Tanto gas fossile e poco idrogeno verde: la Snam non è green come si dipinge

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Un nuovo report di ReCommon mette in luce la reale strategia di Snam, evidenziando il suo elevatissimo impatto in termini di emissioni anche in prospettiva futura.

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“A distanza di un anno da quando se ne parlava solo genericamente, oggi l’idrogeno è diventato un tema mainstream. L’Europa l’ha messo al centro delle sue politiche energetiche e beneficerà di un sacco di soldi da Recovery Fund e dal Green Deal, con la Germania che farà da traino e chiederà tanto idrogeno anche a noi italiani”.

Lo aveva detto a gennaio il Ceo di Snam, Marco Alverà, in un’intervista. Un uomo, che dobbiamo ammettere, sta vendendo molto bene questa strategia, non ultima l’iniziativa Green Hydrogen Catapult, con sette aziende che, come afferma il Ceo, puntano ad investire 110 miliardi di dollari in progetti per realizzare 25 GW di capacità produttiva da idrogeno verde destinato alle attività ad alta intensità carbonica”. Alverà le chiama già “le 7 sorelle dell’idrogeno”.

Sicuramente il massimo rappresentante di Snam, nominato dal governo Renzi nel 2016 e riconfermato nel 2019 dal governo Conte 1, è una personalità con una visione e uno spiccato approccio di marketing, che in ogni sua dichiarazione non perde occasione per celebrare la svolta verde di una delle più grandi aziende al mondo del trasporto del gas.

Sono pochi in Italia però a fare le pulci a questa strategia per cercare di evidenziare cosa ci sia veramente dietro. E se è poi così “green” come affermano dai vertici di San Donato Milanese.

Sui limiti e i ritardi della strategia italiana sull’idrogeno ne ha scritto su questo sito GB Zorzoli e ne abbiamo parlato pochi giorni fa, ricordando un recente documento di ReCommon (vedi, Come stanno facendo scrivere la storia dell’idrogeno all’industria del gas).

Molti dubbi e altrettanti dati sulla vera mission di Snam ce li fornisce ancora una volta un altro rapporto di ReCommon uscito appena ieri e dal titolo che non lascia spazio a troppe interpretazioni, “L’ingiusta transizione. Come Snam sta svendendo il nostro futuro” (allegato in basso).

Si spiega come dati e analisi del suo piano strategico 2020-2024 ci dicono in realtà dell’altro rispetto alla narrazione ufficiale: “Snam vuole continuare a espandere i mega-progetti per il trasporto del gas, ma anche i depositi, i terminali di gas naturale liquefatto in Italia e non solo (anche in Europa, in Cina e in India) e che la narrazione sui nuovi gas più sostenibili, la cui validità è tutta da provare, rappresenta una sorta di cavallo di Troia per allungare la vita al gas fossile e sfruttare al meglio le copiose risorse del Recovery Plan e del Green Deal europeo”, si legge nel rapporto.

Quali investimenti prevede Snam a breve termine? Si parla nel suo piano strategico di 6,5 miliardi, sui 7,4 totali, che sono da destinare alla realizzazione di infrastrutture per il trasporto del gas, con una piccolissima quota (appena il 9% circa) di investimenti che riguarderanno idrogeno verde e biometano, da miscelare al gas fossile (blending) per abbassarne un po’ le emissioni.

E allora parliamo delle emissioni di Snam. Partiamo prima da alcune premesse che il report spiega bene e che spesso si dimenticano.

L’effetto climalterante del metano è 86 volte più elevato quello della CO2 in un arco di 20 anni, e di oltre 100 volte più climalterante in un arco di 10 anni. Quindi un consumo importante di questa fonte farebbe sballare tutte le proiezioni e gli scenari di lotta ai cambiamenti climatici almeno da qui al 2050.

Il gas ha poi quote elevatissime di emissioni “fuggitive” che si verificano lungo il trasporto sia per tubo che per nave, comunque, in tutte le fasi della filiera. Non stiamo parlando di incidenti, ma di normalità. Questi dati non vengono mai rilevati e contabilizzati.

Altro aspetto è che Snam non può evitare di includere nel calcolo delle emissioni il gas trasportato nei suoi 41mila km di tubi come l’azienda fa alla stregua di altre aziende simili, solo perché non è prodotto dalla società.

Senza tubi o navi il gas non avrebbe senso: se costruisco infrastrutture per consentirne la sua diffusione, dovrò registrarne anche le sue emissioni. Quelle che vengono nascoste sono definite dal Protocollo Gas Serra come emissioni Scope 3. E sappiamo che in quei tubi non passerà nei prossimi anni che una piccola percentuale di idrogeno e biometano, o aria fresca.

Questo “trucchetto contabile”, si legge nel report ReCommon, è stato smascherato da due studi dell’organizzazione statunitense Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA).

Quindi quante sarebbero le emissioni provocate da Snam?

Nel primo rapporto del dicembre 2020, Hiding in Plain Sight: European Gas Pipeline Companies’ Greenhaouse Gas Emissions (pdf), si conclude che le emissioni “reali” di Snam siano almeno 286 volte maggiori di quelle dichiarate, come si può vedere dal grafico. E quelle che potremmo definire “occultate” sono in rialzo, mentre quelle “certificate” sono in calo.

Un altro studio di IEEFA, dal titolo “When Net-Zero means Not-Zero” (pdf), spiega poi meglio in cosa consista l’obiettivo “net zero” entro il 2040 di Snam.

Si tratta soprattutto di compensazioni delle emissioni con progetti di “offsetting” che però hanno finora dimostrato la loro debolezza nella riduzione reale della CO2 e riguarderanno peraltro solo una piccola frazione delle emissioni dell’azienda.

Secondo lo studio, citato dal report ReCommon, fra il 2017 e il 2019, le emissioni derivate dall’utilizzo finale del gas trasportato da Snam, che l’azienda non include nel suo computo delle emissioni, ammonterebbero cioè a 70 volte quelle ufficialmente dichiarate (e non vi sono nemmeno incluse le emissioni fuggitive).

Ma in prospettiva, alla luce dei suoi piani di sviluppo futuri (metanizzazione in Sardegna, TAP, Corridoio Meridionale del Gas), la Snam potrebbe diventare, si legge nel report di ReCommon, “una delle utility più inquinanti d’Europa”.

Cambiare il modello energetico secondo quanto indicato dalla Snam, si spiega nel report, significa bloccare la “giusta transizione” che in tanti chiedono e che dovrebbe puntare ad equità, decentralizzazione della produzione energetica e fonti rinnovabili.

Dietro “una solida strategia di comunicazione e una narrazione tutta di frasi ad effetto”, orientata molto al green, dicono da ReCommon, ci sono essenzialmente progetti di nuovi gasdotti e terminali LNG, premessa di ulteriori impatti sull’ambiente e sul clima.

Non è corretto dire che le rinnovabili potranno e dovranno fare la loro strada e trovare la loro competitività a prescindere dalla spinta data a questa strategia “pro gas fossile”, perché come diceva Hermann Scheer oltre un decennio fa e ribadisce il documento dell’organizzazione, ogni euro destinato alle fonti fossili sarà rubato alla vera transizione energetica, perché ne ritarderà con gravi rischi la sua realizzazione.

Il report ReCommon (pdf)

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