Emissioni ETS, in diversi Paesi le acciaierie hanno sorpassato le centrali a carbone

Le maggiori sorgenti di gas climalteranti nei dati di Ember sul sistema ETS.

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In attesa di capire come si evolverà il 2020 per quanto riguarda le emissioni di CO2 con il perdurare dell’emergenza coronavirus (vedi qui alcune stime iniziali sui possibili rapporti tra inquinamento e crisi sanitaria), vediamo qual è stato l’andamento delle emissioni nell’ambito del mercato europeo ETS nel 2019 (Emissions Trading Scheme).

Secondo l’analisi del think-tank indipendente Ember, svolta su dati preliminari diffusi dalla Commissione europea, le emissioni di CO2 dei settori coperti dal sistema ETS (oltre 11.000 industrie nei vari paesi più le compagnie aree) sono calate del 7,8% lo scorso anno, portandosi così a 1,6 miliardi di tonnellate, 137 milioni di tonnellate (Mt) in meno rispetto al 2018.

Escludendo l’aviazione, il calo è ancora più marcato (8,4%).

In particolare, evidenzia Ember, le emissioni associate alla produzione di energia elettrica sono diminuite del 13% grazie al crollo del carbone.

In totale, dal 2013, spiegano gli analisti, la CO2 emessa dagli impianti a carbone/lignite è precipitata del 43% mentre è leggermente aumentata la CO2 emessa dalle unità a gas e olio combustibile (+7%).

Il risultato, quindi, considerando che il carbone è stato largamente rimpiazzato dalle fonti rinnovabili e dalle unità a gas naturale (coal-gas switching), è che le emissioni totali del settore elettrico sono scese del 29% in sei anni.

Nel 2019 le emissioni degli impianti industriali sono diminuite del 2% anche se questo dato, precisa Ember, è da attribuire al calo della produzione manifatturiera piuttosto che a misure di efficienza energetica; il settore dell’acciaio, ad esempio, ha registrato un -5% di produzione lo scorso anno.

Per quanto riguarda l’aviazione, le emissioni del comparto sono salite del 7% nel 2019; Ryanair è la compagnia aerea che emette la quantità maggiore di CO2 nel sistema ETS (+6% lo scorso anno) rimanendo al nono posto della classifica europea dei principali inquinatori, riassunta nella tabella sotto.

Si vede che le centrali a lignite continuano a dominare la graduatoria, con l’impianto di PGE a Belchatów in Polonia sempre in testa; il problema, evidenzia Ember, è che la generazione elettrica a carbone/lignite rappresentava ancora il 30% delle emissioni complessive del sistema ETS nel 2019.

E considerando che la generazione a gas e olio combustibile valeva un altro 22% delle emissioni totali, si capisce quanto peso abbiano ancora le fonti fossili nel settore elettrico.

In particolare, evidenzia Ember, le emissioni delle centrali a lignite di sei paesi – Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria, Grecia – sono state il 17% del totale registrato nel sistema ETS nel 2019, ma hanno generato solamente il 9% dell’energia elettrica prodotta complessivamente in Europa.

Infine, l’analisi mostra che per la prima volta, in Spagna e Olanda, le acciaierie hanno inquinato di più delle centrali a carbone; in totale, le acciaierie hanno emesso più CO2 in assoluto di qualsiasi altra attività industriale in sette paesi (Gran Bretagna, Francia, Austria, Finlandia e Slovacchia, oltre a Spagna e Olanda).

L’industria dell’acciaio, chiariscono gli analisti, vale una discreta fetta delle emissioni globali del sistema ETS (8% circa) di cui la maggior parte proviene da una trentina di altoforni alimentati a carbone.

In Italia la classifica dei maggiori inquinatori vede al primo posto le raffinerie Saras, seguite dall’ex Ilva di Taranto e dalla centrale a carbone di Brindisi Sud.

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