Cos’è l’efficienza energetica? Ha senso investirci, specie in un periodo di prezzi bassi? Quali sono le buone pratiche dell’energy management e come sta evolvendo il ruolo degli energy manager?

Sono alcune delle domande a cui Enermanagement, la conferenza annuale FIRE, cerca di dare una risposta.

Le prime due domande, in particolare, meritano un approfondimento, perché non sono scontate.

Molti identificano l’efficienza energetica con la possibilità di risparmiare in bolletta riducendo i consumi di energia. Per quanto interessante, questo elemento da solo non giustifica una particolare attenzione al tema: su circa trecento mila imprese manifatturiere, quelle energivore, ossia caratterizzate da una spesa energetica superiore al 2% del fatturato, sono circa tremila. Per il restante 99% delle imprese conseguire risparmi energetici risulta sicuramente utile, ma difficilmente può rappresentare una priorità rispetto ad altre voci di costo.

Purtroppo questa assimilazione dell’efficienza energetica al risparmio energetico è la visione dominante, che si traduce in una scarsa spinta top-down all’efficienza energetica, da parte di istituzioni e associazioni di categoria rappresentative dei consumatori industriali e del terziario.

Non è dunque un caso se molti provvedimenti che riguardano l’uso razionale dell’energia giacciono da tempo nei dicasteri competenti senza vedere la luce (e.g. certificati bianchi e fondo di garanzia, tanto per citarne due attuali) e se si è dovuto attendere molto per altri provvedimenti del passato (e.g. linee guida sulla certificazione energetica sull’edilizia), così come non deve stupire se quando si ragiona sulle regole del mercato dell’energia l’effetto delle scelte sull’efficienza energetica sia trascurato (e.g. canone RAI in bolletta, agevolazioni agli energivori che non richiedano interventi strutturali, etc.).

Questa visione dell’efficienza energetica è però molto riduttiva e, soprattutto, non consente di cogliere importanti opportunità alle imprese e alle famiglie.

Anzitutto il risparmio energetico è solo uno dei benefici dell’efficienza e, in genere, non è nemmeno il più importante. Ogni kilowattora risparmiato porta infatti con sé una serie di bonus, quali la riduzione dei costi di manutenzione e gestione, la diminuzione delle emissioni climalteranti e/o nocive, il miglioramento delle condizioni di lavoro, la riduzione dei rischi connessi alle forniture, il miglioramento della qualità dei prodotti, etc.

Si tratta di benefici che hanno sia un impatto a livello macro, come nel caso degli aspetti sulla salute, sia uno diretto sull’impresa che effettua l’intervento (riduzione rischi, miglioramento struttura costi, aumento della produttività, etc.).

Un esempio noto a tutti è la sostituzione delle lampade a scarica per illuminazione pubblica con lampade a led: si ottengono ovviamente un risparmio energetico e minori emissioni climalteranti, ma anche una migliore qualità (sia in termini di tonalità di colore, sia come direzionalità del flusso luminoso), una riduzione dei costi di manutenzione (durata delle lampade), una maggiore sicurezza (vi sono più led, che difficilmente si rompono in contemporanea, in luogo di una sola lampada), minori problemi di smaltimento a fine vita.

Dunque non ha molto senso ridurre un intervento del genere al mero risparmio energetico, anche perché gli altri aspetti appaiono molto più interessanti sia al decisore (che in genere ha molto più a cuore manutenzione e sicurezza), sia all’utilizzatore (conta l’illuminazione, non il consumo di energia).

Ovviamente questi benefici variano in funzione della soluzione considerata e possono esserci anche effetti negativi. Il fatto è che non conteggiare gli uni e gli altri porta a due conseguenze importanti: si sottovaluta la convenienza dell’investimento (benefici) – non comunicando elementi che per il decisore possono essere più importanti del risparmio energetico e del pay-back time – e non si fa un’analisi corretta dei rischi (effetti negativi), lasciando un’alea di dubbio al decisore, che spesso non investe in efficienza energetica non perché gli indicatori economici non siano interessanti, ma perché teme problemi non previsti o, come si direbbe a Roma, “una sòla” (aspetto particolarmente rilevante quando si investe al di fuori dal core business e su cifre contenute, come spesso avviene per le soluzioni di efficientamento energetico).

In altre parole, una lista di possibili interventi di efficientamento energetico in termini di kWh e tempo di pay-back senza gli altri elementi è come un piatto presentato male: sarà anche buono, ma attira poco.

Vedere l’uso efficiente dell’energia come risparmio energetico, inoltre, porta a un secondo limite: non permette di coglierne l’importanza al di là dei confini dell’edificio o stabilimento.

Come scritto sopra, l’energia è una risorsa preziosa, il cui uso oculato non porta benefici solo in fase di produzione e consumo interni all’impresa, ma anche su tutta la filiera del prodotto o servizio.

Già oggi i consumatori, residenziali e non, pongono più attenzione all’impatto energetico e ambientale di quanto acquistano, e questo orientamento tende ad aumentare nel tempo. Dunque l’efficienza energetica non è solo una leva per ridurre i propri consumi e conseguire benefici diretti in azienda (manutenzione, riduzione rischi, etc.), ma anche un modo per aumentare la competitività agendo su tutta la filiera (minori costi di gestione e smaltimento per i clienti, minore impatto della logistica e minore inquinamento, apprezzamento degli immobili, attenzione alle esigenze dei produttori primari, etc.).

Non è un caso se uno studio della Harward Business School conferma che le imprese che hanno investito in sostenibilità, sociale e governance hanno avuto negli ultimi venti anni una profittabilità – intesa come ricchezza generata per gli azionisti – superiore del 40% rispetto a chi non l’ha fatto.

I leader di mercato hanno ormai compreso questo, e ne traggono vantaggi sia in termini di competitività, sia in virtù dell’accesso a fondi e risorse dedicati (e.g. Dow Jones Sustainability Index, FTSE4Good, etc.).

Questa maggiore competitività delle imprese che sapranno sfruttare meglio tutte le risorse su tutta la filiera offre un ultimo spunto di riflessione. Si parla spesso dell’immobilismo dell’economica e dell’incapacità di generare nuova ricchezza. Come evidenziato, chi ha investito nelle imprese più attente alla sostenibilità e all’uso delle risorse ha in genere intascato maggiori dividendi. Società leader nel mondo come Apple e Google sono non a caso paladini e precursori di questi valori. Uno dei motivi per cui l’economia cresce poco è che questo è stato ancora poco compreso e si continua a investire risorse in business ormai stanchi e a rischio di involuzioni solo perché più conosciuti.

Per aiutare a comprendere quanto l’efficienza energetica possa supportare lo sviluppo delle imprese la FIRE organizza da sette anni la conferenza Enermanagement, di cui si terrà a Milano il 1 dicembre l’edizione 2016. Un appuntamento in cui si parlerà dei molteplici benefici dell’uso efficiente delle risorse e si illustreranno buone pratiche attraverso casi studio ed esempi.

(L’autore, Dario Di Santo, è il direttore di FIRE, Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia)