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Trivelle, il referendum del 17 aprile spiegato per bene

Perché questo referendum? Quando, dove e su cosa si vota? È vero che se vincesse il “sì” si perderebbero posti di lavoro? È opportuno lasciare sotto terra il gas e il petrolio italiani quando importiamo dall'estero? Le risposte in un vademecum del neonato “Comitato nazionale Vota Sì per fermare le trivelle”.

Il prossimo 17 aprile si terrà un referendum popolare. Si tratta di un referendum abrogativo, e cioè di uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che la Costituzione italiana prevede per richiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello Stato. Perché la proposta soggetta a referendum sia approvata occorre che vada a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto e che la maggioranza dei votanti si esprima con un “Sì”.

Hanno diritto di votare al referendum tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto la maggiore età. Votando “Sì” i cittadini avranno la possibilità di cancellare la norma sottoposta a referendum.

Dove si voterà?

Si voterà in tutta Italia e non solo nelle Regioni che hanno promosso il referendum. Al referendum potranno votare anche gli italiani residenti all’estero.

Quando si voterà?

Sarà possibile votare per il referendum soltanto nella giornata di domenica 17 aprile.

Cosa si chiede esattamente con il referendum del 17 aprile 2016?

Con il referendum del 17 aprile si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo.

Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa. Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni.

Qual è il testo del quesito?

Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

È possibile qualora il referendum raggiunga la maggioranza dei “SÌ” il risultato venga poi “tradito”?

A seguito di un esito positivo del referendum la cancellazione della norma che al momento consente di estrarre gas e petrolio senza limiti di tempo sarebbe immediatamente operativa. L’obiettivo del referendum è chiaro e mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto. Come la Corte costituzionale ha più volte precisato, il Parlamento non può successivamente modificare il risultato che si è avuto con il referendum, altrimenti lederebbe la volontà popolare espressa attraverso la consultazione referendaria.

Qualora però non si raggiungesse il quorum previsto perché il referendum sia valido (50% più uno degli aventi diritto al voto), il Parlamento potrebbe fare ciò che vuole: anche mettere in discussione la zona off limits.

È vero che se vincesse il SÌ” si perderebbero moltissimi posti di lavoro?

Un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso.

Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione. Oggi, di fatto, non è più così: se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri. Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni ancora e basta, e cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre.

L’Italia dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dall'estero. Non sarebbe opportuno, al contrario, investire nella ricerca degli idrocarbuti e incrementare l'esrtazione di gas e petrolio?

L’aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale. Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società privateper lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano.

Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto. Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty. Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo. Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.

Il rilancio delle attività petrolifere non costituisce un'occasione di crescita per l'Italia?

Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese, anche qualora le estrazioni petrolifere e di gas fossero collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse rinvenute sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. Considerando tutto il petrolio presente sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 7 settimane. Le riserve di gas per appena 6 mesi. Le ricchezze dell’Italia sono altre:

  • Il turismo. Si stima che le presenze complessive nelle destinazioni marine italiane siano state circa 253 milioni nel corso del 2013, con un impatto economico stimato in oltre 19 miliardi e 149 milioni di euro. Importante sottolineare infine come secondo il rapporto “Impresa Turismo 2013” (Unioncamere, 2013) il patrimonio naturalistico delle nostre destinazioni balneari è la prima motivazione di visita per i turisti stranieri.
  • La pesca, che si esercita lungo i 7.456 km di costa entro le 12 miglia marine, produce circa il 15% del PIL marittimo e dà lavoro a circa 60.000 persone (dati ISFOL).
  • Il patrimonio culturale, che vale il 5,4% del PIL e che dà lavoro a circa 1,5 milioni di persone (dati Federculture), con un fatturato annuo di circa 40 miliardi di euro.
  • Il comparto agroalimentare, che vale l’8,7% del PIL, dà lavoro a 3 milioni e 300.000 persone con un fatturato annuo di 119 miliardi di euro e che nel solo 2014 ha conosciuto l’esportazione di prodotti per un fatturato di circa 34,4 miliardi di euro (dati Nomisma).
  • La piccola e media impresa, che conta circa 4,2 milioni di piccole e medie “industrie” (e, cioè, il 99,8% del totale delle industrie italiane), e che costituisce il vero motore dell’intero sistema economico nazionale: tali imprese assorbono l’81,7% del totale dei lavoratori del nostro Paese, generano il 58,5% del valore delle esportazioni e contribuiscono al 70,8% del PIL. Il solo comparto manifatturiero, che conta circa 530.000 aziende, occupa circa 4,8 milioni di addetti, fattura 230 miliardi di euro l’anno, equivalente al 13% del PIL nazionale, e contribuisce al totale delle esportazioni del Made in Italy nella misura del 53,6% (dati Confapi).

