“La transizione verde e a basse emissioni di carbonio è la tendenza del nostro tempo. Mentre alcuni paesi si stanno muovendo contro di essa, la comunità internazionale dovrebbe rimanere concentrata sulla giusta direzione”.
Così, ieri, mercoledì 25, intervenendo dal vertice delle Nazioni Unite a New York, il presidente cinese Xi Jinping ha inviato la sua risposta nemmeno tanto indiretta al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che martedì, nel suo discorso a tratti sconclusionato, aveva liquidato la crisi climatica come una “truffa”.
Xi ha approfittato dell’eco del delirio negazionista del leader Usa per prendersi la scena, annunciando i nuovi target nazionali che, seppur relativamente modesti rispetto alle potenzialità cinesi e a quel che servirebbe per gli obiettivi climatici, segnano il primo impegno del secondo emettitore mondiale (la Cina, appunto) a una riduzione assoluta delle emissioni.
I nuovi target cinesi
Entro il 2035 la Cina ridurrà le emissioni nette di gas serra dal 7% al 10% rispetto ai livelli di picco, “impegnandosi a fare di meglio”, ha reso noto (testo integrale in fondo).
Inoltre Pechino:
- aumenterà la quota di “combustibili non fossili”, cioè Fer e nucleare, sul consumo energetico totale a oltre il 30%;
- amplierà la capacità installata da eolico e solare a oltre sei volte i livelli del 2020, impegnandosi a portare il totale a 3.600 GW;
- incrementerà il volume totale del patrimonio forestale a oltre 24 miliardi di metri cubi;
- renderà i veicoli “a nuova energia”, leggasi elettrici, “la principale fonte di vendita” di nuovi mezzi;
- espanderà il mercato nazionale per lo scambio delle emissioni di carbonio “per coprire i principali settori ad alte emissioni”.
Questi obiettivi, ha sottolineato il presidente cinese, rappresentano “il massimo impegno in base ai requisiti dell’Accordo di Parigi” e richiedono “sia uno sforzo scrupoloso da parte della Cina stessa, sia un contesto internazionale aperto e solidale”.
La leadership sul clima
Gli impegni di Pechino contribuiranno a plasmare il vertice Onu sul clima Cop30 che si terrà in Brasile a novembre, al quale tutti i paesi dovranno presentare i propri Ndc (contributi nazionali), in linea con l’Accordo di Parigi.
È evidente come Trump, con il suo rifiuto delle istituzioni multilaterali, Onu in primis, stia di fatto regalando alla Cina un ruolo centrale anche sul clima, oltre che nella geopolitica mondiale in generale, come testimonia ad esempio l’incredibile parziale riavvicinamento tra Pechino e Delhi seguito alla dura offensiva fatta a colpi di dazi dalla Casa Bianca contro l’India.
Ma anche l’Europa, vittima di divisioni interne e rigurgiti anti-Green Deal, si sta facendo scalzare. I ministri dell’energia dei 27 la settimana scorsa non sono riusciti a trovare un accordo sull’obiettivo di riduzione della CO2 al 2040, rimandando la decisione a ottobre e ai capi di governo, e non si è riusciti nemmeno a produrre il piano climatico aggiornato che l’Ue avrebbe dovuto presentare appunto all’assemblea generale delle Nazioni Unite (solo una dichiarazione di intenti su un obiettivo indicativo tra il 66,25% e il 72,5% di riduzione delle emissioni rispetto ai livelli del 1990).
Come abbiamo riportato negli ultimi mesi, il gruppo dei Brics, pur comprendendo paesi decisamente pro fossili come Russia e Arabia Saudita, ha adottato una linea più coordinata sul clima e, nell’ultimo anno, Pechino ha moltiplicato gli sforzi per rafforzare la sua immagine di partner globale affidabile, con Xi Jinping che ad aprile ha pronunciato il suo primo discorso internazionale sul clima dal 2021 proprio in occasione di un incontro sulla transizione giusta ospitato in Brasile.
Perché lo sforzo cinese è modesto
L’annuncio cinese però è più importante politicamente che nel concreto: nonostante “l’impegno massimo” di cui Xi ha parlato, si tratta di target che l’economia cinese con ogni probabilità supererebbe anche in una traiettoria business as usual.
Sulle Fer, ad esempio, per raggiungere l’obiettivo sono necessari meno di 200 GW di potenza da FV ed eolico all’anno, rispetto ai 360 GW aggiunti nel 2024: è probabile che l’obiettivo venga superato drasticamente. Anche il target per l’energia non fossile è molto inferiore alla quota di oltre il 40% che potrebbe essere raggiunta mantenendo l’attuale tasso di aggiunta di energia pulita, stima il centro studi finlandese Centre for Research on Energy and Clean Air (citato da Renew Economy).
Secondo il think tank E3G, citato dal Guardian, “l’obiettivo della Cina per il 2035 è decisamente al di sotto di quanto necessario. Non è in linea né con la decarbonizzazione economica del Paese, né con il suo obiettivo di neutralità carbonica entro il 2060”.
Va comunque detto che il Dragone non è nuovo a darsi obiettivi poco ambiziosi per poi superarli sostanzialmente.
Target a parte, ci sono i risultati che sta già registrando. Come ricordano i dati Bnef, nel primo semestre 2025 la Cina ha attirato il 44% dei nuovi investimenti globali in rinnovabili.
La superpotenza asiatica, mostra una recente analisi di Ember, ha aggiunto 212 GW di nuova potenza solare nella prima metà dell’anno, il doppio della quantità installata nella prima metà del 2024, che a sua volta aveva segnato un nuovo record.
Le emissioni del settore energetico cinese sono diminuite del 3% nella prima metà del 2025 e la generazione elettrica da solare, eolico e nucleare è cresciuta di 270 TWh rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, superando l’aumento di 170 TWh (+3,7%) dei consumi di elettricità.
Le fonti a basse emissioni hanno raggiunto una quota del 40% della produzione elettrica complessiva del Paese nella prima metà dell’anno, rispetto al 36% registrato nello stesso periodo del 2024.
La strategia dell’elettrone
Pechino, inoltre, chiaramente non sta puntando su elettrificazione e rinnovabili solo per il clima.
La Cina, ricorda sempre Ember, concentra oltre l’80% della produzione mondiale di moduli fotovoltaici, più del 70% di quella dei veicoli elettrici e circa il 75% di quella delle batterie e, nel 2024, le industrie pulite hanno superato per la prima volta il 10% del prodotto interno lordo, contribuendo a un quarto della crescita economica.
Inoltre, mentre Usa ed Europa sono fermi da oltre un decennio in termini di quota di elettrificazione, appena sopra il 20%, la superpotenza ha aumentato del 10% in dieci anni la sua fetta di consumi finali coperti con il vettore elettrico, arrivando a circa il 30%.
Il paese, come altri attori asiatici, sta cioè diventando un “elettrostato” e questa accelerazione non solo riduce le emissioni e la dipendenza dalle importazioni di fonti fossili, ma alimenta anche la supremazia industriale e tecnologica in settori chiave.
I ricavi globali delle principali tecnologie di elettrificazione, come veicoli a batteria e pompe di calore, sono già tre volte superiori a quelli che vengono da pannelli solari e turbine eoliche, ricordiamo, e la Iea prevede che saranno otto volte maggiori entro il 2035.


























