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Clima, per l’Unep gli obiettivi di Parigi al momento sono “fuori portata”

Gli obiettivi sul tavolo “non sono credibili” per stare sotto agli 1,5 °C di aumento della temperatura globale. Stiamo andando invece verso +2,4 e, più probabilmente, verso +2,8 °C. L’Emission Gap Report pubblicato in vista della COP27.

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Non è in atto “nessun percorso credibile” per fermare la temperatura del pianeta a +1,5 °C entro fine secolo sui livelli preindustriali, cioè l’obiettivo dell’accordo raggiunto alla COP 21 di Parigi nel 2015.

Gli impegni climatici attuali, al contrario, se fossero rispettati, ci proiettano invece verso un aumento della temperatura di 2,4-2,6 °C e se guardiamo solo alle misure prese fino ad oggi, a un disastroso +2,8 °C.

La nuova edizione dell’Emission Gap Report dell’Unep per l’ennesima volta lancia un grido di allarme sulla crisi climatica.

Per il 2022, il report dell’agenzia Onu ha il significativo sottotitolo di The Closing Window (“la finestra che si sta chiudendo”) e viene presentato a circa una settimana dalla COP 27, che si terrà a Sharm El-Sheikh a partire dal prossimo 6 novembre (e alla quale, è notizia di oggi, non parteciperà il nuovo premier britannico Rishi Sunak).

“Questo rapporto ci dice in freddi termini scientifici ciò che la natura ci ha detto, tutto l’anno, attraverso inondazioni mortali, tempeste e incendi violenti: dobbiamo smettere di riempire la nostra atmosfera di gas serra e smettere di farlo velocemente”, ha affermato Inger Andersen, direttore esecutivo dell’Unep nel presentare il report.

“Abbiamo avuto la nostra possibilità di apportare modifiche incrementali, ma quel tempo è finito. Solo una trasformazione radicale delle nostre economie e società può salvarci dall’accelerazione del disastro climatico”.

Il rapporto rileva che, nonostante la decisione di tutti i paesi al vertice sul clima del 2021 a Glasgow, nel Regno Unito (COP26) di rafforzare i contributi determinati a livello nazionale (NDC) e alcuni aggiornamenti delle nazioni, i progressi sono stati tristemente inadeguati.

Gli NDC presentati quest’anno assorbono solo 0,5 Gt di CO2 equivalente, meno dell’1% rispetto alle emissioni globali previste nel 2030 (qui sotto la rappresentazione grafica degli impegni dei G20, clicca per ingrandire).

Questa mancanza di progressi, si denuncia, fa precipitare il mondo verso un aumento della temperatura ben al di sopra dell’obiettivo dell’accordo di Parigi, quel “ben al di sotto dei 2 °C, preferibilmente 1,5 °C”.

La stima Unep (grafico sotto) è che gli NDC incondizionati diano una probabilità del 66% di limitare il riscaldamento globale a circa 2,6 °C nel corso del secolo. Con gli NDC condizionali, quelli che dipendono dal supporto esterno, l’aumento si fermerebbe a 2,4 °C. Le politiche attuali da sole, invece, porterebbero a un riscaldamento di 2,8 °C.

Nel migliore dei casi, la piena attuazione di NDC incondizionati e degli ulteriori impegni a zero emissioni nette, fermerebbero l’aumento a 1,8 °C, quindi c’è una speranza, mostra il rapporto. Ma, sottolinea, che questo scenario “non è attualmente credibile in base alla discrepanza tra le emissioni attuali, gli obiettivi NDC a breve termine e gli obiettivi zero-netti a lungo termine”.

“Per raggiungere gli obiettivi di Parigi, il mondo deve ridurre i gas serra a livelli senza precedenti nei prossimi otto anni”, spiega l’Unep nel presentare il report.

L’Unep stima che gli NDC incondizionati e condizionali riducano le emissioni globali nel 2030, rispettivamente, del 5 e del 10%, rispetto alle emissioni basate sulle politiche attualmente in vigore. Per mantenere il riscaldamento globale a +1,5 °C, le emissioni devono invece diminuire del 45% (sempre rispetto alla traiettoria delle misure in vigore oggi) e per fermarsi a +2 °C serve un taglio del 30%.

Ogni frazione di grado conta: per le comunità vulnerabili, per le specie e gli ecosistemi e per ognuno di noi”, ha sottolineato Andersen.

“Anche se non raggiungeremo i nostri obiettivi per il 2030, dobbiamo sforzarci di avvicinarci il più possibile a 1,5 °C. Ciò significa gettare le basi di un futuro a zero emissioni: un futuro che ci consentirà di ridurre gli sbalzi di temperatura e offrire molti altri vantaggi sociali e ambientali, come aria pulita, posti di lavoro ecologici e accesso universale all’energia”.

Per questo serve una trasformazione “su larga scala, rapida e sistemica”. La ricetta proposta è nota: accelerare sulle rinnovabili e bloccare gli investimenti in nuove infrastrutture ad alta intensità di combustibili fossili.

Occorre poi agire sul fronte cibo: protezione degli ecosistemi naturali, cambiamenti nella dieta, miglioramento della produzione alimentare e decarbonizzazione delle filiere assieme possono ridurre le emissioni del sistema alimentare previste per il 2050 a circa un terzo dei livelli attuali, mentre con le pratiche attuali raddoppierebbero.

C’è poi la questione finanziaria: per il rapporto una trasformazione globale verso un’economia a basse emissioni richiederà investimenti di almeno 4-6.000 miliardi di dollari l’anno. Si tratta di una quota relativamente piccola (circa 1,5-2%) del totale delle attività finanziarie gestite, ma significativa (20-28%) in termini di risorse annue aggiuntive da allocare.

La maggior parte degli attori finanziari, nonostante le intenzioni dichiarate, ha mostrato un’azione limitata sulla mitigazione del clima a causa di interessi a breve termine, obiettivi contrastanti e un non adeguato riconoscimento dei rischi climatici, si spiega.

Da qui le richieste di Unep: rendere i mercati finanziari più efficienti, anche attraverso tassonomie e trasparenza; introdurre un prezzo del carbonio, con tasse o sistemi cap-and-trade; spingere il comportamento finanziario, attraverso interventi di politica pubblica, tasse, spesa e regolamenti; creare mercati per le tecnologie low carbon; mobilitare le banche centrali e istituire “club” climatici dei paesi cooperanti, che possano operare attraverso dispositivi di impegno finanziario credibili, come le garanzie sovrane.

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