Però gli italiani utilizzano sempre di più la macchina per spostarsi. Non è un controsenso?

Ciò che si estrae in Italia non è necessariamente destinato alla produzione del carburante per le autovetture ed ancor meno per quelle in circolazione nel nostro Paese. Tuttavia gli elevati consumi di petrolio nel settore dei trasporti potrebbero essere notevolmente diminuiti con una seria politica di mobilità sostenibile per le persone e per le merci nelle aree
urbane, ma non solo. Secondo l’Unione europea, rispetto agli altri Stati membri, al riguardo l’Italia è agli ultimi posti.

Cosa ci si attende?

Il voto referendario è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta a disposizione degli italiani ed è giusto che i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi anche sul futuro energetico del nostro Paese. Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 194 Paesi, a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e a seguire la strada della decarbonizzazione. Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al raggiungimento di quell’obiettivo.

È necessario, nel frattempo, affrontare il problema della transizione energetica, puntando anche sul risparmio e sull’efficienza energetica e investendo da subito nel settore delle energie rinnovabili, che potrà generare progressivamente migliaia di nuovi posti di lavoro. Il tempo delle fonti fossili è scaduto: è ora di aprire ad un modello economico alternativo.

Perché questo referendum?

Per tutelare i mari italiani, anzitutto. Il mare ricopre il 71% della superficie del Pianeta e svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme moltitudine di esseriviventi vegetali e animali – dal fitoplancton alle grandi balene produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino ad 1/3 delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche.

La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare. Le attività di routine delle piattaforme possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, come dimostrano i dati del ministero dell’Ambiente relativi ai controlli eseguiti nei pressi delle piattaforme in attività oggi nel mare italiano.

Anche la ricerca del gas e del petrolio, che utilizza la tecnica  dell’airgun (esplosioni di aria compressa), incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica possono elevare il livello di stress dei mammiferi marini, modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario. Possono provocare inoltre danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini – cetacei, tartarughe, pesci, molluschi e crostacei – e alterare la catena trofica.

Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo. Un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.

(A cura del Comitato nazionale Vota SI per fermare le trivelle)





Commenti

punti di vista o numeri.

CHIUDERE O NON CHIUDERE?

Innanzitutto va chiarito che, contrariamente a quanto si crede, non sono coinvolte le nuove perforazioni, bensì le sole concessioni marine già in essere. Per capire cosa prevede, si deve fare un passo indietro, al periodo 2010-2013, quando tre distinti decreti hanno ridotto drasticamente le aree marine aperte a nuove perforazioni, vietando nuove concessioni marine entro le 12 miglia dalla costa e dalle aree protette e aprendo un’unica nuova area nel mar Balearico, contigua ad analoghe aree spagnole e francesi (zona E). [1] In figura 1, si può osservare la variazione intervenuta.

variazione divieti coltivazioni nazionali

Figura 1: zone marine aperte alle attività minerarie, prima del 2008 e dopo il 2013. Fonte: DGRME-MISE, Il Mare, edizione speciale del Bollettino Ufficiale delle Risorse e Degli Idrocarburi, Marzo 2015.

Tali divieti si applicano solo alle richieste di concessioni successive al 20/6/2010. Per tutte le concessioni richieste prima di questa data, è possibile ottenere proroghe alla loro scadenza sino a quando il giacimento non sia esaurito.

