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La crisi energetica in atto in Australia non è “colpa delle rinnovabili”, ma delle fossili

La situazione si è aggravata con diversi GW di impianti fermi, basse temperature, prezzi alle stelle dei combustibili fossili. Cosa è successo e come uscirne.

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Prezzi di gas e carbone alle stelle, impianti fermi per guasti e manutenzioni, basse temperature: sono questi gli ingredienti principali della crisi energetica che ha investito molti Stati australiani nei giorni scorsi, portando addirittura alla chiusura delle contrattazioni sul mercato elettrico (non era mai successo prima).

E in questa crisi le responsabilità non vanno cercate nelle fonti rinnovabili: le difficoltà del sistema energetico australiano sono imputabili alla sua dipendenza dai combustibili fossili e alle dinamiche dei prezzi di queste commodity a livello internazionale. Pure il freddo particolarmente intenso (in Australia è inverno) ha avuto il suo ruolo, facendo aumentare la domanda energetica per il riscaldamento delle abitazioni.

Al contrario, il caso australiano è stato ripreso da alcuni come esempio dei problemi che possono incorrere quando ci sono molte rinnovabili intermittenti sulla rete elettrica.

Si legge ad esempio su un noto e seguitissimo account social pro-nucleare che “una penetrazione di rinnovabili aleatorie troppo elevata mette la rete in condizioni precarie, e in Australia in questo momento sono vicini al solstizio d’inverno: dunque il sole c’è per poche ore, è basso sull’orizzonte e non basta nemmeno a soddisfare il fabbisogno diurno, figuriamoci ricaricare le batterie. In aggiunta a ciò, la produzione da eolico in questi giorni è stata particolarmente bassa”.

Si afferma poi che “la lezione per il resto del mondo è che il carico di base, contrariamente a quello che pensa qualcuno, non è una scusa per screditare le rinnovabili, bensì una componente fondamentale del carico di rete, che va garantita attraverso fonti programmabili e dispacciabili, e che va sempre supportata da adeguati sistemi di backup in caso di guasti o inconvenienti di qualsiasi natura”.

Ma invece sono proprio le fonti programmabili tradizionali, carbone e gas, che fanno il grosso del mix elettrico complessivo australiano, ad essere andate in crisi.

Vediamo meglio che cosa è accaduto finora.

Mercoledì 15 giugno il gestore del mercato energetico australiano, AEMO (Australian Energy Market Operator) ha annunciato la sospensione del mercato elettrico spot in tutti i territori che appartengono al National Electricity Market (Queensland, New South Wales, il territorio della capitale Canberra, Victoria, Tasmania e South Australia).

Solo la parte occidentale e settentrionale del continente australiano (Western Australia e Northern Territory) è fuori da questo mercato e non ha avuto problemi.

AEMO in sostanza ha dovuto assumere il controllo del mercato wholesale per assicurare le forniture elettriche agli utenti finali ed evitare potenziali interruzioni degli approvvigionamenti su vasta scala, invitando anche famiglie e imprese a ridurre il più possibile i consumi per razionare la disponibilità di energia.

Nei giorni immediatamente precedenti il 15 giugno, dati i prezzi elettrici sempre più alti, era scattato il price cap di 300 $ per MWh previsto dalle regole del mercato energetico australiano.

A quel punto, molti produttori di energia da fonti fossili hanno iniziato a ritirare le loro offerte dal mercato, perché con il tetto dei 300 $/MWh avrebbero dovuto produrre energia elettrica in perdita con costi del combustibile (gas e carbone) che si erano impennati.

Così la stessa AEMO ha preso le redini di un cavallo ormai imbizzarrito, ordinando ai produttori di rendere disponibili le loro capacità di generazione a fronte di compensazioni.

Quanto durerà questa situazione?

In una nota AEMO di ieri, 16 giugno, si legge che “è ancora troppo presto per dire quando il mercato riprenderà le normali operazioni”. Si sottolinea poi che ci sono stati “miglioramenti significativi” ma “permangono delle sfide nel settore energetico, con condizioni di fornitura dinamiche che includono limitazioni e modifiche alla disponibilità di energia, generazione offline per manutenzione e guasti, insieme ai costi del carburante e ai problemi di approvvigionamento“.

In sostanza, la crisi energetica in Australia è dovuta anche alla sua incapacità di accelerare la transizione da un mix incentrato sulle fonti fossili verso un maggiore contributo delle rinnovabili.

Nonostante la realizzazione di grandi parchi eolici e fotovoltaici e di grandi batterie per accumulo energetico, è il carbone a dettare legge, producendo ben oltre metà del fabbisogno elettrico nazionale.

Tuttavia, molte centrali a carbone sono obsolete: una delle cause del collasso del mercato è stata la temporanea messa fuori esercizio di alcuni GW di impianti per guasti imprevisti e manutenzioni già programmate. Inoltre, ci sono stati colli di bottiglia nelle forniture di carbone, dovute a inconvenienti tecnici in alcuni siti minerari (ricordiamo poi che delle miniere si erano allagate durante le forti inondazioni dei mesi scorsi in Queensland e New South Wales).

Il quadro si è aggravato, come detto in precedenza, con gli alti prezzi dei combustibili fossili e il freddo intenso.

La crisi è scoppiata a meno di un mese dalle elezioni federali che hanno portato al nuovo governo laburista di Anthony Albanese, al posto dello sconfitto leader dei conservatori, Scott Morrison.

Proprio Morrison negli anni passati è stato un paladino delle lobby fossili e ha continuato a scommettere sul carbone come fonte energetica di primaria importanza per tenere basse le bollette di famiglie e imprese e garantire la sicurezza delle forniture.

Ora invece questa dipendenza fossile si sta ritorcendo contro il Paese, accentuata dalle fluttuazioni dei prezzi di gas e carbone sui mercati mondiali, a loro volta messi sotto pressione dalla guerra di Putin in Ucraina.

Resta da vedere se Albanese riuscirà a impremere in tempi brevi una svolta verde e trasformare davvero, come annunciato in campagna elettorale, il continente australiano in una super potenza delle energie rinnovabili.

Il piano Powering Australia dei Laburisti punta a creare oltre 600.000 nuovi posti di lavoro e mobilitare investimenti per 76 miliardi di dollari australiani.

Si parla, ad esempio, di investire 20 miliardi di dollari per espandere e potenziare la rete elettrica nazionale, in modo che possa gestire quantità crescenti di elettricità rinnovabile; la scarsa capacità di interconnessione e trasmissione della rete è un altro dei fattori ad aver contribuito al fallimento del mercato spot.

Previsto poi un co-investimento pari a 100 milioni di dollari per creare 85 banche solari che forniranno elettricità condivisa a costi competitivi a più di 25.000 abitazioni di famiglie a basso reddito, che non hanno la disponibilità economica per installare individualmente pannelli fotovoltaici sui tetti.

Altro obiettivo è realizzare 400 batterie “di comunità” (200 milioni di dollari di investimento complessivo) per supportare la rete e fornire servizi di accumulo energetico condiviso a 100.000 abitazioni con impianti fotovoltaici.

Si parla anche di una prima strategia australiana dedicata ai veicoli elettrici. Manca, invece, un programma con date e obiettivi per una graduale uscita dal carbone. E questo è un grave difetto in un piano energetico e industriale che possa dirsi compatibile con gli obiettivi climatici, soprattutto alla luce di quanto avvenuto negli ultimi giorni in Australia.

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