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Case superefficienti, ma ancora non per tutti

Una casa ad emissioni zero costruita a Modena ha ricevuto la certificazione Platinum del Green Building Council Italy. La tipologia costruttiva, gli impianti, i consumi energetici. Come far diventare questi progetti una soluzione per tutte le tasche?

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In Gran Bretagna l’Institution of Engineering and Technology, l’associazione professionale degli ingegneri, l’ha detto molto chiaramente: “le case sono responsabili del 40% dei consumi energetici: se vogliamo rispettare gli obblighi climatici per il 2050, bisognerà che per allora tutte le abitazioni del Regno Unito non emettano più CO2 per riscaldamento, raffreddamento e acqua sanitaria”.

In altre parole, quei pochi esempi virtuosi di case superefficienti o addirittura che producono più energia di quanta ne consumino, che oggi fanno notizia, devono diventare la norma.

Un primo passo in questa direzione, compiuto sempre in Inghilterra, non è che però prometta molto bene: a Nottingham, un programma pubblico di retrofitting, che ha interessato dieci case, è finito per costare 100mila euro per abitazione, risultando improponibile su larga scala.

Per capire in che direzione andare per portare la sostenibilità abitativa alle masse, può servire sentire chi una casa a emissioni zero se l’è costruita, e l’ha fatta talmente bene da ricevere la “medaglia” più prestigiosa del settore: la certificazione Platinum, la prima rilasciata nel nostro paese, del Green Building Council Italia, parte di un network di associazioni no profit per lo stimolo della sostenibilità edilizia, presenti in 70 nazioni e basate sul metodo americano di valutazione Leed, Leadership in Energy and Environmental Design.

«Il sistema Leed è molto pragmatico», spiega Andrea Serri, capo ufficio stampa di Confindustria Ceramica, proprietario di “casa Monica”, il villino di Modena che ha ricevuto il riconoscimento.

«Hanno un manuale di 300 pagine che dettaglia ogni possibile caratteristica di una costruzione, tecnologie impiegate, isolamento, produzione energetica, gestione dell’acqua, provenienza dei materiali, metodi di trasporto, e così via, assegnando punti ad ognuno di questi parametri. A secondo del livello che si raggiunge, si può avere una certificazione via via più ‘prestigiosa’».

Serri ha deciso di chiedere questa certificazione, sia per essere spinto a fare del suo meglio, sia perché averla innalza di molto il valore della casa.

Ma il costo per la certificazione non è indifferente, 8.000 euro, per una abitazione di 200 mq come la sua, che comprende un accurato controllo del progetto e visite continue in cantiere degli ingegneri incaricati, per verificare che tutto sia fatto come previsto.

«Ho puntato al livello platino, il massimo, che ho raggiunto curando anche i minimi dettagli, come la raccolta dell’acqua piovana per irrigare il prato e per gli sciacquoni, o l’aver usato solo legname proveniente da meno di 350 km di distanza e certificato come sostenibile».

Sì, perché la Casa Monica, anche se identica per forma a quelle vicine, facenti parte di un quartiere operaio costruito nel secondo dopoguerra, è stata prima demolita e poi ricostruita in legno, per la precisione in Xlam, cioè assi incollate fra loro a 90 gradi, per formare pannelli spessi vari decimetri, che già garantiscono un forte isolamento termico e acustico.

A questo si è aggiunto un cappotto isolante esterno e una intercapedine interna, con lana di roccia, che riducono ulteriormente le dispersioni di calore.

«Questo permette di climatizzare la casa con la sola pompa di calore geotermica, che pesca il calore costante del terreno da 4 pozzi di 80 metri, e serpentine nel pavimento. D’inverno la PdC fa circolare acqua calda nei tubi, mentre d’estate, in genere, basta che ci passi l’acqua di falda a 15 °C, per mantenere temperature gradevoli. Ma se all’esterno di superano i 35 °C la PdC interviene e rinfresca ulteriormente i pavimenti, mentre un sistema di ventilazione elimina l’umidità».

L’acqua calda sanitaria è invece prodotta da 5 mq di pannelli solari, integrati, quando serve, dalla PdC, e immagazzinata in un serbatoio di 300 litri.

«In casa usiamo lavatrice e lavastoviglie che prendono l’acqua calda dalla riserva, led per illuminazione e piastre a induzione per cucinare. Il tutto alimentato da 5,4 kW di pannelli fotovoltaici, che già coprono il 70% del consumo. Adesso stiamo raccogliendo i dati di produzione e consumo, per valutare se convenga aggiungere degli accumulatori, per avvicinarci al massimo possibile di autonomia energetica. E poi penseremo a un’auto elettrica».

