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Il sistema energetico nel suo punto critico. Perché non si tornerà indietro

"Il punto di non ritorno della transizione energetica da fossili a rinnovabili è arrivato", scrive Chris Nelder, analista e consulente energetico americano, su Smartplanet.com. I fondamentali economici delle fonti convenzionali collassano, mentre le rinnovabili migliorano le loro perfomance. Qualcuno ritiene che le tendenze in atto potranno ribaltarsi?

Parafrasando uno slogan di alcuni manifestanti dei G8 si potrebbe dire “Signori dell’energia fossile e nucleare, non vi sembra che sia una cinica pretesa venirci a dire che l’unico mondo possibile è il vostro?

Chris Nelder, un noto analista e consulente energetico americano, su Smartplanet.com, spiega che, nonostante le resistenze della vecchia struttura energetica, ormai il punto di non ritorno della transizione energetica dalle fossili alle rinnovabili è arrivato. A sostegno della sua tesi riporta dati e diverse fonti. Quel ‘tipping point’ – scrive – è qui e non si può più tornare indietro”.

Quali fattori lo portano a fare questa affermazione che può essere, per certi versi, anche in controtendenza con quanto pubblicato recentemente da noi riguardo ad una transizione ancora complessa e non certo lineare (Qualenergia.it, La transizione energetica non sarà un pranzo di gala)? Il ragionamento di Nelder è articolato e spiega, dal suo punto di vista ed evidenziando alcuni fatti, come i fondamentali economici delle fonti convenzionali stiano collassando rapidamente, mentre le energie rinnovabili, e in particolare eolico e solare, stiano migliorando le loro perfomance anche in termini di costo e di investimenti. Le attuali inequivocabili tendenze, sono messe in luce nelle conclusioni dell'analisi di Nelder, sotto forma di domande retoriche. Prima di arrivarci è utile riportare un grafico, ripreso nell'articolo, piuttosto significativo della situazione in atto nel settore oil.

Il grafico illustra come le spese di investimento (capex) rese pubbliche dalle principali compagnie petrolifere abbiano registrato un incremento pari ad un fattore 5 dal 2000, mentre la produzione petrolifera è tornata sui valori del 2000, dopo un breve periodo di moderata crescita. Il Wall Street Journal aveva di recente scritto che la produzione di gas e petrolio di Chevron, ExxonMobil e Royal Dutch Shell nel corso degli ultimi 5 anni è diminuita, anche se le stesse società hanno speso più di 500 miliardi di dollari in nuovi progetti.

L’autore dell’articolo, citando Steven Kopits, direttore della società di consulenza Douglas-Westwood (vedi video conferenza – durata 1h), afferma che “stiamo innaffiando la pianta sapendo che non crescerà più”.

E dentro questo andamento dell'energia fossile si registra un tasso di declino molto rapido della produzione dei pozzi di shale gas e tight oil che anche Bloomberg aveva messo in evidenza, nonostante molte aziende del settore siano le principali fonti di finanziamento della multinazionale dell’informazione. Insomma, la produzione inizia a declinare e i costi a salire. Molti “sweet spots”, cioè le aree più ricche dei giacimenti sono già state perforate intensamente. Quindi le perforazioni future rischiano di essere meno produttive e meno redditizie. Per compensare questo calo bisognerebbe aumentare notevolmente le perforazioni (Gas di scisto: la produzione comincia a calare).

Anche le centrali a carbone non se la passano bene. Negli States, secondo la EIA (US Energy Information Administration) almeno 60 GW di potenza non saranno più operative entro il 2016, più del doppio di quanto la stessa agenzia stimava solo nel 2012. Molti altri progetti sono stati abbandonati.

Lo stesso può dirsi per diverse centrali nucleari. Lo scorso anno il tasso di interruzione della produzione è senza precedenti. Altri reattori sono in procinto di chiudere, visto che i margini redditività si assottigliano e non si avvistano possibili miglioramenti negli anni a venire. Gli stessi piani di rinascita nucleare del Giappone sembrano più mediatici che concreti e anche il programma di reattori autofertilizzanti di nuova generazione è stato messo da parte a causa di problemi tecnici e costi esorbitanti.

