Gli italiani camminano su un tesoro energetico, ma sembrano aver deciso di non usarlo, per tutte le ragioni sbagliate.

Parliamo della geotermia, l’uso del vapore e delle acque calde sotterranee, per produrre elettricità e climatizzare case e aziende.

Nonostante il nostro paese sia così fortunato da avere ricche dotazioni geotermiche, dopo averle scoperte e usate per prime oltre un secolo fa, da circa 10 anni non installiamo più nulla, e siamo rimasti bloccati a meno di mille MW di centrali elettriche, tutte in Toscana, e sporadici esempi di teleriscaldamento geotermico, per lo più intorno alle stesse centrali.

La geotermia è una delle poche risorse rinnovabili in grado di funzionare 24 ore su 24, tutto l’anno, tanto che i nostri miserelli 944 MW, producono quanto 6 GW di fotovoltaico.

È uno spreco di risorse incomprensibile, soprattutto considerando che intanto altri paesi, dal Kenia alle Filippine, dall’Indonesia alla Turchia, si sono messi a sfruttare intensamente le loro risorse, superandoci come potenza e modernità di impianti.

Perché abbiamo rinunciato ad utilizzare questa risorsa che, secondo una stima prudenziale dell’Unione Geotermica Italiana (pdf), considerando solo le risorse più facili da sfruttare, potrebbe fornire all’Italia almeno altri 5 GW di elettricità rinnovabile e programmabile, cioè l’equivalente di circa 30 GW di solare?

Un tempo si pensava che fosse colpa del monopolio Enel, ma anche dopo che questo nel 2010 è cessato, la principale ragione è apparsa chiara: l’ostilità che incontrano da parte delle popolazioni e delle autorità locali i nuovi progetti geotermici.

Vengono respinti persino gli impianti più moderni che prevedono tecnologie che eliminano completamente ogni rilascio di gas in aria.

Le ragioni? Un’ossessiva campagna andata avanti negli anni scorsi che ha dipinto la geotermia come inquinante, per il rilascio di gas contenenti idrogeno solforato o mercurio. E dopo che questo problema è stato superato nelle centrali esistenti, con l’uso di filtri che abbattono al 95% questi gas (peraltro presenti nelle manifestazioni idrotermali spontanee nelle stesse aree), con l’affermazione che le centrali geotermiche emetterebbero più CO2 di quanta ne fanno risparmiare, a causa della degassazione del vapore estratto dal sottosuolo.

A sostanziare questa accusa, le ricerche nel 2017 del professor Riccardo Basosi, dell’Università di Siena, che hanno portato a una forte diffidenza verso questa fonte rinnovabile, anche da parte delle autorità governative, tanto che si stanno attendendo da tre anni di conoscere gli incentivi per le nuove installazioni geotermiche, contenuti nel decreto Fer2, continuamente rimandato.

In realtà, già ai tempi della pubblicazione delle ricerche di Basosi, circolavano molti dubbi sulla loro consistenza, visto che i territori in cui operano le centrali geotermiche, sono caratterizzati da manifestazioni idrotermali e spontanei rilasci di gas, CO2 soprattutto, per cui era molto incerta l’affermazione che i gas rilasciati dalle centrali geotermiche non fossero altro che quelli che sarebbero sfuggiti naturalmente dal terreno.

Adesso è arrivata una conferma scientifica, con tre ricerche (due sulla rivista Energies, e una sul Journal of Volcanology and Geothermal Research, allegate in basso) condotte da un team di ricercatori di Università di Pisa, Politecnico di Milano e Università “La Sapienza” di Roma, con finanziamenti Enel, e diretti dal geochimico Alessandro Sbrana dell’Università di Pisa.

Le ricerche sono state presentate alcuni giorni fa in una tavola rotonda fra scienziati e politici tenutasi a Larderello.

“Non solo le centrali geotermiche non rilasciano più CO2 di quanta ne rilascerebbe in loro assenza il terreno in cui si trovano – spiega Sbrana – ma a lungo andare addirittura riducono il rilascio di questo gas”.