Tutti questi accorgimenti fanno sì che Casa Monica abbia consumi elettrici ridottissimi.

«La bolletta energetica totale è di circa 1.400 euro l’anno, mentre so di miei colleghi che, con case la metà di questa, finiscono per spendere 3.000 euro annui solo di gas».

Un risparmio notevole, a fronte, però anche di un costo altrettanto notevole di costruzione: 4.000 per metro quadrato.

«Certo, ma il comfort che questa casa consente è impagabile, con ogni stanza mantenuta al livello di temperatura che decide chi la occupa, senza emettere un grammo di CO2 o altri inquinanti. E bisogna considerare che, oltre al risparmio sulle bollette, godendo del 65% di sconto fiscale per la ristrutturazioni e del 50% per infissi e impianti, spalmati su 10 anni di detrazioni, il costo si riduce a quello di una casa convenzionale».

E qui c’è proprio il punto dolente della questione: questi sconti se li può permettere chi ha un reddito sufficiente per avere un debito fiscale da cui detrarli e per disporre di un capitale (o un mutuo) da investire inizialmente nella riconversione energetica. Ma per milioni di persone, le stesse che abitano quasi sempre nelle case, spesso grandi condomini, più bisognose di questi interventi, queste condizioni non sussistono. E così non solo non godono di queste agevolazioni, ma vedono anche decurtato il loro scarso reddito da forti spese per l’energia, in gran parte sprecata.

«Per fortuna da alcuni mesi è stata introdotta la cessione del credito di imposta, dal 70 all’80% della spesa nel caso di condomini, alla ditta che fa i lavori, che taglierà così di altrettanto, fin da subito, la spesa dell’intervento. E la spesa procapite, in questi casi, per effetto della scala maggiore dell’intervento, è comunque minore di quelle per un proprietario di una casa monofamiliare», conclude Serri.

Vedremo fra qualche mese quanti interventi di grande ristrutturazione la cessione del credito abbia prodotto, intanto però il nuovo governo, che in teoria avrebbe dovuto essere molto attento a queste tematiche, sembra deciso a diminuire gli sconti fiscali per l’efficienza energetica in edilizia.

In ogni caso , anche con questi sconti, in un condominio ci può essere sempre il condòmino che si oppone perché non può o non vuole spendere neanche cifre ridotte per queste tematiche.

«Ok, però, prima o poi, spese obbligatorie per la manutenzione condominiale le dovrà affrontare», dice Giuliano Dall’Ò, professore di fisica al Politecnico di Milano e presidente GBC Italia.

«E quello può essere il momento di aumentare l’efficienza energetica, per esempio sostituendo la caldaia obsoleta con sistemi più efficienti, o approfittando del rifacimento dell’intonaco per stendere anche un cappotto termico. Inoltre un ruolo in questi casi potrebbero averlo le ESCo, società che anticipano tutte le spese di ristrutturazione, in cambio dei risparmi conseguiti in bolletta. Per lo più lavorano solo con amministrazioni pubbliche e aziende, ma, magari con normative incentivanti, potrebbero estendere la loro azione anche ai condomini».

Dall’Ò ha poi altre idee su come estendere la riconversione energetica edilizia.

«Un punto importante è la scarsa considerazione che il mercato immobiliare ha della sostenibilità: la valutazione energetica di un edificio è uno degli parametri meno importanti nella valutazione del valore di una casa. Secondo gli immobiliaristi, questo fattore, nonostante i grandi risparmi che consente ai proprietari, fa aumentare il valore di un edificio solo dell’8-10%, nonostante secondo l’indagine Re+Build 2018, presso potenziali acquirenti e affittuari il tasso di preferenza per gli immobili green risulti 4 volte superiore rispetto a quelli standard. Bisogna insomma che i parametri di valutazione cambino, altrimenti l’incentivo a compiere questi lavori è fortemente ridotto».

Un’idea per colmare il gap culturale nell’immobiliare alla GBC Italia l’hanno avuta

«Si tratta dei ‘Mutui Verdi’, che stiamo presentando alle banche italiane. In pratica quando un cliente va a chiedere il mutuo per la casa, la banca fa anche valutare lo stato energetico dell’edificio da un consulente preparato sui temi energetici. Se la valutazione è bassa, la banca propone di incrementare il mutuo per coprire interventi di efficientemente energetico. A fronte di un piccolo aumento della rata, tutti sono contenti: la banca ha come garanzia un immobile che vale di più, il neo proprietario vive in una casa più confortevole, riprendendo con gli interessi, grazie ai risparmi in bolletta, l’extracosto sul mutuo, e ci guadagnano pure clima e ambiente» conclude Dall’Ò.

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