Arriva la prima stoccata dei giudici americani in risposta agli attacchi di Donald Trump all’eolico, proprio mentre il presidente Usa continua in sede Onu la sua battaglia ideologica contro le rinnovabili, a colpi di bufale e disinformazione.
La Corte distrettuale degli Stati Uniti per il distretto di Columbia “ha concesso l’ingiunzione preliminare richiesta da Revolution Wind, in merito all’ordine di sospensione dei lavori emesso dal governo, consentendo alla società di riprendere le attività”.
È quanto si legge in una nota diffusa il 22 settembre da Ørsted, il colosso danese delle energie rinnovabili che, in joint-venture al 50% con il consorzio guidato da Skyborn Renewables, è titolare dell’iniziativa Revolution Wind, parco eolico offshore da 704 MW al largo delle coste del Rhode Island.
Allo stesso tempo, conclude la nota, “prosegue la causa legale che contesta l’ordine di sospensione dei lavori. Revolution Wind continuerà a collaborare con l’amministrazione statunitense e le altre parti interessate per una rapida risoluzione”.
I lavori riprenderanno “il prima possibile”; il progetto, ricordiamo, è già completato all’80% e supporta oltre 2.000 posti di lavoro americani in diversi settori, tra cui edilizia e cantieristica navale. Alla fine di agosto era stato bloccato dall’amministrazione Usa con motivazioni piuttosto vaghe.
Le sparate di Trump all’Onu
Intanto le “sparate” di Trump contro le rinnovabili proseguono senza sosta.
Parlando ieri (23 settembre) all’Assemblea generale dell’Onu, il presidente Usa ha affermato che le fonti rinnovabili “sono una barzelletta, non funzionano, sono troppo costose; non sono abbastanza potenti da alimentare gli impianti di cui hai bisogno per rendere grande il tuo Paese”.
“Il vento non soffia – ha aggiunto – Quei grandi mulini a vento sono così patetici e così brutti, così costosi da gestire, e devono essere ricostruiti di continuo e iniziano ad arrugginire e marcire”.
La maggior parte di questi impianti è costruita in Cina, ha proseguito Trump, sostenendo che “li costruiscono, ma hanno pochissimi parchi eolici. (…) Sapete cosa usano? Il carbone. Usano il gas. Usano quasi tutto, ma non gli piace il vento, ma di sicuro gli piace vendere i mulini a vento. L’Europa, d’altra parte, ha ancora molta strada da fare, con molti paesi sull’orlo della distruzione a causa del programma per l’energia verde”.
Si va avanti nei tribunali
Tornando all’eolico, giovedì 4 settembre, Revolution Wind aveva presentato un reclamo presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti per il distretto di Columbia, contestando l’ordine di sospensione dei lavori emesso dal Bureau of Ocean Energy Management (BOEM – Dipartimento Usa degli Interni), con una richiesta di ingiunzione preliminare, poi accolta, per permettere la prosecuzione delle opere offshore.
Sempre il 4 settembre, si erano mossi anche i procuratori generali Peter F. Neronha e William Tong, annunciando la loro intenzione di citare in giudizio l’amministrazione Trump presso la Corte distrettuale federale del Rhode Island.
Intanto, altri progetti eolici potrebbero perdere il sostegno federale, riporta il sito Canary Media, perché nell’ultimo mese funzionari governativi hanno depositato documenti in tribunale chiedendo di annullare le autorizzazioni concesse dalla precedente amministrazione Biden.
Ad esempio, in una mozione depositata il 12 settembre (pdf) presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti in Maryland, il dipartimento degli Interni ha chiesto di annullare l’approvazione di un parco offshore da 114 turbine.
I funzionari sostengono che il Bureau of Ocean Energy Management abbia in precedenza commesso un “errore” nel valutare il potenziale impatto delle turbine su altre attività, come la pesca e le operazioni della Guardia costiera.
Altra mozione con argomenti legali analoghi è stata presentata il 18 settembre (pdf) contro l’approvazione del progetto SouthCoast Wind da 141 turbine, in Massachusetts.
Più posti di lavoro green negli Usa, ma ora rischiano
In tema di occupazione, da segnalare il rapporto Clean Jobs of America 2025, giunto alla sua decima edizione e pubblicato da E2, gruppo Usa di leader aziendali, investitori e professionisti di vari settori economici, che promuove le politiche pro-ambiente.
I posti di lavoro nel settore dell’energia pulita, si legge nel documento, sono cresciuti del 2,8% nel 2024, creando quasi 100.000 nuovi addetti.
Ora gli americani impiegati nelle energie green – circa 3,5 milioni alla fine dello scorso anno – superano più di tre volte quelli che operano nell’industria petrolifera, del gas e del carbone.
Il rapporto include molteplici settori tra le energie pulite, tra cui: generazione di energia rinnovabile, batterie, efficienza energetica, biocarburanti, modernizzazione della rete, veicoli elettrici e a idrogeno, pompe di calore.
All’inizio del 2025, affermano gli autori, si prevedeva che le fonti energetiche pulite sarebbero rimaste uno dei segmenti in più rapida crescita nell’economia statunitense.
Secondo l’Ufficio di Statistica del lavoro Usa, i tecnici di turbine eoliche e gli installatori di impianti solari sarebbero stati tra i lavori più richiesti. Tuttavia, “le recenti decisioni politiche di revocare gli incentivi energetici, cancellare i permessi e aggiungere ulteriori oneri amministrativi ai progetti (…) mettono a serio rischio” queste previsioni.
Secondo alcune stime citate nel rapporto, nella prima metà del 2025, le aziende hanno cancellato o chiuso oltre 22 miliardi di dollari in fabbriche e progetti legati all’energia pulita in America, eliminando 16.500 posti di lavoro annunciati in precedenza.
Si potrebbero perdere più di 830.000 posti di lavoro entro il 2030 a causa dei tagli alla politica energetica voluti da Trump. Nel solo settore del fotovoltaico sarebbero a rischio circa 330.000 occupati tra quelli diretti e indiretti.




