E qui si inserisce il quesito referendario, , il cui significato si può riassumere così:

Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?

In pratica, se il quesito dovesse passare, alla scadenza delle concessioni nelle aree ora vietate, le piattaforme e i pozzi ancora attivi dovranno cessare le attività.

Ma quanto petrolio e gas rimarrebbe nei giacimenti in questione? Parecchio a sentire le voci che circolano in rete:

…in pratica con già tutte le strutture fatte, i tubi posati sul fondo del mare e senza dover fare nessuna nuova perforazione, saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all’altro rinunciando a circa il 60-70% della produzione di gas nazionale (gas metano stiamo parlando e non petrolio). Non potendo da un giorno all’altro sopperire a questo fabbisogno con le fonti rinnovabili il tutto si tradurrebbe in maggiori importazioni ed incremento di traffico navale (navi gassiere e petroliere) nei nostri mari, alla faccia dello spirito ambientalista che anima i comitati promotori e con sostanzioso impatto sulla nostra bolletta energetica.

A parte l’errore ortografico (“gasiere”), la contraddizione (afferma che non perderemmo petrolio ma ci sarebbero più petroliere in transito) e la scarsa conoscenza di come avvengono i trasporti per il gas naturale (per la quasi totalità attraverso metanodotti), rimane interessante capire se quel 60-70% di produzione persa “da un giorno all’altro” è credibile oppure no.

FUORI I DATI

Gli unici dati ufficiali in proposito sono quelli della Direzione Generale per le Risorse Minerarie ed Energetiche(DGRME), che fa capo al Ministero per lo Sviluppo Economico. Di seguito ne forniamo una sintesi ragionata e semplificata. Per chi è interessato a saperne di più, c’è la nota [2].

Le “concessioni di coltivazione” sono licenziate per un minimo di 20 anni, con possibilità di ulteriori proroghe di 10 o 5 anni. Anche un paio d’anni prima che una concessione (o una sua proroga) scada, è possibile chiederne un’ulteriore proroga, il cui rilascio potrà avvenire anche dopo molti mesi dalla data di scadenza.

Ci sono quindi tre categorie di concessioni in mare.

A. Le concessioni oltre le 12 miglia, che non saranno toccate dal referendum. Su di esse insistono 43 piattaforme, di cui 31 eroganti, 9 non eroganti e 3 di supporto. Nel 2015 hanno prodotto 2,48 miliardi di metri cubi di gas, il 36% della produzione nazionale.

B. Le concessioni entro le 12 miglia, il cui permesso è già scaduto e di cui hanno già richiesto la proroga da mesi, se non da anni. Sono 9 concessioni in tutto, su cui insistono 39 piattaforme che nel 2015 hanno prodotto 622 milioni di metri cubi di gas, circa il 9% della produzione nazionale (1,1% dei consumi 2014). Queste concessioni, verosimilmente, saranno prorogate ancora una volta anche in caso di vittoria dei “si” al referendum, in quanto l’istanza di proroga è stata depositata quando era valida la vecchia normativa.

produzione concessioni scadute

Figura 2: Produzione storica di gas naturale dalle concessioni poste entro le 12 miglia, scadute e per cui è già stata richiesta la proroga. Per la fonte vedere la nota [2].

La produzione storica di queste concessioni evidenzia un picco nel 1994, quando aveva raggiunto valori pari a circa 10 volte quello attuale (vedi figura 2) .

C. Le concessioni entro le 12 miglia, i cui permessi inizieranno a scadere a partire dal 2017 e termineranno nel 2027. Sono 17 concessioni [3], che nel 2015 hanno prodotto 1,21 miliardi di metri cubi di gas, circa il 17,6% della produzione nazionale (il 2,1% dei consumi 2014). Tra queste, 4 concessioni hanno permesso anche una produzione di petrolio pari a 500.000 tonnellate, circa il 9,1% della produzione nazionale (0,8% dei consumi 2014). Queste concessioni, nel caso vincano i “si” al referendum, non potranno essere prorogate.

produzione concessioni non scadute

Figura 3: Produzione storica di gas naturale dalle concessioni poste entro le 12 miglia, ancora non scadute. La legenda riporta, prima del codice della concessione, l’anno in cui essa scadrà. Le concessioni sono ordinate dal basso verso l’alto secondo l’ordine con cui scadranno. Per la fonte vedere la nota [2].

