L’Europa spinge sulla CCS, ma i numeri sono scarsi e fragili

La capacità di iniezione di CO2 autorizzata o in convalida tocca 19 milioni di tonnellate/anno. Il target 2030 sarebbe di 50 milioni. Restano costi, ritardi e diversi limiti sistemici.

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La nuova fotografia europea sulla cattura e stoccaggio della CO2 mostra una tecnologia ancora immatura come soluzione di decarbonizzazione industriale su larga scala.

Mostra anche quanto sia grande lo sforzo regolatorio, finanziario e infrastrutturale necessario per portare una tecnologia fragile a una scala minima di utilizzo.

Tuttavia, il primo rapporto della Commissione europea sullo stato di avanzamento della capacità di iniezione di CO2 nell’Unione registra i progressi fatti finora: tre siti autorizzati, sette progetti con domanda di autorizzazione e una capacità potenziale complessiva superiore a 19 milioni di tonnellate all’anno.

Il traguardo fissato dal regolamento sull’industria a zero emissioni nette è però di almeno 50 milioni di tonnellate annue entro il 2030.

La cattura e stoccaggio del carbonio (Carbon Capture and Storage o CCS) richiede siti geologici adatti, autorizzazioni complesse, reti di trasporto della CO2 ancora quasi inesistenti, contratti industriali altrettanto rari, fondi pubblici e dati geologici accessibili. Sono tutti anelli deboli della catena, ognuno dei quali può trasformare una capacità teoricamente possibile in un’infrastruttura poco o per nulla utilizzabile nella realtà.

Il divario tra obiettivo e realtà

A marzo 2026, nell’Unione europea risultavano autorizzati i siti di stoccaggio di Nini West in Danimarca, Prinos in Grecia e il progetto Porthos in Olanda. Insieme, secondo la Commissione europea, arrivano a 3,54 milioni di tonnellate annue di capacità di iniezione.

Fra i sette progetti che hanno presentato domanda di autorizzazione, ci sono Nini Main e East in Danimarca, Ravenna in Italia e cinque siti in Olanda. La loro capacità stimata è di 15,6 milioni di tonnellate annue. Sommando siti autorizzati e in autorizzazione, si arriva così a poco più di 19 milioni di tonnellate l’anno.

Il dato, riguardante appunto anche progetti non ancora del tutto autorizzati, resta pari a solamente il 38% del target europeo da 50 milioni di tonnellate annue. Mancano circa 31 milioni di tonnellate annue di capacità di iniezione per raggiungere l’obiettivo 2030.

Il progetto di Ravenna, sviluppato da Eni e Snam, ha già avviato una fase pilota da circa 25.000 tonnellate annue di CO2 e punta alla fase commerciale entro la fine del decennio. La capacità di iniezione stimata nel rapporto Ue (link in basso) è di 3,85 milioni di tonnellate l’anno.

Una filiera concentrata in pochi Paesi

La distribuzione geografica della capacità prevista è un altro limite strutturale. Secondo le relazioni nazionali aggiornate a fine 2024, la capacità di iniezione dei progetti di stoccaggio nell’Ue potrebbe arrivare a 33,12 milioni di tonnellate annue entro il 2030. Ma la quota principale si concentra in Danimarca e Paesi Bassi.

La Danimarca pesa per 11,5 milioni di tonnellate annue e l’Olanda per 10 milioni. Seguono Italia con 4 milioni, Grecia con 3 milioni e Spagna con 2 milioni. Gli altri contributi nazionali indicati nel rapporto sono inferiori a 1 milione di tonnellate annue per ciascun Paese.

La disponibilità fisica di stoccaggio non coincide con la possibilità di usarla per decarbonizzare cementifici, acciaierie, impianti chimici o raffinerie sparse nel continente. La CO2 catturata dovrebbe cioè essere trasportata fino ai siti autorizzati. Là dove mancano reti dedicate, terminali, navi, condotte o accordi transfrontalieri, la capacità geologica resta solo un dato potenziale, almeno al momento.

La Commissione riconosce implicitamente questo problema quando lega l’obiettivo di stoccaggio alla costruzione di infrastrutture di trasporto. La CCS non è una tecnologia modulare, installabile impianto per impianto come un intervento di efficienza energetica.

