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Da una dipendenza all’altra, il delirio pro-metano del governo

Affidare ancora la politica energetica all'Eni significherà aumentare le forniture di gas algerino e da altri paesi instabili, costruire nuovi gasdotti e altre infrastrutture inutili, sviluppare nuovi giacimenti in Nord Africa e anche in Italia. I rischi delle scelte del governo Meloni.

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Una persona con gravi problemi di alcolismo va dal suo dottore. Questi la visita e poi gli dice: «Guardi, la sua salute è compromessa dalla dipendenza da alcol. È necessario che lei se ne liberi il prima possibile, sostituendolo con bevande salutari, che peraltro costano anche meno».

La persona, non molto felice del consiglio, si reca allora da un secondo medico. Questi la visita e dice: «Ma che alcolismo! I suoi problemi dipendono solo dal fatto che lei beve troppa vodka, passi al whiskey e potrà guarire. Costa troppo? E allora ne acquisti a barili, così se ne scola quanto vuole, e il resto lo vende ai vicini, recuperando pure un po’ di soldi».

Da quale medico preferireste farvi curare? Il governo italiano sembra abbia scelto il secondo.

Infatti, fuor di metafora, questo è quello che si sta delineando come politica energetica italiana, affidata di nuovo, come accade ormai dai tempi di Mattei, a chi l’ha messa nei guai creando una pericolosa dipendenza dal metano in generale e russo in particolare: l’Eni.

Guerra in Ucraina, aumento di 15 volte del prezzo del metano in un anno, ricatti sul gas, economia e finanze pubbliche in ginocchio per il caro-energia, tematiche e impegni climatici: tutto dimenticato, la ricetta Eni per disintossicarci dal metano, illustrata nel corso della visita della premier Giorgia Meloni ad Algeri del 22 gennaio è… ancora più metano!

Ad ascoltare le parole del Ministro dell’Energia in pectore, l’AD di Eni Claudio Descalzi, si resta basiti: non solo il previsto aumento delle forniture di gas algerino attraverso il gasdotto esistente per tappare la carenza di gas russo, ma anche sviluppo di nuovi giacimenti di gas e petrolio nel deserto, costruzione di un terminale per esportare metano liquefatto (GNL), e soprattutto riproposta del gasdotto Galsi (Algeria-Sardegna-Piombino), bocciato nel 2015 in quanto incompatibile con gli obiettivi climatici, ma ora riesumato con disinvoltura.

Il tutto preceduto dalla solita, ormai insopportabile, spolveratina di verde sotto forma di “impianti a rinnovabili per ridurre la CO2 degli impianti di estrazione”.

In aggiunta al profluvio delle proposte precedenti: aumentare ancora le forniture di metano dai gasdotti (Libia inclusa), iniziare o potenziare le importazioni di GNL da Egitto, Cipro, Israele, Qatar, Usa, Nigeria, Mozambico, Angola, Congo, ecc, trivellazioni in Adriatico e la costruzione di altri due rigassificatori in Calabria e Sicilia, dopo che quello di Piombino è stato accolto con tanta gioia dai locali.

L’hub energetico italiano?

Cosa ci dovrebbe fare l’Italia con questa valanga di nuovo gas, alla fine probabilmente superiore a quanto ne importavamo dalla Russia?

Ovvio: diventare l’hub energetico dell’Europa, che starebbe lì ansiosa, a torcersi le mani in attesa che noi ci mettiamo a spacciare metano in tutto il continente.

Per far questo Eni ha persino chiesto di riesumare un altro progetto dimenticato dal 2005: il metanodotto Aquila-Bologna, che consentirebbe di esportare verso nord ancora più gas.

Persi nel meraviglioso mondo del “Metano ti dà una mano”, all’Eni, e al governo italiano che ha abbracciato entusiasticamente l’idea, pare siano sfuggiti alcuni fatti.

1. Nel solo 2020 l’Italia è riuscita a diminuire i suoi consumi di gas del 7%, mentre l’Ue addirittura del 12%, senza provocare particolari danni all’economia. Il che vuol dire che, volendo, c’è ampio spazio per ulteriori grandi diminuzioni, ad esempio efficientando i processi industriali e la climatizzazione domestica.

Una strada che altri paesi pare intendano percorrere, meno affascinati dalle virtù salvifiche del metano, anche per evitare altri scherzetti futuri legati a questa fonte. La Germania ha ridotto il suo consumo di gas del 17% nel 2022 e, pur dovendo chiudere le sue centrali nucleari e a carbone, non prevede di aumentarlo di nuovo, grazie a un contributo dell’80% di rinnovabili al 2030, oltre all’efficientamento delle abitazioni e alla produzione locale di idrogeno verde.