La produzione storica di gas naturale di queste concessioni evidenzia un picco nel 1998, quando aveva raggiunto un valore oltre 4 volte quello attuale (vedi figura 3) . In questa categoria, spicca la concessione D.C 1.AG (scadenza 2018) che da sola produce 557 milioni di metri cubi, l’8% della produzione nazionale nel 2015. Per la vicinanza delle scadenza e l’ancora ingente livello produttivo, la chiusura di questa concessione rappresenterebbe una perdita significativa a livello nazionale.

produzione petrolio concessioni non scadute

Figura 4: Produzione storica di petrolio dalle concessioni poste entro le 12 miglia, ancora non scadute. La legenda riporta, prima del codice della concessione, l’anno in cui essa scadrà. Le concessioni sono ordinate dal basso verso l’alto secondo l’ordine con cui scadranno. Per la fonte vedere la nota [2].

La produzione storica di petrolio di queste concessioni evidenzia un picco nel 1988, quando aveva raggiunto un valore oltre 6 volte quello attuale (vedi figura 4). Pur essendo in fase declinante da moli anni, queste quattro concessioni presentano una produzione ormai piuttosto stabile che non dovrebbe variare molto approssimandosi alle date di scadenza.

CONCLUSIONI

Gli allarmismi che circolano in rete su una perdita “da un giorno all’altro” del 60-70% della produzione di gas naturale, in caso vincano i “si” al referendum del 17 Aprile, sono esagerati.

Innanzitutto la maggior parte della produzione di gas in Italia è a terra (34%) o in mare oltre le 12 miglia (36%).

La tempistica sarebbe poi dilazionata nei prossimi anni, sia tra le concessioni già scadute (hanno da tempo richiesto una proroga che verrà probabilmente loro concessa in ogni caso) che pesano per circa il 9% della produzione di gas, sia tra le concessioni che scadranno d’ora in poi (le uniche a subire un eventuale effetto del referendum) che pesano ora per circa il 17,6% del gas e circa il 9% del petrolio prodotti. Queste percentuali vengono ridotte di un fattore 10 se si considerano i consumi nazionali, anziché la produzione.

Complessivamente le percentuali citate corrispondono all’anno sui mercati a circa 360 milioni di dollari di gas naturale e a 180 milioni di dollari per il petrolio.[4]

Una concessione che produce gas naturale e gasolina, la D.C 1.AG, presenta una produzione la cui interruzione, nel caso il quesito referendario passasse, rappresenterebbe una perdita significativa a livello nazionale.

Le perdite produttive imputabili ad una eventuale vittoria dei si, sarebbero del tutto trascurabili a livello continentale ed internazionale, e non produrrebbero quindi una variazione sensibile nei mercati dei prezzi del gas o del petrolio. E’ quindi difficile pensare ad una ripercussione sui prezzi praticati al consumatore italiano.

Note

[1] Decreto legislativo n. 128/2010, Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, Decreto Ministeriale 9 agosto 2013. Per un sintesi si veda l’edizione speciale del Bollettino Ufficiale delle Risorse e Degli Idrocarburi, Marzo 2015, Il Mare, pubblicata dal DGRME-MISE.

