I piani nazionali per il clima in vista della COP28 sono insufficienti

L'analisi contenuta nel Global Stocktake Report delle Nazioni Unite sugli NDC di 195 Paesi: serve accelerare perché le emissioni non diminuiscono alla velocità attesa.

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Oltre a concordare quali azioni comuni andranno intraprese per fermare il disastro ambientale, in vista della COP28 i Paesi partecipanti dovranno “iniziare a mostrare esattamente come realizzarle”.

Questo perché, stando alle parole del segretario esecutivo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici Simon Stiell, i piani nazionali di intervento per il clima sono insufficienti per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C e raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi.

È quello che emerge dal report Global Stocktate dell’Onu (link in basso), secondo il quale, sebbene sia previsto che le emissioni non aumentino più dopo il 2030, queste non stanno ancora dimostrando la rapida tendenza al ribasso che gli scienziati si attendono entro questo decennio.

La divisione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha analizzato gli NDC (“Nationally Determined Contributions“, i piani nazionali non vincolanti di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra) di 195 Paesi dell’accordo di Parigi, rilevando che – se verranno implementate le ultime dichiarazioni di intenzioni disponibili – gli impegni attuali faranno aumentare le emissioni di circa l’8,8% rispetto ai livelli del 2010.

Si tratta di un miglioramento marginale rispetto alla valutazione dello scorso anno, secondo il quale i Paesi erano sulla buona strada per aumentare le emissioni del 10,6% entro il 2030 rispetto a tredici anni fa.

Gli ultimi dati scientifici del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’Onu indicano che le emissioni di gas serra devono essere ridotte del 43% da qui a sei anni se confrontate con i livelli del 2019.

Per raggiungere il picco delle emissioni prima della fine del decennio, secondo il rapporto “è necessario implementare gli elementi condizionali degli NDC, che dipendono principalmente dall’accesso a maggiori risorse finanziarie, dal trasferimento delle tecnologie, dalla cooperazione tecnica e dalla disponibilità di meccanismi basati sul mercato”.

Un obiettivo che sarà possibile raggiungere anche attraverso la riduzione cessazione degli investimenti nell’industria fossile, argomento centrale al tavolo delle Nazioni Unite di Dubai: i Paesi dovranno fare i conti – tra le altre cose – con i 7mila miliardi di dollari di cui ha beneficiato il settore secondo l’ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale “Fossil fuel subsidies data: 2023 update“.

Quanto ai gas serra, il report fa riferimento agli NDC dell’aprile 2016, evidenziando i progressi fatti dai nuovi programmi nazionali: tenendo conto della totale implementazione di questi ultimi, complessivamente i GHG nell’atmosfera dovrebbero ammontare a circa 53,2 gigatonnellate di CO2 equivalente nel 2025 e 51,6 nel 2030, in una forbice che va rispettivamente tra 51,6–54,8 e 48,3–54,8.

Oltre al discorso legato strettamente alle emissioni, il 61% dei Paesi ha basato le proprie strategie climatiche su piani energetici e iniziative legate all’agricoltura, all’utilizzo dell’acqua e alla gestione dei rifiuti. Gli sviluppi tecnologici necessari per coprire questi ambiti consentiranno nel 41% dei casi di attuare strategie di adattamento e mitigazione dei fenomeni climatici estremi, mentre il 25% sarà destinato soltanto alla prima e il 34% alla seconda.

Dall’ultimo Global Stocktake dell’Onu il numero di Paesi che ha deciso di promuovere tecnologie a basso impatto e resilienti al cambiamento climatico è aumentato del 4%. Un grande sforzo è arrivato anche dagli stati insulari o costieri, maggiormente interessati a spostare il focus anche sulle politiche che regolano la gestione dei mari. Il 73% degli NDC di questi Stati contiene infatti almeno una misura che riguarda gli oceani.

Molti di questi Paesi sono tra quelli più poveri del mondo, meno responsabili verso il cambiamento climatico ma maggiormente colpiti dagli effetti di quest’ultimo. Le loro istanze verranno certamente discusse alla COP28, dove tornerà nel dibattito anche il piano di risarcimenti da 100 miliardi di dollari che gli Stati più ricchi avevano promesso di destinare alle economie emergenti e in difficoltà alla Conferenza sul clima di Copenaghen nel 2009.

In merito ai piani energetici, la quasi totalità dei Paesi (il 90%) punta a ridurre le emissioni della filiera energetica e ad aumentare la propria quota di rinnovabili. Solo il 4% però ha intenzione di eliminare i sussidi ai combustibili fossili ed appena il 39% di ridurre le emissioni di metano e ossido di diazoto legate all’agricoltura. Altri interventi come il ripristino degli ecosistemi e la riforestazione sono materia prioritaria soltanto di poco più della metà dei Paesi coinvolti (56%).

“Il rapporto di oggi mostra che i governi uniti stanno facendo piccoli passi per scongiurare la crisi climatica – ammonisce Stiell – e dimostra perché bisognerà essere più coraggiosi alla COP28 di Dubai. Utilizziamo questo report per pianificare in anticipo e rendere questo appuntamento un punto di svolta che porti a un’impennata di azioni a favore del clima nei prossimi due anni”.

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