Nel contempo muta lo scenario energetico, specialmente nell’elettrico. I costi di molte rinnovabili si abbassano costantemente, tanto che un report del Rocky Mountain Institute e di CohnReznick ipotizza che, entro il 2025, milioni di utenti residenziali troveranno economicamente vantaggioso non essere più collegati alla rete elettrica. Un evento che già oggi minaccia le utility ed è l’effetto della combinazione della diminuzione dei prezzi dei sistemi solari (calo del 60% dal primo trimestre 2010) e dello storage. I prezzi delle batterie agli ioni di litio sono già oggi la metà di quelli del 2008.

Un recente articolo della Reuters riportava la dichiarazione del CEO di RWE su come le tre principali utility tedesche (E.ON, RWE, EnBW) stiano oggi affrontandola peggiore crisi strutturale nella storia dell’offerta di energia. Crescita delle rinnovabili e riduzione dei consumi hanno portato il prezzo all’ingrosso dell’elettricità ad un crollo del 60% rispetto al 2008. Tutto ciò potrebbe anche far rivedere le scelte degli investitori, più pronti oggi rispetto a qualche anno fa ad impegnare risorse in titoli di aziende del settore delle rinnovabili.

Certamente, il quadro è di una profonda complessità, ma i segnali, spiega Chris Nelder, sembrano incontrovertibili.

Ed ecco dunque quelle sue conclusioni, forse semplici ma innegabili. L’autore inizia chiedendosi, infatti, se c’è oggi qualcuno che consideri possibile un ribaltamento dell’andamento dei costi delle tecnologie energetiche: stop della riduzione dei costi dei sistemi solari, delle batterie, delle turbine eoliche e contemporaneo ritorno alla diminuzione di quelli di nucleare e carbone.

Continua chiedendosi se esistono certezze fondate per ritenere che non assisteremo più a perdite o a gravi incidenti nell’estrazione, nel trasporto o nella distribuzione di gas e petrolio, con le enormi conseguenze ambientali ed economiche che queste provocano.

L’analista ricorda poi che negli Usa ci sono più di 1300 depositi per le ceneri da carbone e che metà di questi non sono più utilizzati da decenni; molti non hanno nemmeno un adeguato involucro di protezione: un gravissimo rischio incombente per la contaminazione delle falde acquifere. “Qualcuno pensa che le autorità spenderanno in futuro denaro e tempo per metterli in sicurezza?, si chiede Nalder.

Intanto le infrastrutture dell’energia convenzionale invecchiano e la loro manutenzione è spesso rinviata. Il presidente Usa prevede che per i prossimi 4 anni, per il solo trasporto di gas e petrolio, si dovranno stanziare 302 miliardi di dollari. Ma è solo una goccia nel mare della voce di bilancio ‘infrastrutture energetiche’.

Nader si domanda, inoltre, se esistano concrete possibilità per credere che le utility ‘ingoieranno’ migliaia di miliardi di dollari di loro asset, abbracciando in massa un nuovo modello di business. Forse è più probabile che solo alcune di queste compagnie, quelle che ne saranno capaci, decideranno di utilizzare energia solare, storage e altre tecnologie capaci di soddisfare in modo più economico e affidabile la domanda di energia, anche nei casi in cui i ripetuti disastri climatici siano causa di danni alle reti elettriche convenzionali.

C’è poi uno sguardo ai paesi in via di sviluppo. “Qualcuno ancora considera realistico – domanda - che miliardi di persone per soddisfare la loro fame di energia continuino ad affidarsi a vecchi e inquinanti generatori diesel o a lanterne a kerosene, peraltro con prezzi petroliferi in ascesa? O forse sarà più plausibile l’adozione di sistemi solari o eolici per fornire energia elettrica a questa enorme massa di popolazione?”

E ancora, “tra qualche tempo converrà di più installare un impianto fotovoltaico sul proprio tetto e caricare l’auto elettrica praticamente gratis oppure acquistare benzina in un distributore?”

