Come stanno facendo scrivere la storia dell’idrogeno all’industria del gas

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Un duro atto di accusa di ReCommon alle politiche europee e nazionali che rischiano di avallare il "bluff dell'idrogeno", fatto nella quasi totalità con fonti fossili. Il ruolo delle multinazionali europee del gas, inclusa Snam.

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Una vignetta raccconta spesso molto più di tante parole. Ad esempio, di come spesso si pensa nei consigli di amministrazione delle grandi corporation del settore dei fossili sul tema della transizione energetica.

Un relatore spiega ai suoi colleghi plaudenti: “Se il clima sta cambiando non vuol dire che il nostro business dovrà fare lo stesso!”.

La questione qui è quella della macchina dell’idrogeno che sta marciando a pieno regime e sta diventando la foglia di fico del comparto dell’energia fossile e soprattutto di quello del gas.

Un piccolo cartello, ma agguerritissimo, di grandi aziende energetiche sta promuovendo in tutti i consessi europei e presso i governi nazionali, con i notevoli budget del Recovery Fund alle porte, l’idrogeno tout court, senza fare troppa differenza tra idrogeno verde o grigio o blu, promuovendo tecnologie non collaudate, che finora si sono dimostrate per niente competitive economicamente, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS).

Oppure si celano dietro al marchio dell’idrogeno verde, quello fatto con l’elettrolisi da fonti rinnovabili, non ricordando a tutti però che non potrà essere prodotto nelle quantità richieste.

Come ha raccontato un recente report di ReCommon dal titolo “La montatura dell’idrogeno. La favola dell’industria del gas o racconto dell’orrore sul clima” (allegato in basso), sotto la spinta di circa 60 milioni di euro di investimenti annuali per le azioni di lobby, l’industria del gas fossile in meno di un anno (da dicembre 2019 a settembre 2020) si è seduta ben 163 volte ai tavoli dei decision makers della Ue (fatto inusuale per altri comparti economici).

Il rischio, come dice anche il sottotitolo del report, è che la Commissione Ue stia permettendo all’industria del gas di scrivere la storia dell’idrogeno in Europa.

Lo si può vedere anche dalla Strategia europea sull’idrogeno della Commissione del luglio scorso, così somigliante alle richieste della lobby Hydrogen Europe, in termini di obiettivi e investimenti nella direzione dell’idrogeno. Tanto per dare delle cifre la previsione dei costi per l’industria ammonterebbe a 430 miliardi di euro fino al 2030.

Una denuncia di ReCommon è che la Commissione Europea ha deciso di mettere l’industria del gas alla guida di molti nuovi organismi che sono dedicati sull’idrogeno, come la “Clean Hydrogen Alliance”, incaricata di redigere una lista di progetti sull’idrogeno che possono avere accesso a fondi pubblici. Ed è questo, secondo l’organizzazione, un evidente conflitto di interessi.

Con l’approvazione di molti Stati europei l’idrogeno diventerà il passepartout per rivitalizzare progetti infrastrutturali sovradimensionati, controversi, antieconomici e riempire tubi che da alcuni anni sono sempre meno pieni.

La partita infrastrutturale sarà probabilmente un pozzo senza fondo, visto che oggi i gasdotti sono pressoché inadatti a far passare idrogeno e richiederanno notevoli investimenti per adeguare le strutture esistenti e farne di nuove.

Il documento è un forte atto d’accusa sulle posizioni della Commissioni europea che sta appoggiando politicamente, ma soprattutto a livello economico e normativo uno sviluppo che, così come concepito, viene considerato “un bluff”.

Cosa vorrebbe l’industria del gas fossile? Secondo il documento di ReCommon tenerci ancorati alla sua dipendenza, all’uso di questo combustibile inquinante, potendo però miscelarlo con un piccolo volume di idrogeno (non oltre il 5%) per dare così una mano di greenwashing alla sua attività.

Come abbiamo scritto più volte anche su questo sito, oggi l’idrogeno pulito, quello prodotto da elettricità rinnovabile è meno dello 0,1% dell’idrogeno prodotto in Europa.

Pertanto, la strada dell’idrogeno sarà necessariamente quella di un vettore ricavato da combustibili fossili, con il conseguente impatto sul clima.

A sovradimensionare la portata di questa “desiderabile economia all’idrogeno” ci sono molte multinazionali del gas. Tra queste, molto attiva anche sul fronte delle azioni di lobbying, l’italiana Snam, che tramite il suo Ad, Marco Alverà, ha più volte ribadito la necessità una strategia dell’idrogeno a “tecnologia neutrale”, chiedendo alla Commissione di non discriminare le alternative tecnologiche. Quindi non c’è alcuna preferenza tra l’idrogeno verde o quello blu.

Sul ruolo di Snam e al suo peso politico uscirà domani, 21 aprile, un report dal titolo “L’ingiusta transizione. Come Snam sta svendendo il nostro futuro”, che oggi alle 17,30 verrà anticipato da un’intervista ad Elena Gerebizza e Filippo Taglieri, campaigner energia di ReCommon.

I temi legati a Snam sono diversi: oltre che di idrogeno si parlerà delle nuove impattanti infrastrutture per il trasporto e lo stoccaggio di gas, tra Puglia e Sardegna, e di come una delle più grandi multinazionali italiane rischia di essere nei fatti un ostacolo alla vera transizione energetica del paese.

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