Ursula von der Leyen sta dipingendo un’Europa più “verde” di quanto sia in realtà?
L’impressione è questa ed è ciò che le impone il suo ruolo istituzionale in un appuntamento come il Global Renewables Summit che si chiude oggi a New York, dove ha rimarcato i progressi del Green Deal e taciuto le attuali divisioni tra Stati membri sugli obiettivi climatici al 2035-2040.
Nel suo intervento di ieri, 22 settembre, la presidente della Commissione europea ha evidenziato innanzi tutto che “la transizione energetica è davvero decollata” e che nel 2024 sono stati investiti quasi 2.000 miliardi di euro in tutto il mondo in energia pulita.
“Gli aspetti economici sono chiari”, ha aggiunto, poiché “il 90% dei nuovi progetti rinnovabili genera energia a un costo inferiore rispetto ai combustibili fossili”.
La presidente si è poi focalizzata sulla “trasformazione in corso in Europa” e sulla risposta alla crisi energetica innescata dall’invasione russa in Ucraina.
“Abbiamo diversificato e raddoppiato gli investimenti. Abbiamo investito massicciamente nelle energie rinnovabili”, ha sottolineato von der Leyen.
“Oggi, quasi la metà dell’energia europea proviene da fonti rinnovabili”, ha precisato, spiegando che “il solare e l’eolico sono le nostre fonti in più rapida crescita e con il nostro Clean Industrial Deal stiamo mobilitando oltre 100 miliardi di euro per aiutare le industrie a innovare e adattarsi”.
La presidente dell’esecutivo Ue ha poi ricordato le misure su cui sta lavorando Bruxelles, in particolare per rafforzare le reti energetiche e le interconnessioni con altri continenti, citando ad esempio il progetto Elmed tra Italia e Tunisia (il primo collegamento in corrente continua tra Europa e Africa).
Certo, “si può fare di più a livello globale”, ha riconosciuto, ricordando che all’inizio del 2025 “abbiamo lanciato il forum Global Energy Transition” con l’obiettivo di triplicare l’energia rinnovabile entro il 2030.
In questo forum “stiamo monitorando, tutti insieme, i risultati concreti ottenuti sul campo. Ciò significa lavorare a stretto contatto con l’industria e gli investitori per sbloccare progetti di energia rinnovabile nei paesi in via di sviluppo”.
L’Ue divisa internamente firma per una transizione “giusta ed equa”
Nessun accenno, come detto, alle divisioni sui target climatici che hanno condizionato il Consiglio Ue Ambiente della scorsa settimana.
I ministri non si sono accordati sull’obiettivo di riduzione della CO2 al 2040, facendo slittare la decisione al Consiglio europeo di ottobre, che riunirà i capi di Stato e di Governo.
Stessa sorte per il piano climatico aggiornato che l’Ue avrebbe dovuto presentare ufficialmente già questa settimana all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in vista della conferenza mondiale sul clima che si terrà in Brasile a novembre (Cop 30).
Il blocco dei 27 ha partorito unicamente una dichiarazione di intenti che dovrebbe portare verso un obiettivo indicativo compreso tra il 66,25% e il 72,5% di riduzione delle emissioni, rispetto ai livelli del 1990.
Intanto, una lettera congiunta presentata al summit di New York – firmata tra gli altri dalla stessa von der Leyen e da diversi primi ministri, tra cui quello australiano Anthony Albanese e quello del Regno Unito Keir Starmer – sottolinea l’urgenza di investire in una transizione energetica “giusta ed equa”.
Si ricorda innanzi tutto che nel 2024, nel settore energetico, gli investimenti in tecnologie pulite hanno superato quelli nei combustibili fossili con un rapporto di dieci a uno.
Questa tendenza è guidata “dalla minaccia esistenziale del cambiamento climatico” e dal “riconoscimento condiviso che la sicurezza energetica è sicurezza nazionale”.
Tuttavia, si legge nel documento, “permangono forti disparità nell’accesso all’energia e agli investimenti”, perché in molti paesi, soprattutto quelli più vulnerabili ai cambiamenti climatici, continuano a mancare “infrastrutture, finanziamenti accessibili, tecnologie e investimenti per partecipare alla transizione verso l’energia pulita”.
Dei 2.000 miliardi di dollari spesi nel 2024 in clean tech, solo 40 miliardi di dollari sono andati all’Africa.
Senza un cambio di rotta più deciso, 550 milioni di persone nel continente rimarranno senza accesso moderno all’energia nel 2030, affermano i firmatari della lettera, ricordando che “circa 600.000 persone in Africa muoiono ogni anno a causa di malattie respiratorie legate all’uso di combustibili inquinanti per cucinare, perpetuando la povertà energetica, ostacolando la crescita economica e danneggiando l’ambiente”.
Anche “nel Sud-Est asiatico si registrano significative carenze di finanziamento”, mentre “le piccole nazioni insulari dispongono di abbondanti risorse intermittenti come l’energia solare e l’eolico offshore, ma la loro transizione è ostacolata dall’accesso limitato a sistemi di stoccaggio a prezzi accessibili e alle interconnessioni con le reti elettriche internazionali”.
La prospettiva della Cop 30
Guardando alla Cop 30 in Brasile, infine, si sottolinea che la preparazione dei Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC) post-2030 “rappresenta un’opportunità per aumentare l’ambizione, consolidare gli impegni esistenti e tracciare un percorso per il prossimo decennio”.
“Ma dobbiamo anche tradurre gli NDC in azioni e investimenti sul campo” e ciò “include l’avanzamento delle riforme dell’architettura finanziaria globale, per garantire che i meccanismi di finanza multilaterale e di finanza di transizione supportino l’attuazione” dei piani.
Resta da vedere se l’Europa riuscirà in extremis a proporre un piano ufficiale condiviso e ambizioso prima della Cop 30, oppure se le attuali spaccature interne condizioneranno ancora la sua politica green.


























