Le pressioni Usa sull’Ue: gas a rischio senza l’accordo sui dazi

Le dichiarazioni al Financial Times dell'ambasciatore Andrew Puzder. Giovedì il voto a Strasburgo in plenaria sull'intesa commerciale raggiunta a luglio 2025, dopo il via libera (con diverse condizioni) della commissione per il Commercio internazionale.

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Dagli Stati Uniti arrivano nuove “pressioni” (per usare un eufemismo) sull’Europa riguardo alle politiche commerciali ed energetiche.

Parlando al Financial Times, l’ambasciatore Usa nell’Ue, Andrew Puzder, ha affermato che l’Unione europea deve attuare senza modifiche l’accordo commerciale sui dazi, siglato a luglio 2025 a Turnberry, in Scozia, altrimenti rischia di perdere l’accesso “favorevole” alle esportazioni americane di gas naturale liquefatto (Gnl).

L’accordo, come abbiamo scritto, punta a ridurre i dazi sulle importazioni Usa di prodotti europei al 15% (con alcune eccezioni, tra cui acciaio e semiconduttori), dietro l’impegno di Bruxelles ad aumentare massicciamente gli acquisti di energia dagli States, per complessivi 750 miliardi di $ in tre anni per petrolio, Gnl e combustibili nucleari.

Parlando oggi (24 marzo) ai giornalisti a margine dell’assemblea annuale dell’Associazione reseller e trader di energia (ARTE), il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, in tema di dazi ha detto che l’Italia non si sente “minacciata” dalla posizione Usa.

Pichetto ha ricordato la “fortuna” di poter comprare gas in tutto il mondo grazie ai nostri player (Eni in primis) e contando su quattro pipeline e cinque rigassificatori, precisando che “la sfida è rispetto alla quotazione a livello mondiale del gas e del petrolio”.

Tornando all’intesa raggiunta lo scorso luglio tra Ursula von der Leyen e Donald Trump, non è stata ancora ratificata; il voto europeo è stato posticipato in seguito alle minacce statunitensi contro la Groenlandia e all’incertezza su come avrebbe risposto l’amministrazione Usa alla sentenza della Corte Suprema, che a febbraio ha annullato i dazi imposti dalla Casa Bianca.

Lo stesso Trump, con un ordine esecutivo del 20 febbraio, ha poi varato dazi temporanei del 10% ad valorem per 150 giorni, ai sensi della sezione 122 del Trade Act del 1974.

I negoziati Ue

Questo giovedì (26 marzo) è previsto il voto del Parlamento Ue in plenaria sull’accordo di Turnberry, per poi avviare i negoziati finali con gli Stati membri.

Mentre giovedì scorso (19 marzo), la commissione per il Commercio internazionale dell’Europarlamento ha adottato la propria posizione su due proposte legislative che attuano alcuni aspetti tariffari dell’accordo commerciale Usa-Ue. Sul versante energetico, come abbiamo riportato, si apre la strada a una crescente e rischiosa dipendenza europea dalle importazioni di gas americano, secondo le dettagliate analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (Ieefa).

Come ha spiegato il relatore del Parlamento per il dossier, il tedesco Bernd Lange (SPD), “abbiamo chiarito che qualsiasi dazio imposto all’Ue o a uno dei suoi Stati membri a causa delle loro decisioni di politica estera è inaccettabile”, quindi “abbiamo aggiornato e rafforzato la clausola di sospensione” e “qualora i dazi dovessero concretizzarsi, sospenderemmo immediatamente l’iter legislativo per l’attuazione delle preferenze tariffarie sui prodotti statunitensi”.

Prevista anche una clausola di entrata in vigore anticipata: in sostanza, “le preferenze tariffarie per i prodotti statunitensi (ad esempio su determinati prodotti industriali, ndr) entreranno in vigore solo quando gli impegni concordati a Turnberry saranno effettivamente rispettati dalla parte statunitense”.

Un altro criterio che dovrà essere soddisfatto è la riduzione dal 50% al 15% dei dazi sui prodotti Ue che contengono meno del 50% di acciaio o alluminio.

Infine, ha rimarcato Lange, se gli Stati Uniti decidessero di aumentare i dazi attuali previsti dalla Sezione 122 dal 10% al 15% a livello globale, “la maggior parte dei prodotti Ue sarebbe soggetta a una tariffa effettiva superiore al limite del 15%, a causa dell’aggiunta della tariffa della nazione più favorita (aliquota doganale base applicata dagli Usa ai partner commerciali, ndr). Anche questo sarebbe inaccettabile e porterebbe alla sospensione dei nostri lavori sui dossier”.

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