[2] La DGRME-MISE mette a disposizione l’elenco delle piattaforme entro o oltre le 12 miglia marine. Varie piattaforme fanno poi capo ad una stessa concessione, e solitamente ogni concessione ha tutte le piattaforme o dentro o fuori il limite delle 12 miglia (tranne che per la B.C 3.AS, vedi nota [3]). Per ogni concessione il DGRME-MISE fornisce i dati della scadenza, delle proroghe e i dati storici di produzione, benché a volte con alcuni errori. Nella presente trattazione si è deciso di considerare per brevità solo le concessioni marine aventi piattaforme e pozzi marini eroganti. Alcune concessioni hanno però solo pozzi marini, senza piattaforme, o solo piattaforme che raccolgono la produzione di pozzi a terra. Tali concessioni non sono state qui mappate. Ecco perché la somma delle varie percentuali attribuite al gas naturale vede un ammanco di 3-4 punti percentuali.

Ci sono poi concessioni che presentano dati anomali, come la B.C 18.RI,(scadenza 2018) senza piattaforme e senza pozzi, che ha una produzione di gas (molto bassa) solo nel 2014 e nel 2015.

Non viene poi citata, ma c’è anche una piccola produzione di petrolio da concessioni scadute e di cui è stato richiesto il rinnovo.

Per la produzione di petrolio e di gas totali 2015, sono state usati i dati DGRME-MISE di produzione mensile distinti per concessione. Per i dati di consumo di metano e petrolio 2014 nazionali, stato usato il BP Statistical Review 2015.

Molte piattaforme di produzione di gas naturale, producono anche gasolina (le cosiddette benzine naturali, ottenute dalla condensazione della frazione più pesante del gas naturale) che nono sono state trattate perché comunque prodotte in quantità modeste.

[3] Una concessione, con codice B.C 3.AS, presenta una delle cinque piattaforme oltre le 12 miglia. Nella presente trattazione la produzione erogata tramite questa concessione è stata considerata tutta “entro le 12 miglia”.

[4] Supponendo un prezzo di 5$/MBtu per il gas naturale e di 50$/Barile per il petrolio.

Aree marine protette

Ciao,

alcune cose magari sono vere ma alcune no. Si età cercando di evitare che le trivelle invadano diverse aree marine protette o zone limitrofe, non sono quindi solo nel mare adriatico, anzi. La quantità estratta sarà minima tant'è che diverse compagnie si sono già ritirate. La legge non tiene conto del volere delle regioni quindi si intacca la democrazia del paese. Le fonti fossili sono ormai superate, ci sarà un abbandono graduale e le rinnovabili sono il passato, il presente e il futuro. I posti di lavoro che creeranno le rinnovabili e la vera green economy sono di gran lunga superiori a quelli delle fonti fossili. Se i Rockfeller hanno deciso di abbandonare il settore delle fossili vuol dire che c'è un motivo vero e valido.

I cambimaneit climatici che saranno esponenziali, obbligheranno i paesi a porre drastici cambiamenti e abitudini con restrizioni talmente severe che soltanto dei fuori di testa totali vogliono perseverare su questo fronte. VOTA SI.

Sicuri di quello che avete scritto?

