Tre soci fondatori escono da Assobiodiesel: filiera corta vs olio di palma?

Tre aziende associate ad Assobiodiesel escono dall’associazione. Il contrasto è nella diversa visione strategica: le aziende fuoriuscite producono biodiesel a "filiera corta" o europea, ma subirebbero la concorrenza delle altre aziende che importano olio di palma.

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Lo scorso 15 luglio tre aziende associate ad Assobiodiesel hanno deciso di uscire dall’associazione. Si tratta di tre soci fondatori: Oxem, Novaol e Masol Continental Biofuel.

A comunicarlo è lo stesso presidente, Adriano Parodi, che ha spiegato che “le dimissioni giungono a seguito di una diversa visione strategica sul futuro delle materie prime, palma e derivati, da utilizzare per la produzione del biodiesel e dei relativi sistemi di valorizzazione”.

Ricordiamo che dal 7 luglio Assobiodiesel è ufficialmente membro di Confindustria Energia, dopo averne fatto richiesta lo scorso 8 maggio.

La visione strategica diversa sembrerebbe legata al fatto che queste tre aziende fuoriuscite producono biodiesel a “filiera corta”, e comunque prendono la gran parte di materia prima dall’Europa. Ma così facendo subirebbero una dura concorrenza delle aziende che preferiscono invece importare olio di palma a prezzo molto più basso.

Il biodiesel è un biocombustibile liquido ottenuto interamente da olio vegetale, come semi di colza, di girasole e di soia provenienti da filiere per gran parte europee e dalle infruttescenze della palma dai paesi extraeuropei. Ha una viscosità simile a quella del gasolio e in forma pura può sostituire il gasolio per il riscaldamento mentre in miscela può essere utilizzato in autotrazione nei motori diesel. Il biodiesel è in genere il risultato di un processo chimico detto transesterificazione di oli vegetali con alcol etilico o metilico.

Il biodiesel resta un prodotto alquanto controverso in termini di sostenibilità, tanto che a marzo la Commissione europea ha pubblicato il rapporto GLOBIOM che va a calcolare le emissioni provocate dal cambiamento d’uso dei suoli per soddisfare l’ulteriore domanda di biocarburanti in Europa al fine di raggiungere i target 2020.

Questo studio però ha un limite: non valuta l’impatto complessivo dei biocarburanti rispetto ai combustibili fossili.

L’associazione europea Transport&Environment ha a tale scopo sommato le emissioni dirette (ad esempio, a causa dell’uso di trattori e fertilizzanti) e ha sottratto quelle equivalenti da fonti fossili.

Si è visto così che in media l’uso del biodiesel da olio vegetale vergine – quasi il 70% del mercato dei biocarburanti nell’UE – produce circa l’80% in più di emissioni rispetto al diesel fossile.

L’olio di palma e il biodiesel a base di soia producono emissioni rispettivamente di 3 e 2 volte più alte rispetto al diesel fossile.

Un confronto può essere fatto anche con il bioetanolo, l’etanolo prodotto mediante un processo di fermentazione delle biomasse o di prodotti agricoli ricchi di zucchero. Il bioetanolo da colture alimentari, ha emissioni di gas serra in media del 30% inferiori rispetto ai combustibili fossili, ma con notevoli variazioni: i bioetanoli a base di frumento e orzo hanno emissioni confrontabili a quelli dei combustibili fossili, mentre i bioetanoli prodotti dal mais o dalla barbabietola di zucchero hanno emissioni di circa il 50% inferiori alla benzina fossile.

In media, risulta che il biodiesel è quasi tre volte peggiore in termini di emissioni di gas serra rispetto al bioetanolo e nel loro complesso i biocarburanti di prima generazione hanno delle emissioni di gas serra di circa il 50% superiori dei loro equivalenti fossili, se si considera l’intero ciclo di vita.

Secondo le stime dei ricercatori di Transport&Environment, il 76% dei biocarburanti che si prevede saranno utilizzati in Europa nel 2020 avrà delle emissioni equivalenti o superiori rispetto ai combustibili fossili che andranno a sostituire.

Il Parlamento europeo ha votato il 28 aprile 2016 il nuovo progetto di legge sui biocarburanti dove si propone un tetto massimo del 7% al contributo dei biofuel di prima generazione, cioè quelli derivati da colture su terreni agricoli, ai fini del raggiungimento dell’obiettivo 2020, di avere da rinnovabili il 10% dell’energia per i trasporti.

Il tetto al 7% per i “vecchi” biofuel è stato considerato un compromesso al ribasso, dato che il limite era stato inizialmente fissato dalla Commissione al 5% e poi portato al 6% dallo stesso Europarlamento.

Sulla questione emissioni dei biocombustibili di prima generazione ricordiamo anche una ricerca della University of Michigan del 2015 che spiegava che fino a quel momento era stato sopravvalutato il contributo che questi carburanti possono dare alla riduzione delle emissioni.

Secondo l’autore della ricerca, John DeCicco, che ha esaminato oltre 100 pubblicazioni scientifiche sull’impatto dei biofuel degli ultimi due decenni, quasi tutti gli studi fatti dovevano essere riconsiderati viste le lacune metodologiche, come il calcolo errato della quantità di CO2 che mais, canna da zucchero e altre colture energetiche assorbono mentre crescono.

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