Secondo il Bilancio Energetico Nazionale redatto dal Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2008 la dipendenza energetica dell’Italia dalle importazioni è stata dell’84,5% del fabbisogno di energia primaria. Il rimanente 15,5% proviene dalle produzioni nazionali di gas naturale (25,5%), petrolio (17,5%), carbone (2%) e da fonti rinnovabili (55%).
L’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, nel riprendere dati di fonte Eurostat attribuisce alla Francia una dipendenza energetica da importazioni del 51,9% (vedi grafico).

Esaminando i dati forniti dal World Energy Council si ricava che la produzione francese di fonti fossili presenti sul suolo patrio (gas, petrolio e carbone) arriva a malapena all’1% e che le fonti rinnovabili pesano per il 6% sul consumo totale lordo di energia. Il 51,9% di dipendenza estera non tiene conto quindi delle importazioni di uranio che incidono praticamente per il 100% del proprio fabbisogno. La Francia nel 2009 ha prodotto infatti solo 8 tonnellate di uranio contro un fabbisogno di 9.000 tonnellate.



Con queste considerazioni la dipendenza francese dalle importazioni è dunque di circa il 93%, pertanto superiore a quella italiana (84,5%).  

Ma perché le importazioni di uranio per produrre energia elettrica non sono considerate come dipendenza energetica dall’estero, mentre le importazioni di gas naturale lo sono? Qualcuno potrebbe obiettare che l’uranio è arricchito in Francia e che quindi è da considerare francese. Ma allora perché non consideriamo italiana anche la benzina raffinata in Italia?

La verità è che questa è l’ennesima “balla” che ci viene propinata per convincerci alla necessità del nucleare: la cosiddetta sicurezza degli approvvigionamenti.
Pochi sanno però che un quarto dell’uranio che alimenta i reattori atomici del pianeta proviene dalle testate atomiche ex-sovietiche in via di smantellamento a seguito dell’accordo Usa-Russia “Megatons to Megawatts“. Infatti, su un fabbisogno annuo di circa 72.000 tonnellate di uranio, la capacità produttiva annua mondiale di uranio è di sole 54.000 tonnellate; la differenza viene coperta dallo smantellamento (Down-Blending) delle testate nucleari russe contenenti uranio altamente arricchito al 93%.

Sto parlando dell’accordo commerciale, siglato nel 1993 e valido fino al 2013, del valore iniziale di 12 miliardi di dollari, secondo il quale la Russia si era impegnata a fornire agli Stati Uniti uranio per i suoi reattori (LEU – Low Enriched Uranium al 4-4,5%) proveniente dall’uranio militare altamente arricchito (HEU – High Enriched Uranium al 93%) dell’arsenale atomico ex-sovietico.

L’accordo, rinegoziato più volte sia da Clinton che da Bush, imponeva alla Russia di vendere l’uranio a prezzo fisso solo agli Stati Uniti, cosa che ha provocato rancori e quindi rallentamenti nelle forniture da parte della Russia. Ma con il recente accordo tra Obama e Putin la vicenda sembra sistemata. L’accordo, molto ben propagandato dai media incapaci di andare dietro la notizia, cioè di un accordo sulla riduzione degli armamenti, consente ora invece alla Russia di vendere uranio da “downblending” militare a prezzi di mercato agli Usa, nonché di vendere le eccedenze direttamente sul mercato mondiale ai paesi che hanno aderito al “patto di non proliferazione”.

Basterà quindi comperare l’uranio dall’amico Putin e il gioco è fatto. Ma non è lo stesso che viene definito inaffidabile quando ci vende il gas?