen ha affermato che la Commissione europea sta cercando fornitori alternativi e prevede di approfondire i legami energetici con una serie di Paesi nei prossimi mesi, tra cui Canada, Qatar e Algeria. 

Su Bruxelles grava però lo sproporzionato accordo stipulato a luglio 2025 che prevede l’obbligo di acquistare 250 miliardi di dollari all’anno (per tre anni) di petrolio, Gnl e combustibili nucleari dagli Usa. 

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