Intanto è da specificare che il settore delle "trivelle" in Italia riguarda installazioni già esistenti, con piattaforme, impianti, sealine, terminali già installati e funzionanti. Che le piattaforme in adriatico e mare ionio producono gas e non olio petrolifero. Che in oltre 60 anni di attività "estrattiva" nessun incidente "inquinante" ha interessato le strutture offshore italiane. Che nella vicinissima Croazia avvengono e continueranno ad avvenire perforazioni che potrebbero, in caso di abbandono da parte dell'italia, arrivare a "succhiare" gas anche dai pozzi italiani. Mediante la tecnica della perforazione obliqua. Cioè immettendo le trivelle non in verticale ma con una inclinazione di oltre 45° ed in grado di arrivare, in maniera appunto obliqua, a molti chilometri di distanza dalla verticale della torre di trivellazione.
Ed ecco i motivi per cui, prima di votare NO, occorre riflettere ed essere informati:
1 - il referendum non deciderà nulla sulle nuove "trivelle" (in realtà correttamente s'intende per nuove perforazioni) ma riguarda la durata delle concessioni già in essere,e relative ad aree in mare aperto e comunque entro le 12 miglia dalla costa dove ci sono già piattaforme di estrazione di gas metano in alcuni casi da più di 30 anni.
2 -il referendum, qualora si raggiungesse il quorum, andrebbe a determinare la cessazione immediata delle attività di estrazione alla scadenza delle concessioni, tipicamente di durata trentennale, anche qualora sotto ci sia rimasto ancora un ingente quantitativo di gas.
3 - in pratica con già tutte le strutture fatte, i tubi posati sul fondo del mare e senza dover fare nessuna nuova perforazione, saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all'altro rinunciando a circa il 60-70% della produzione di gas nazionale (gas metano stiamo parlando e non petrolio). Non potendo da un giorno all'altro sopperire a questo fabbisogno con le fonti rinnovabili il tutto si tradurrebbe in maggiori importazioni ed incremento di traffico navale (navi gassiere e petroliere) nei nostri mari, alla faccia dello spirito ambientalista che anima i comitati promotori e con sostanzioso impatto sulla nostra bolletta energetica.
4 - il referendum non fermerà le "trivelle" nelle tremiti, non ci sono e mai ci saranno trivelle nelle tremiti. Si trattava di un permesso di prospezione e studio, ben oltre le 12 miglia dalle tremiti e comunque non più in vigore vista la rinuncia della compagnia interessata.
5 - il referendum non fermerà la “petrolizzazione” dell'Italia come qualcuno vuole far credere, riguarda infatti le aree marine entro le 12 miglia dalla costa dove geologicamente si sono accumulati solo giacimenti di gas metano, quello che, ricordate, ci da una mano, perché tra i combustibili fossili quello meno inquinante e recentemente riconosciuto dall'unione europea il BRIDGE ovvero quello che ci porterà avanti nella transizione verso le rinnovabili per i prossimi 30 anni. Quindi non sarebbe uno STOP al petrolio, che in Italia viene estratto quasi esclusivamente a terra, in Basilicata, ma uno stop al gas, ovvero a quella fonte energetica pulita la cui introduzione ha portato storicamente alla riduzione dell'uso del carbone.
6 - Le trivelle (impianti di perforazione) non uccidono il turismo. La maggiore concentrazione di piattaforme in Italia si ha davanti alla riviera romagnola che storicamente è anche la zona con maggiori presenze turistiche; estrazione di gas e sviluppo della costiera romagnola sono andati avanti di pari passo dagli anni 60 ad oggi. Viceversa regioni senza" trivelle" e che si preoccupano tanto delle "trivelle" hanno spiagge fatiscenti, depuratori non funzionanti e discariche abusive nel bel mezzo dei parchi naturali. Farebbero bene a preoccuparsi di quello.
7 - L'estrazione di gas dal mare adriatico non provoca terremoti, c'è un rapporto ufficiale ISPRA (Istituto Superiore Protezione Ambiente) che lo certifica. Chiunque afferma diversamente afferma il falso e non conosce la geologia del mare adriatico. Infatti nel nostro mare i sedimenti, sabbie ed argille, in seguito all'estrazione del gas, si deformano plasticamente, e la deformazione plastica è l'esatto opposto dei meccanismi di rottura dei terremoti.
In tal caso sarebbe utile farsi spiegare cosa è una zona "Mineralizzata a Gas"; tutti si aspettano grandi caverne..in realtà si tratta di rocce nella cui porosità è intrappolato i gas (stesso dicasi per il petrolio)
8 - Un esito positivo del referendum avrebbe impatto devastante sull'economia di alcune regioni, nella sola emilia romagna 6000 persone perderebbero il lavoro in 2 anni.
9 - Tutti vogliamo un mondo più pulito, le rinnovabili sono il futuro, non ancora il presente, occorre un congruo periodo di transizione perché affondare il sistema gas oggi senza avere ancora una valida alternativa non è intelligente né da un punto di vista economico né per la tutela dell'ambiente.

Ultimo, ma non ultimo, il settore offshore italiano è una delle eccellenze in termini di esperienza, know-how, occupazionale diretto e di indotto.