Per dimostrarlo i ricercatori hanno calcolato che tutta l’area geologicamente attiva intorno all’Amiata, dove operano le centrali geotermiche più recenti, rilascia 18.000 tonnellate di CO2 al giorno, di cui le centrali sono responsabili per 1.400 tonCO2/giorno, il 7,9% del totale.

Ma se non ci fossero quelle centrali, i fluidi carichi di CO2 scorrerebbero ugualmente nel sottosuolo, e il gas, attraverso sorgenti termali o crepe del terreno, comunque riuscirebbe a liberarsi in aria.

“C’è chi sostiene che la CO2, senza le centrali, non uscirebbe prima di secoli o millenni, ma non ha mai presentato le prove che ciò avvenga, o anche solo dei modelli geologici che spieghino in che modo, in un terreno fortemente fratturato come quello geotermico, questo gas potrebbe rimanare sepolto”, aggiunge Sbrana.

Ma c’è di più: nella zona di Larderello, grazie alle centrali geotermiche le emissioni di CO2 sono addirittura diminuite.

“Nella Valle del Diavolo, così chiamata per le manifestazioni geotermiche spontanee, che è quella dove ora si trovano le centrali italiane più vecchie, abbiamo calcolato che nel XIX secolo si verificava il rilascio naturale di circa 400 tonCO2/giorno. Oggi quel flusso di CO2 è quasi nullo. La ragione è che le centrali reimmettono nel terreno il vapore condensato, che è povero di gas: decennio dopo decennio questa diluzione con acqua degasata, pur mantenendo costante la produzione energetica, ha quasi eliminato il rilascio naturale di CO2 sotterranea”, spiega Sbrana.

Quindi a Larderello la geotermia ha ridotto le emissioni naturali di quell’area, contribuendo a evitare che l’atmosfera assorbisse migliaia di migliaia di tonnellate di CO2, cosa che accadrà in tutte le aree del mondo dove si userà la tecnica della reimmissione dei fluidi degasati nel sottosuolo.

Adesso, quindi, non ci sono più scuse: le centrali geotermiche, grazie ai filtri o a tecniche di reiniezione dei fluidi nel terreno, non rilasciano gas inquinanti, né, come dimostrano queste ultime ricerche, aggiungono CO2 in aria che non sarebbe stata rilasciata naturalmente.

È tempo quindi di ricominciare a installare nuove centrali geotermiche, aiutando questa preziosa fonte rinnovabile, ideale per compensare l’intermittenza di solare ed eolico, velocizzando le autorizzazioni e concedendo opportuni incentivi.

Almeno a livello locale, la politica sembra aver capito: l’assessora toscana all’Ambiente Monia Monni, ha riconosciuto durante la tavola rotonda che “la geotermia è un asset strategico attorno al quale dovrà ruotare l’intera transizione ecologica della Toscana. Investire sulla geotermia significa rendere i territori più attrattivi: un’opportunità di sviluppo su cui tutti i cittadini dovranno essere pienamente coinvolti e informati, spiegando che qui stiamo facendo qualcosa di davvero utile per cambiare il mondo”.

In effetti in Toscana già oggi la geotermia soddisfa il 34% circa del fabbisogno elettrico regionale, oltre a fornire calore utile a riscaldare oltre 10mila utenze, 30 ettari di serre e aziende della filiera agroalimentare e dell’artigianato, e, secondo Sbrana, nei prossimi anni questo contributo potrebbe facilmente raddoppiare.

Speriamo che l’esempio toscano, ora che la diffamazione della geotermia sembra essere superata, si estenda finalmente a tutte le aree d’Italia, dalla Sicilia al litorale tirrenico fra Pisa e Roma, dalla Campania alla Sardegna, adatte per lo sviluppo di questa preziosa fonte rinnovabile.

Ricerche su rivista Energies:

Ricerca su rivista Journal of Volcanology and Geothermal Research: