La lotta al cambiamento climatico sta assumendo una nuova geografia politica.
Con gli Stati Uniti di Donald Trump impegnati a smantellare il sostegno federale alle energie pulite, a bloccare i grandi progetti eolici offshore e ad esecrare le iniziative pro-clima, cresce l’attenzione internazionale verso i cosiddetti Paesi BRICS, chiamati a colmare un “vuoto di leadership” nella diplomazia climatica.
BRICS: metà della popolazione mondiale e delle emissioni
Il gruppo, fondato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, si è recentemente allargato a Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia e Iran, con l’Arabia Saudita invitata ma non ancora formalmente entrata.
Negli ultimi mesi, questo fronte, che rappresenta circa la metà della popolazione mondiale e oltre il 50% delle emissioni di CO2, ha adottato una linea più coordinata, come ha sottolineato Carbon Brief in una recente analisi, da cui è tratta questa illustrazione sul peso demografico e climatico del gruppo.
Negli ultimi dodici mesi, Pechino ha moltiplicato gli sforzi per rafforzare la sua immagine di partner globale affidabile. Il presidente Xi Jinping ha ripreso a partecipare attivamente ai summit internazionali e ad aprile ha pronunciato il suo primo discorso internazionale sul clima dal 2021, in occasione di un incontro sulla transizione giusta ospitato in Brasile. La sua presenza ha messo in evidenza la crescente cooperazione con Brasilia e il ruolo centrale che i due paesi intendono svolgere in vista della COP30.
I ministri delle finanze hanno concordato un primo quadro comune sulla finanza climatica, chiedendo maggiore credito agevolato e mercati obbligazionari verdi più profondi. I leader hanno ribadito il loro impegno nella transizione energetica e la volontà di restare uniti sugli obiettivi climatici di Parigi, sottolineando che il sostegno ai Paesi in via di sviluppo è una responsabilità dei Paesi ricchi.
Susana Muhamad, presidente dei negoziati ONU sulla biodiversità (COP16), ha definito i BRICS “costruttori di ponti” nei colloqui che hanno portato a un accordo per mobilitare almeno 200 miliardi di dollari l’anno a favore della natura. È un segnale di come la cooperazione Sud-Sud stia guadagnando peso anche oltre il perimetro climatico.
Tra leadership condivisa e contraddizioni interne
Nonostante la retorica, il percorso del blocco non è privo di ambiguità.
Molti membri restano fortemente dipendenti dai combustibili fossili: la Cina e l’India sono i principali consumatori mondiali di carbone, mentre Russia, Iran ed Emirati sono grandi esportatori di petrolio e gas.
Tuttavia, la crescita delle rinnovabili è ormai predominante: nel 2024 le fonti non fossili hanno raggiunto il 53% della capacità elettrica installata nei BRICS, trainate soprattutto da Cina, India e Brasile.
Secondo il think tank Global Energy Monitor, è improbabile che la quota fossile torni a superare quella non fossile, grazie a investimenti senza precedenti in fotovoltaico ed eolico (Non solo Cina: i forti progressi del fotovoltaico nei Paesi Brics).
La sfida sarà gestire le differenze interne: se da un lato Pechino e Brasilia cercano convergenza, le tensioni con l’India restano elevate, in particolare sui meccanismi di mercato e sulle barriere commerciali come il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) europeo.
Brasile: dall’Amazzonia al ruolo di ponte tra Nord e Sud
Il Brasile con il presidente Lula ha invertito la rotta: nei primi sei mesi del 2023 la deforestazione amazzonica è calata del 34% rispetto all’anno precedente, secondo i dati ufficiali riportati da Reuters. Il parco di generazione elettrica resta tra i più puliti al mondo, con l’88% di capacità a basse emissioni.
Gli obiettivi climatici aggiornati prevedono una riduzione del 53,1% delle emissioni al 2030 rispetto al 2005 e la neutralità al 2050, come indicato dall’aggiornamento dell’NDC brasiliano.
Brasilia intende sfruttare la presidenza del G20 svolta nel 2024, quella dei BRICS attuale e della COP30 a fine anno per rilanciarsi come mediatore globale. Il presidente Lula punta a “sbloccare” i finanziamenti promessi ai Paesi in via di sviluppo. Con la Cina ha rafforzato il coordinamento, riattivando la commissione bilaterale COSBAN e proponendosi come partner essenziale nelle soluzioni climatiche globali.
Secondo l’Osservatório do Clima, “la presidenza della COP30 e dei BRICS rende il Brasile candidato naturale a colmare il vuoto di leadership climatica”.
Cina: superpotenza industriale verde
La Cina concentra oltre l’80% della produzione mondiale di moduli fotovoltaici, più del 70% dei veicoli elettrici e circa il 75% delle batterie.
Nel 2024, le industrie pulite hanno superato per la prima volta il 10% del prodotto interno lordo, contribuendo a un quarto della crescita economica. Le esportazioni di tecnologie verdi, guidate da moduli fotovoltaici, turbine eoliche e veicoli elettrici, sono in pieno boom e nel 2024 la metà è stata destinata ai Paesi del Sud globale.
Queste esportazioni da sole potrebbero ridurre le emissioni mondiali di circa l’1%, evitando 4 miliardi di tonnellate di CO2 lungo il loro ciclo di vita, secondo le elaborazioni del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), un think tank indipendente, con sede a Helsinki.
Il negoziatore cinese Liu Zhenmin ha definito l’idea di una leadership climatica di Pechino un “cappello troppo grande” che l’Occidente vorrebbe attribuirle. Eppure, come osserva l’analista Lauri Myllyvirta, co-fondatore e direttore del CREA, il peso che le tecnologie pulite hanno assunto nell’economia e nelle esportazioni cinesi spingerà il Paese a garantire che la transizione globale “continui ad accelerare”.