2. Al 2030 tutta la Ue si è impegnata con il RepowerEU Plan a produrre almeno il 45% della sua elettricità con rinnovabili, e questo obiettivo andrà ad impattare fortemente sull’uso di gas per questo scopo. In Italia, per esempio, si prevede un quasi raddoppio della quota da rinnovabili, +90 TWh circa, di cui 20 dovrebbero azzerare la produzione elettrica da carbone e 70 ridurre di oltre un terzo l’uso di quella da gas.

Al 2030 molti dei progetti di nuovi collegamenti per il gas saranno ancora da completare e poi richiederanno decenni per recuperare l’investimento. Sembra che all’Eni siano convinti che la decarbonizzazione del sistema energetico, sia una bizzarra moda passeggera.

3. Partendo dai due punti precedenti, il centro studi climatico ECCO ha concluso che è possibile in Italia sostituire il gas naturale senza alcun bisogno di aumentare ancora le forniture, con vantaggi ambientali e climatici, ma anche economici per imprese e famiglie, non più esposte ai rischi del mercato, spesso impazzito, delle fonti fossili, e ai rischi geopolitici, come ricordiamo al punto successivo.

4. L’Algeria non è che sia un fornitore di specchiata affidabilità democratica: il presidente Abdelmadjid Tebboune è stato eletto con un voto a cui ha partecipato solo il 10% degli algerini, e poche settimane prima delle strette di mano con Meloni e Descalzi, ha silenziato una delle ultime fonti di informazione libera rimaste, Radio M, facendo arrestare il suo direttore, Ihsane El Kadi, nel silenzio dell’Europa.

L’Algeria, inoltre, non ha esitato a chiudere il gasdotto con la Spagna, quando è entrata in contrasto con gli iberici sulla questione del Sahara Occidentale, argomento che la porta spesso vicina al conflitto con il Marocco: saremo liberi di schierarci come vogliamo, se dovesse divampare una guerra nel Maghreb?

La scusa dell’idrogeno

Naturalmente Eni aggira (in parte) queste obiezioni usando la parolina magica “idrogeno”: i tubi per il gas, vecchi e nuovi, diventeranno veicoli futuri per questo gas.

Ma la possibilità di usare gasdotti progettati per il metano per muovere idrogeno è molto incerta: mescolarlo al metano fino al 20% serve a quasi niente, avendo un contenuto energetico per unità di volume pari a un terzo a quello del gas naturale, così che per ottenere una pari quantità di energia trasportata bisognerebbe triplicare la pressione rispetto a quella attuale.

Questo metterebbe a dura prova i condotti, richiedendo la sostituzione di compressori, giunti, guarnizioni e valvole, mentre ci sono serie preoccupazioni che l’idrogeno, infiltrandosi nel reticolo dell’acciaio lo indebolisca e sfugga, con gravi problemi di sicurezza.

Inoltre, non è ancora assodato di quanto idrogeno l’Europa veramente necessiterà: sarà difficile che con esso si sostituisca il metano nelle case (richiederebbe il cambio di condotti e caldaie, tanto vale passare alle pompe di calore) e non si sa se servirà veramente alla transizione nei trasporti, dove l’opzione elettrico sta già dominando. Al momento sembra che sarà indispensabile solo per alcune lavorazioni industriali, e per quello la rete già esistente (ammesso sia utilizzabile) sarebbe sufficiente, tanto più che ogni nazione l’idrogeno potrà anche autoprodurselo.

Infine, se proprio si vuole esportare in Europa energia rinnovabile prodotta in Nord Africa, la strada maestra è costruire elettrodotti, e non gasdotti, anche per  una migliore efficienza del sistema energetico.

Fossili: coazione a ripetere

Insomma, peccare è umano, ma perseverare è diabolico: dopo gli ultimi trenta anni in cui abbiamo seguito i dettami dell’Eni, evitando di puntare sulle alternative ai fossili, per riempire invece l’Italia di gasdotti e centrali a metano, creando i rischi che l’attuale momento geopolitico ha rivelato, sarebbe da folli continuare ad andargli dietro in questo delirio pro-metano.

Un delirio che purtroppo anche l’attuale governo sembra intenzionato ad assecondare, con Giorgia Meloni che ha proclamato la ferrea volontà di fare entro la legislatura dell’Italia “l’hub del gas”, mentre il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin, dopo aver dichiarato che “la dipendenza dall’estero ci rende vulnerabili, che è un freno allo sviluppo”, con logica ferrea ha concluso che il metano importato dall’estero è la soluzione perché “cintura di sicurezza delle rinnovabili” e addirittura “il nuovo oro”.

Qui non è solo a rischio la nostra possibilità di rispettare gli impegni europei e climatici, ma anche il nostro futuro come nazione industriale, se invece di saltare subito sul treno della transizione energetica, continueremo a ballare sul Titanic di quella fossile, solo per assicurare alla maggiore compagnia oil&gas italiana che il “business as usual” vada avanti all’infinito.

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