COP28, troppi entusiasmi: senza un vero stop alle fossili il mondo raggiungerà +2,7 °C

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Con le attuali politiche globali sulla produzione di energia il pianeta si scalderà di +2,7 °C rispetto ai livelli pre-industriali. E gli obiettivi dell'Accordo di Parigi saranno sempre più lontani.

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L’annuncio al termine di COP28 da parte del presidente della Conferenza, Ahmed Al Jaber, è stato accolto con applausi scroscianti, dichiarazioni soddisfatte in toto o in parte, e una certezza sbandierata: “Con il Global Stocktake approvato riusciremo a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C”.

Il testo varato ieri dopo negoziati frenetici e veti incrociati prevede un generico “transitioning away” dai combustibili fossili, una versione annacquata del “phase out” per il quale spingevano gli attori più ottimisti presenti a Dubai, che avrebbe quindi portato alla “eliminazione graduale” delle fonti sporche. Ci si accontenterà di una “transizione”, dunque, non si sa quanto veloce, non si sa quanto radicale.

Quello che si sa, però, è che senza una inversione di tendenza immediata sulle attuali policy delle carbon major le emissioni derivanti dalla produzione di energia tramite petrolio, carbone e gas porteranno a sforare i limiti di 1,5 °C sanciti dall’Accordo di Parigi, oltre i quali la comunità scientifica concorda nell’affermare che le conseguenze per l’umanità saranno catastrofiche ed irreversibili.

Attualmente il corpo degli investimenti in combustibili fossili porterà, se resterà costante, a un incremento di 2,7 °C a fine secolo: lo afferma Climate Action Tracker (CAT) in uno studio chiamato “Warming Projections Global Update” (link in basso) pubblicato a inizio dicembre secondo il quale, nonostante le promesse dei governi di tutto il mondo, le proiezioni sul riscaldamento non sono migliorate rispetto alla COP di Glasgow due anni fa. Nessun passo avanti è stato dunque fatto dal 2021.

Nello scenario CAT “Policy & Action”, che tiene in considerazione le emissioni attualmente attribuibili alle lobby del fossile secondo le policy globali, le previsioni parlano di uno sforamento che oscilla tra i +2,2 °C e addirittura i +3,4 °C rispetto ai livelli preindustriali.

Con il rispetto dei target nazionali al 2030 la stima si abbassa a +2,5 °C, soltanto nel best case scenario – che ipotizza una completa attuazione dei piani nazionali net zero e dei long term targets – si riesce a stare in una forbice tra il +1,5 °C e il +2,3 °C, con verosimilmente una media del +1,8 °C.

L’industria dei combustibili fossili e alcuni governi – denuncia il report – stanno ancora cercando di sostenere soluzioni, spesso irrealistiche, per continuare a fare ricorso ai combustibili fossili. Il mercato dei crediti di carbonio ad esempio “porterà solo a un ritardo nella riduzione delle emissioni dei Paesi”, oltre ad essere inaffidabile e poco trasparente, così come il ricorso alla Carbon capture and storage (CCS), inefficace su larga scala.

L’ultimo aggiornamento del CAT definisce sei criteri essenziali per gli NDC dei governi per il 2035:

  • Ridurre sostanzialmente le emissioni
  • Allinearsi all’obiettivo di zero emissioni nette
  • Stabilire obiettivi assoluti di riduzione delle emissioni a livello economico
  • Aumentare i finanziamenti per il clima
  • Concentrarsi sulle riduzioni interne, non sui crediti di carbonio
  • Iniziare a sviluppare e attuare nuove politiche che permettano di raggiungere il picco delle emissioni il prima possibile, di triplicare le energie rinnovabili e raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030, e di ridurre la produzione e l’utilizzo di combustibili fossili del 40% entro il 2030

Uno scenario simile lo dipinge anche il Production Gap Report 2023 dell’Unep (link in basso), pubblicato a novembre scorso. Il Rapporto analizza i 20 principali Paesi produttori di combustibili fossili, notando come i rispettivi governi prevedano di produrre circa il 110% in più di fonti sporche nel 2030 rispetto a quanto sarebbe compatibile con il contenimento del riscaldamento a 1,5 °C, e il 69% in più rispetto a quanto sarebbe compatibile con i 2°C.

L’offerta e la domanda globale di carbone, petrolio e gas dovrebbero diminuire considerevolmente da qui alla metà del secolo. Tuttavia, gli aumenti stimati dai piani e dalle proiezioni governative porterebbero a livelli di produzione globale nel 2030 che sono rispettivamente del 460%, 29% e 82% superiori rispetto ai trend coerenti con 1,5 °C.

I Paesi, ammonisce l’Unep, dovrebbero puntare a un’eliminazione quasi totale della produzione e dell’uso del carbone entro il 2040 e a una riduzione combinata della produzione e dell’uso di petrolio e gas di tre quarti entro il 2050 rispetto ai livelli del 2020, come minimo.

Mentre 17 dei 20 Paesi analizzati si sono impegnati a raggiungere emissioni nette pari a zero e molti hanno avviato iniziative per ridurre le emissioni derivanti dalle attività di produzione di combustibili fossili, la maggior parte continua a promuovere, sovvenzionare, sostenere e pianificare l’espansione della produzione di combustibili fossili. Nessuno si è impegnato a ridurre la produzione di carbone, petrolio e gas in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5 °C. Questi sono i fatti. Le dichiarazioni trionfali di fine COP dovranno partire da qui per uscire dalla dimensione dei proclami vuoti e cercare una via applicativa a una realtà che ci sta già portando verso il baratro climatico.

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