Immaginate una persona che cade da una nave e comincia a chiedere aiuto. Dal ponte subito gli lanciano un salvagente, ma quello in mare comincia a lamentarsi che il colore della ciambella non si intona al suo vestito, e poi che ha letto su internet che il colore della ciambella potrebbe essere cancerogeno, e che quindi preferisce non toccarla.

Quelli dalla nave fanno del loro meglio per dirgli che sono tutte sciocchezze, ma l’uomo, a braccia incrociate, testardamente si rifiuta di prendere in considerazione il salvagente, e ben presto scompare fra le onde.

Questa è un po’ la metafora dello schizofrenico rapporto fra Italia e geotermia: pure in tempi di emergenza climatica ed energetica, continuiamo a snobbare questa fonte rinnovabile che produce 24/7, e che si integrerebbe perfettamente con le colleghe intermittenti da sole e vento.

Prima ci si sono messi i comitati del No, e i loro referenti politici, riuscendo ad affossare molte nuove iniziative del settore.

Ma dopo che la loro azione è stata rintuzzata dalla dimostrazione che la geotermia moderna non inquina e non altera il clima, e una prima nuova centrale geotermica a zero emissioni era stata autorizzata in una zona industriale vicino all’Amiata, ci ha pensato la sempre solerte Soprintendenza di turno a bloccare tutto di nuovo: evidentemente l’impianto avrebbe rovinato la vista dei capannoni intorno.

Ciliegina sulla torta, il decreto Fer 2, che contiene gli incentivi per le nuove centrali geotermiche innovative, indispensabili per lanciare queste tecnologie, vaga nel limbo dei sospesi ormai dal 2018: ogni tanto viene annunciato come “imminente”, ma, come Godot, non arriva mai.

Risultato, l’ultima centrale geotermica è stata installata (Bagnore 2, sull’Amiata) nel 2014, e la produzione geotermica è piantata da allora intorno ai 6-7 TWh annui, circa il 2% del totale dei consumi elettrici italiani.

Ma forse, dicono molti, la geotermia è una fonte “bollita” che ormai ha dato tutto quello che poteva, molto di più non si può spremere dal sottosuolo: per cui, che la si autorizzi e incentivi o meno, poco cambierà nel panorama energetico nazionale. Magari fosse così, viene da dire, ci si metterebbe il cuore in pace di fronte all’assurdità della situazione.

Invece, come ha ricordato Nunzia Bernardo per Rse (Ricerca sul Sistema Energetico), al congresso degli Stati Generali della Geotermia tenutosi pochi giorni fa a Roma per rilanciare questa fonte, è noto a tutti, fin dal 2015, che la geotermia può dare ancora tantissimo al paese.

In quell’anno infatti, Rse produsse il rapporto Zonazione geotermica del territorio italiano (pdf), su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico, che conteneva una stima delle potenzialità geotermiche di produzione elettrica, nei 382 Comuni italiani (in gran parte in Toscana e Lazio) con il maggiore calore sotterraneo, a 1000, 2000 e 3000 metri di profondità.

“Per queste aree la potenza termica installabile è pari a 13 GW, con una produzione dell’ordine di 115 TWh/anno termici”, ha ricordato Bernardo.

Supponendo che solo un quarto di quell’energia termica possa essere convertita in elettricità, il dato si traduce in circa 30 TWh elettrici, con il resto potenzialmente utilizzabile come calore per riscaldamento e raffreddamento, per industria e abitazioni.

Un valore che coincide bene con la stima (prudente, per loro ammissione) fatta nel 2018 dalla Unione Geologica Italiana, che calcolò in 5 GW la potenza geotermoelettrica installabile in Italia (più di 5 volte quella esistente oggi), che, visto l’altissimo capacity factor di questa fonte, si traduce in una produzione annua di circa 40 TWh.

Quaranta miliardi di kWh elettrici, sono circa il 15% della produzione nazionale, ovvero il 40% in più circa di quanto fornisca oggi il solare, ovvero quanto produrrebbero più o meno quattro centrali nucleari Epr.

Quanto ai restanti 80 TWh termici rimasti dopo la conversione elettrica, secondo Rse (che non prende in considerazioni l’energia geotermica sfruttabile con pompe di calore), sarebbero anch’essi un contributo notevole alla copertura di molti bisogni di energia da calore, domestici o industriali, che in un anno assommano a quasi 900 TWh.

E gli autori del rapporto Rse si sono mantenuti prudenti, considerando una lunga lista di limitazioni di luogo e di tecnologia, che in parte sono superabili grazie agli sviluppi tecnologici come l’esclusione della geotermia dalle aree prossime alle città: certo nessuno installerebbe una centrale geotermica “flash”, che rilascia vapore e gas in aria, appiccicata a un centro abitato, ma farlo con le nuove centrali a reimmissione totale nel suolo, potrebbe essere fattibilissimo, e questo faciliterebbe anche l’uso per il teleriscaldamento domestico dell’acqua calda prodotta.

“La geotermia ha un enorme potenziale ancora da utilizzare”, commenta Loredana Torsello del CoSviG, il Consorzio per lo Sviluppo delle Aree Geotermiche. “La sindrome Nimby ma anche i cambiamenti introdotti nel quadro degli incentivi economici, hanno determinato uno stallo, che in questo periodo storico sta diventando particolarmente insostenibile: abbiamo una risorsa rinnovabile nazionale che non siamo capaci di mettere a disposizione del sistema energetico, per problematiche non certo tecnologiche”.

La Toscana, per esempio, sarebbe in grado di raddoppiare la potenza attualmente installata senza grandi sforzi, anche tramite il semplice revamping, il miglioramento dell’efficienza delle attuali centrali, senza nuove perforazioni.

“Ma lo stallo non è solo nel comparto geotermoelettrico: esistono teleriscaldamenti basati sul calore della terra solo in nove Comuni toscani, e a Ferrara dov’è presente un impianto ibrido, che usa anche calore da combustione rifiuti e metano. Si può aggiungere un certo uso di pompe di calore geotermiche nel milanese e nel Veneto, e il quadro dello sfruttamento del calore sotterraneo in Italia è pressoché completo. Una frazione desolante di quanto lo usino in altri paesi europei, pur molto meno dotati di risorsa del nostro. Eppure si tratta di un settore che può contribuire al bilancio energetico in maniera significativa, oltre che al contenimento delle bollette, non soltanto per la parte di riscaldamento invernale, ma anche per il condizionamento estivo, perché le applicazioni geotermiche sono utilizzabili anche per il raffrescamento” conclude Torsello.

E si può anche aggiungere che dai fluidi geotermici nazionali potrebbe anche arrivare la risorsa litio, indispensabile per costruire le batterie automobilistiche e di accumulo, e che oggi va tutta importata, soprattutto dalla Cina che se n’è assicurata il quasi monopoli mondiale.

Forse sarebbe ora che il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani alzi lo sguardo dalle brochure di centrali nucleari e rigassificatori e volga la sua attenzione alle potenzialità che esistono già sotto i nostri piedi.