Manifestazioni per il clima: si tratta di lotta, non è più tempo di dibattiti

I giovani e i meno giovani in piazza per il clima provocano reazioni negative sia dei negazionisti che di alcuni ambientalisti. Eppure chiedono solamente di ascoltare il mondo scientifico. Ma il potere economico e politico è in difesa di denaro e potere.

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L’articolo è stato pubblicato sul n.3/2019 della rivista bimestrale QualEnergia

Continua ad attirare attenzione Fridays for Future. Anche se occupano troppo spazio nei mass media i tratti folcloristici del movimento e troppo poco il suo rapporto con le istituzioni politiche, i partiti e il potere.

I giovani chiedono una sterzata decisa e immediata accusando la generazione che oggi occupa il potere politico ed economico di tradire il loro futuro. Non pretendono di avere le soluzioni in tasca, ma chiedono di dare ascolto al mondo scientifico.

I destinatari di questa domanda in gran parte hanno reagito male.

L’ostilità dei molti dimostra la disperazione di chi sta lottando per la propria sopravvivenza, cioè la propria carriera e gli interessi. È significativo che non siano mai un tema gli argomenti di Fridays for Future dell’imminenza della minaccia dei cambiamenti climatici, l’aggressione è indirizzata sempre ad aspetti secondari come le ore perse causa sciopero, l’età di chi parla, eccetera.

Il venerdì precedente alle elezioni europee, il 24 maggio, i giovani di Fridays for Future erano in strada in 126 Paesi e, solo in Germania, in 300 città, chiedendo che le elezioni europee diventassero elezioni per il clima.

Il clamoroso successo dei Verdi, in Francia, Austria, Finlandia, Germania – e con un 2,4% in modo minore anche in Italia – sicuramente sono conseguenza dell’effetto “Sundays for Future”, cioè il voto dei giovani, perché anche se i giovani non considerano alcun partito all’altezza del problema, i verdi sono l’unico partito che fin dall’inizio ha considerato il clima il problema principale della nostra epoca, situazione particolarmente marcata in Germania, dove hanno sorpassato i socialdemocratici per diventare il secondo partito dopo i democristiani, con il 20,4%.

Le cifre parlano ancora più chiaro per gli elettori sotto i 30 anni. Nelle europee in Germania il 30% ha votato i verdi, tanto quanto i tre grandi partiti storici, democristiani (13), socialdemocratici (9) e liberali (8) insieme.

Il perché è chiaro se si esamina l’inchiesta “Consapevolezza ambientale in Germania” che il ministero per l’ambiente di Berlino commissiona ogni due anni.

Il 3% dei tedeschi è d’accordo con l’affermazione che il governo federale faccia “abbastanza” per la protezione del clima e dell’ambiente. Un 11% giunge con fatica a un “quasi abbastanza”, mentre l’85% è convinto che il governo faccia troppo poco per l’ambiente e il Pianeta.

L’ambiente, la giustizia sociale e il sistema di educazione sono i tre temi che due terzi dei cittadini trovano molto importanti. La paura delle criminalità, il terrorismo e gli immigranti seguono con 52%, 50% e 49%.

I politici dei partiti storici popolari in Germania democristiani, socialdemocratici e liberali, dimostrano un’impressionante incapacità di recepire questi dati, un’incapacità di apprendimento direttamente proporzionale all’intreccio della propria carriera con gli interessi particolari dell’industria fossile.

Per questo Fridays for Future giustamente declina tutti gli inviti per discutere le loro domande. C’è poco da discutere. Il dibattito scientifico sui cambiamenti climatici si è terminato nel 1995 con il primo rapporto dell’Ipcc. La comunità scientifica è arrivata a un chiaro consenso: dopo ventiquattro anni e altrettante Conferenze delle Parti, le azioni intraprese dai governi sono lontane dalle dimensioni del problema.

Siamo in una lotta, non un discorso. Come tante lotte anche quella è di soldi e di potere. Aspettare fin quando lo sviluppo demografico ridurrà i partiti anti-clima al 3% non è una opzione.

L’articolo è stato pubblicato sul n.3/2019 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo “Odiare Greta”.

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