Scenari, insomma, che raccontano sviluppi di tendenze ormai in atto, e non da poco tempo, ma che spesso la politica e i grandi gruppi industriali ed energetici preferiscono ignorare, anche in modo maldestro. A questo proposito c’è l’ultima dichiarazione di Paolo Scaroni, ad. di Eni: “Faccio parte di coloro che pensano che le rinnovabili, per come sono oggi, sono un problema non una soluzione, io penso che quelle rinnovabili che oggi utilizziamo, come il solare e l’eolico, creano dei problemi, per esempio hanno un costo esorbitante che grava in bolletta come componente A3, che in larghissima parte sono sussidi a delle rinnovabili costose ed inefficienti”.

Le rinnovabili sono un problema? Per chi? Nonostante l'opinione di questo ben pagato esponente della nostra “classe dirigente” quei mutamenti dello scenario energetico si confermano ogni giorno che passa. Ogni giorno ci sono nuove prove e ... nuove soluzioni sostenibili. Però si può anche decidere di non volerle vedere.

nella foto grande ripreso il logo di Transition Brockley

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Commenti

chi è l'autore dell'articolo?

Molto convincente l'articolo e anche logico, di una logica sana.
Ma si chiama Nelder, Nalder o Nader?

Si GB, hai ragione, con il

Si GB, hai ragione, con il petrolio, per fortuna, la produzione elettrica ormai c'entra poco.
Ma io stavo rispondendo a un tuo omonimo, tale GB, che più sotto parlava di produzione petrolifera in crescita....

Si Alsarago, chiaro che

Si Alsarago, chiaro che estrarre costa di più ma se un' azienda energetica prima doveva investire 10 per ottenere 60 ed oggi deve investire 60 per ottenere 110 non mi pare che sia automaticamnete un segno di ineluttabile declino per l'azienda stessa.... che i prezzi aumentino e per vari motivi (non solo maggiori costi di estrazione) ce ne siamo accorti tutti.

Le problematiche delle aziende elettriche (che con la questione del petrolio c'entrano poco o nulla) sono completamente diverse.

GB, in realtà la produzione

GB, in realtà la produzione di quello che intendiamo come greggio è stabile e ormai in leggero calo da anni.
Il punto è che a quel greggio "naturale" (quello che fai il buco per terra e poi sale da solo, o al massimo lo pompi o lo spingi pompando gas o acqua in profondità), negli ultimi anni si sono aggiunti una infinità di surrogati, spacciati come "petrolio", dai liquidi del metano al Gpl, dai derivati del carbone al bitume,che però con la real thing c'entrano poco, sia perchè costano più cari, sia perchè per estrarli o produrli si deve consumare molta più energia (e quindi più emissioni di CO2), sia perchè chimicamente sono diversi e molte cose che si fanno con il greggio (primo fra tutti il gasolio), spesso con quelli non si possono fare.
Già il peso crescente di questi surrogati contribuisce a tenere alto il prezzo e così è causa non secondaria della depressione mondiale dell'economia, ma secondo le ultime previsioni IEA, solo per compensare il rapido esaurirsi delle riserve di greggio-greggio, di questi surrogati ne servirà una quantità crescente, enorme, oltre che di petrolio "normale" estratto da luoghi estremi, dall'Artico ai 3000 metri di profondità.
Tutto questo, se non ci libereremo come dei fulmini dalla dipendenza da petrolio e gas, non porterà nulla di buono, nè in campo ambientale, nè in campo climatico, economico e di sovranità nazionale.
Lunica speranza è che abbia ragione questo analista, e che il peso crescente del costo degli idrocarburi, acceleri la transizione, salvandoci prima che ci tiri tutti a fondo.

Si si come no..... non è che

Si si come no..... non è che però la produzione mondiale di greggio sta crescendo alla faccia del 'peak oil' e che l'aumento del capex delle principali aziende è correlato anche all'aumento del prezzo del barile?

http://www.eia.gov/totalenergy/data/monthly/pdf/sec11_2.pdf