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Direttiva case green, i punti principali e le lacune dell’accordo Ue

Parlamento e Consiglio hanno raggiunto l'intesa politica sulla direttiva EPBD, il 7 dicembre, con diversi cambiamenti rispetto alla proposta iniziale di Bruxelles per lasciare più discrezionalità ai singoli Paesi.

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Dopo mesi di difficili negoziati è arrivato l’accordo politico provvisorio tra Parlamento e Consiglio Ue sulla nuova direttiva EPBD (Energy Performance of Buildings Directive) anche ribattezzata direttiva sulle case green.

L’intesa è stata raggiunta nella serata di giovedì scorso, 7 dicembre, con diversi cambiamenti rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea che hanno ammorbidito i punti più controversi del provvedimento, sulla spinta di diversi Paesi, tra cui l’Italia.

Bruxelles, ricordiamo, puntava a introdurre un obbligo di intervenire sugli immobili residenziali con le prestazioni energetiche peggiori, portandoli almeno in classe E entro il 2030 e in classe D entro il 2033. Ciò aveva innescato le critiche di vari governi, con in testa la destra italiana che aveva parlato di un vero “attacco alla casa e ai diritti dei proprietari”.

Ora l’approccio è cambiato. Nella nota diffusa dal Consiglio Ue, si spiega che gli Stati membri dovranno ridurre il consumo medio di energia primaria degli edifici residenziali del 16% entro il 2030 e del 20%-22 % entro il 2035.

Il 55% di questa riduzione, si precisa, dovrà essere conseguito mediante la ristrutturazione degli edifici con le prestazioni peggiori. Ciò lascia un margine di manovra molto ampio ai governi su dove e come intervenire; sono previste anche molte eccezioni, ad esempio edifici storici, luoghi di culto, case indipendenti più piccole di 50 metri quadrati, edifici delle forze armate.

Per quanto riguarda, invece, gli standard minimi di prestazione energetica per gli immobili non residenziali, una nota del Parlamento sottolinea che gli Stati membri dovranno ristrutturare il 16% degli edifici non residenziali con le peggiori prestazioni entro il 2030 e il 26% entro il 2033.

In tema di caldaie, il testo concordato tra Parlamento e Consiglio prevede che i governi adottino misure volte a eliminare gradualmente l’uso di combustibili fossili entro il 2040 (la Commissione proponeva il 2035).

Dal 2025 non si potrà più sovvenzionare l’installazione di caldaie autonome alimentate a gas o con altre fonti fossili; si potranno però mantenere incentivi per sistemi di riscaldamento ibridi, come quelli che abbinano generatori a gas con pompe di calore o solare termico.

Altri punti importanti del testo riguardano gli obblighi progressivi di installazione di impianti solari sugli edifici, se fattibile dal punto di vista tecnico ed economico, partendo da tutti i nuovi immobili non residenziali con superficie utile superiore a 250 metri quadrati, dal 2027 (schema qui sotto).

Dal 2028, tutti i nuovi edifici pubblici dovranno essere a zero emissioni e dal 2030 dovranno rispettare questo requisito tutte le nuove costruzioni, comprese quelle residenziali.

Sul nuovo testo della direttiva sono piovute diverse critiche; tra le prime, quelle dell’European Environmental Bureau (EEB), vasta rete di organizzazioni ambientaliste europee, di cui fa parte anche Legambiente.

In una nota, infatti, si parla di una direttiva “fortemente indebolita” che ha lasciato troppo spazio alla lobby dei combustibili fossili.

I legislatori, afferma l’EEB, “hanno diluito gli standard minimi di prestazione energetica per gli edifici residenziali” perché il testo rivisto “consente ai Paesi di scegliere la propria strategia di ristrutturazione, anziché concentrarsi in modo armonizzato sugli edifici con le prestazioni più basse e sulle famiglie a basso reddito”.

Inoltre, secondo le associazioni ambientaliste, la definizione di edificio a emissioni zero (ZEB: Zero Emissions Building) “è ancora piena di lacune e non richiede che le nuove costruzioni diano priorità alle energie rinnovabili, senza lasciare alcuna garanzia che tutte le nuove case saranno prive di combustibili fossili a partire dal 2030”.

Anche le misure per eliminare le caldaie fossili sono insufficienti, si evidenzia, perché “sono ampiamente soggette a interpretazione nazionale e non abbastanza ambiziose da raggiungere gli obiettivi di neutralità carbonica dell’Ue”.

Ora l’accordo sulla direttiva EPBD – un pilastro del Green Deal europeo – dovrà essere approvato formalmente da Parlamento e Consiglio prima di diventare legge.

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