India: crescita record e giustizia climatica
Alla fine di marzo 2025, l’India ha raggiunto 220 gigawatt (GW) di capacità rinnovabile installata, dopo aver aggiunto quasi 30 GW in un solo anno fiscale. La potenza FV ha superato i 105 GW e quella eolica 50 GW. In totale, circa il 43% della capacità elettrica indiana è già pulita, secondo il Ministero dell’Energia indiano.
Sul piano internazionale, Nuova Delhi rivendica con forza che la transizione deve essere equa. Ha definito “ostile” il meccanismo europeo di aggiustamento della CO2 alla frontiera CBAM perché crea un ambiente competitivo sfavorevole ai Paesi emergenti.
Al tempo stesso, durante la sua presidenza del G20 nel 2023, l’India ha contribuito a un accordo che punta a triplicare la capacità rinnovabile mondiale entro il 2030. Nonostante tensioni commerciali con la Cina, i due Paesi continuano a difendere insieme il principio delle responsabilità comuni ma differenziate fra i vari Paesi.
Russia: retorica verde, realtà fossile
La Russia ha fissato la neutralità climatica al 2060 e pubblicato nuove strategie su clima e adattamento.
Tuttavia, il conflitto in Ucraina ha spostato le priorità: nel 2022 i sussidi al settore fossile hanno toccato quasi 100 miliardi di dollari e decreti successivi hanno rafforzato il supporto a gas, petrolio e carbone.
Ciononostante, la Russia non ha bloccato i progressi dei BRICS. Durante la sua presidenza, nel 2024, è stata approvata la Dichiarazione di Kazan con una sezione corposa sul clima.
Secondo Kate Logan dell’Asia Society, Mosca “non sembra ostacolare gli esiti positivi delle negoziazioni”, limitandosi a difendere in patria la continuità delle attività fossili con la retorica di una “transizione equa”.
Sudafrica: transizione giusta tra ostacoli e opportunità
Il Sudafrica dipende ancora dal carbone per circa l’80% della produzione elettrica, ma ha avviato un piano di investimento 2023-27 dal valore di 80 miliardi di dollari per decarbonizzare il settore elettrico, sviluppare veicoli a batteria e un’industria dell’idrogeno verde.
Uno dei primi progetti simbolo è la riconversione della centrale di Komati, trasformata in un impianto con 150 megawatt (MW) di fotovoltaico, 70 MW eolici e 150 MW di batterie. Questo processo è sostenuto dalla Just Energy Transition Partnership con Ue, Usa e altri partner, che mobilita finanziamenti e assistenza tecnica.
Tuttavia, come segnalano diversi osservatori, i sindacati minerari temono perdite di posti di lavoro e parte della società civile critica il rischio che i fondi internazionali favoriscano gli investitori più che le comunità locali. Nonostante queste tensioni, dal marzo 2024 i blackout programmati sono cessati, fornendo un segnale dei primi progressi concreti.
Un nuovo baricentro climatico
Il quadro complessivo mostra un blocco eterogeneo ma sempre più consapevole che clima e rinnovabili siano leve strategiche non solo di sviluppo economico e tecnologico, ma anche di potere e influenza geopolitica.
Brasile, Cina e India trainano la crescita delle rinnovabili; Russia e Sudafrica restano più legati al fossile ma almeno non mettono i bastoni fra le ruote ai loro partner, rimanendo loro politicamente allineati.
Nell’illustrazione di Carbon Brief si evidenziano la percentuale di generazione a basse emissioni e i target per l’azzeramento netto delle emissioni dei BRICS.
I BRICS si propongono come portavoce del Sud globale, chiedendo più sostegno finanziario e opponendosi a misure percepite come discriminatorie. In questo, offrono un contrappeso al vuoto lasciato dagli Stati Uniti di Trump.
Secondo Stela Herschmann, esperta di politiche climatiche presso l’Osservatório do Clima, una rete brasiliana di organizzazioni ambientaliste, e Beibei Yin, fondatrice della società di consulenza ambientale Bambu Consulting, la crescente intesa tra la Cina, “industria del mondo”, e il Brasile, “polmone verde del mondo” con la sua Amazzonia, potrebbe dar vita a un “nuovo G2” climatico, capace di riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti.
Le due analiste, in un commento pubblicato sulla Folha de S. Paulo, hanno sottolineato che l’attuale posizione del Brasile come presidente dei BRICS e della COP30 lo pone in una situazione ideale per mediare tra Nord e Sud del mondo e guidare la cooperazione internazionale sul clima.
Una nuova traiettoria geopolitica?
Se riusciranno a trasformare le iniziative degli ultimi mesi in cambiamenti strutturali duraturi, i BRICS potranno consolidare un nuovo baricentro della leadership climatica mondiale, con implicazioni importanti per il futuro della transizione energetica globale.
Resta però un equilibrio complesso. Ad esempio, la Cina evita di definirsi leader e preferisce agire all’interno di coalizioni come i BRICS, per mantenere l’identità di Paese in via di sviluppo e guadagnare copertura politica nelle negoziazioni.
Ma con la spinta economica delle tecnologie pulite e la volontà di molti paesi del Sud globale di trovare un contrappeso all’egemonia statunitense, la traiettoria geopolitica potrebbe essere già più segnata di quanto sembri, almeno fino a quando Trump e l’attuale Partito Repubblicano statunitense saranno sulla breccia.




























