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Clima e domanda elettrica: così i climatizzatori la faranno crescere nel Sud Europa

Uno studio, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, indaga gli impatti futuri del cambiamento climatico sui consumi elettrici di 35 nazioni europee. Con l'aumento delle temperature la domanda crescerà, soprattutto in Europa meridionale e d'estate.

Il cambiamento climatico in atto, tra i vari impatti che avrà sul sistema elettrico, porterà a una crescita della domanda elettrica nell'Europa meridionale, sia come consumi che come picco di richiesta.

Scenderà invece il consumo nell'Europa del Nord e nei periodi invernali: una polarizzazione dei consumi che richiederà di intervenire su infrastrutture e produzione, spingendo a una maggiore integrazioni delle rinnovabili e del fotovoltaico in primis.

Questa, in estrema sintesi, la conclusione cui arriva un nuovo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences: "North – south polarization of European electricity consumption under future warming" di  Leonie Wenz, Anders Levermann e Maximilian Auffhammer ( allegato in basso).

La ricerca, che, va fatto notare, tralascia altre variabili, come il probabile avvento della mobilità elettrica, indaga come il clima che cambia impatterà sui sistemi elettrici di 35 nazioni europee.

In particolare, a partire dai dati sul periodo 2006-2012, si stima come l'andamento delle temperature previsto farà cambiare la domanda nella seconda metà del secolo, sia in termini assoluto che come potenza di picco richiesta.

Più domanda al Sud

La stima viene fatta su diversi scenari di mitigazione del riscaldamento: come si vede dal grafico sotto, maggiore sarà l'aumento delle temperature, più, si prevede, ci sarà una polarizzazione nell'andamento dei consumi tra Nord e Sud del continente.

Nei Paesi del Sud e dell'Ovest europeo, soprattutto per un maggiore uso dei climatizzatori si prevedono aumenti della domanda dovuti al clima fino al 7% (per la Spagna, mentre in Italia la domanda è prevista in leggero calo comunque), mentre a settentrione i consumi potranno scendere anche del 6% come nel caso della Svezia.

A livello complessivo in Europa invece non ci saranno variazioni significative della domanda legate al clima.

Insomma i consumi cresceranno di più dove e quando c'è più caldo, rendendo auspicabile l'integrazione di sempre più potenza da fotovoltaico, oltre che il potenziamento delle infrastrutture di rete, sistemi di accumulo compresi.

Effetti già percepibili

Lo studio citato, che concentrandosi solo sulla variabile clima non si propone di prevedere l'andamento reale della domanda, è comunque molto utile per capire come dovremo adeguare i nostri sistemi elettrici al global warming.

La sfida d'altra parte è attuale e non solo futura. Ce lo ricorda ad esempio l'ultima analisi trimestrale Enea sul sistema italiano, che segnala possibili criticità per questi mesi dovute proprio a fattori climatici: alte temperature, scarsa produzione delle fonti non programmabili, bassa idraulicità.

Questo mix di “condizioni estreme” secondo le simulazioni Enea (in linea con le valutazioni espresse dall’associazione europea degli operatori di rete ENTSO-E) potrebbe causare problemi di adeguatezza per il mercato elettrico italiano nei mesi estivi, soprattutto nelle regioni del Centro-Nord.

Mentre il caldo fa crescere i consumi (anche se non ai livelli dell'estate scorsa, si vedano i dati Terna pubblicati ieri), la siccità prolungata ha fatto crollare l'apporto da idroelettrico: se consideriamo il periodo gennaio-maggio in Italia la produzione idroelettrica dal 2014 al 2017 ha perso 10,8 TWh.

Il problema acqua e l'energia

La relazione tra energia e acqua, inoltre, non riguarda affatto il solo idroelettrico, come spiega bene un recente lavoro del World Resources Institute (WRI) che non lascia dubbi fin dal titolo: No Water, No Power.

Anche il termoelettrico - reattori nucleari, unità a gas, carbone e biomasse - è molto vulnerabile alla scarsità di risorse idriche. Tutti questi impianti richiedono moltissima acqua per molteplici esigenze, in primis per i sistemi di raffreddamento e per generare vapore; acqua che in molti casi è prelevata direttamente da fiumi e laghi situati nelle vicinanze.

Oltre il 90% della produzione mondiale di elettricità, osserva il WRI, è garantito da centrali idroelettriche o termoelettriche, quindi la riduzione degli approvvigionamenti idrici è un fattore di rischio sempre più elevato da considerare nelle decisioni d’investimento.

Perfino in Europa, prosegue l’analisi, la generazione termoelettrica potrebbe calare del 19% dal 2030 al 2060 per via degli impatti climatici e conseguente crisi delle forniture idriche.

Secondo una ricerca datata 2014 della danese Aarhus University e delle americane Vermont Law School e CNA Corporation, se continuiamo a contare su nucleare e fossili entro il 2020 la scarsità idrica colpirà il 30-40% delle aree del Pianeta ed entro il 2040 la situazione sarà insostenibile: dovremmo cioè scegliere tra destinare l'acqua al raffreddamento delle centrali termoelettriche o agli altri usi essenziali alla sopravvivenza umana.

Un argomento che ci porta a spezzare un'altra lancia a favore delle nuove rinnovabili: secondo la stessa ricerca, per ogni MWh prodotto, una centrale nucleare prevede il prelievo di 168 metri cubi di acqua, il gas di 43, il carbone di 86, mentre per il fotovoltaico il prelievo di acqua per MWh di energia generata è di 0,1 m3 e per l'eolico è addirittura nullo.

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