Un cementificio o un’acciaieria possono catturare CO2 solo se esistono già una rete di trasporto, un sito geologico autorizzato, contratti di stoccaggio e regole chiare sulla responsabilità nel lungo periodo. Senza questa infrastruttura comune, la cattura resta un’operazione monca: la CO2 può essere separata dai processi industriali, ma non ha ancora una destinazione sicura, accessibile e permanente.

Domanda industriale e offerta non coincidono

I piani nazionali per l’energia e il clima indicano che entro il 2030 nell’Ue potrebbero essere catturati 35 milioni di tonnellate di CO2 l’anno ai fini dello stoccaggio permanente.

La capacità di iniezione indicata dagli stessi piani è invece di 27,1 milioni di tonnellate annue. Già questa differenza segnala uno squilibrio fra CO2 che si vorrebbe catturare e spazio operativo per stoccarla, come mostra l’illustrazione, tratta dal rapporto ed espressa in milioni di tonnellate.

I progetti di cattura già finanziati dall’Ue avrebbero bisogno di 25,3 milioni di tonnellate annue di capacità di iniezione. A questi si aggiunge una domanda latente molto più ampia: dal 2020 oltre 100 progetti di cattura nello Spazio economico europeo hanno chiesto fondi senza ottenerli. Non è detto che saranno realizzati, ma se lo fossero richiederebbero oltre 80 milioni di tonnellate annue di capacità di stoccaggio.

Questi numeri indicano che, se molti settori industriali iniziassero davvero a catturare CO2, la capacità di stoccaggio e trasporto potrebbe diventare rapidamente un collo di bottiglia. La Commissione scrive infatti che “lo sviluppo di progetti di stoccaggio di CO2 nell’Ue deve accelerare”.

Il ruolo ambiguo dei produttori fossili

Il regolamento europeo assegna un ruolo centrale ai produttori autorizzati di petrolio e gas. Sono 44 i soggetti obbligati a contribuire al target europeo, in proporzione alla loro quota di produzione di petrolio greggio e gas naturale nell’Unione tra il 2020 e il 2023.

Le società petrolifere e del gas dispongono già di dati geologici, competenze di perforazione, esperienza sui giacimenti e infrastrutture offshore. Sono quindi gli attori industriali più vicini, tecnicamente, almeno sulla carta, alla realizzazione dei siti di stoccaggio.

Il problema è che la CCS è molto più conveniente come promessa politica che come investimento reale. Finché resta un’opzione futura, può servire a rendere più accettabile la prosecuzione dell’estrazione di gas e petrolio.

Quando deve diventare un’infrastruttura operativa, però, emergono costi elevati, rischi autorizzativi, responsabilità di lungo periodo, incertezza sui ricavi e necessità di contratti solidi con gli emettitori industriali. In assenza di obblighi stringenti, il settore fossile può quindi avere interesse a sostenere pubblicamente la CCS, ma non necessariamente a svilupparla alla velocità e alla scala necessarie per renderla davvero decisiva.

Secondo i piani presentati nel 2025, tutti i 44 produttori obbligati hanno trasmesso alla Commissione le proprie strategie, ma le hanno considerate riservate. Solo 16 hanno confermato un contributo quantitativo alla capacità annua di iniezione da mettere sul mercato entro il 2030.

Nessuno ha confermato il proprio contributo in termini di capacità totale di stoccaggio. Solo 25 hanno indicato mezzi e tappe principali per raggiungere il volume previsto. Se questa dovesse essere la filiera-guida del comparto, non è certo un buon segnale per la CCS. È il segnale di una filiera ancora sospesa tra un uso propagandistico della promessa e assunzione effettiva di responsabilità e degli investimenti necessari.

Il precedente globale non invita all’ottimismo

Il contesto internazionale rafforza lo scetticismo attorno a questa tecnologia. La CCS continua a crescere nei piani industriali e nelle strategie pubbliche, ma resta molto piccola rispetto alla scala delle emissioni globali e ha spesso prestazioni inferiori alle promesse.

Il caso Gorgon, in Australia, è l’esempio più istruttivo. Secondo gli ultimi dati forniti da Chevron agli analisti e rielaborati dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), centro studi indipendente su energia e finanza, l’impianto Gorgon CCS nel 2024-25 ha catturato e stoccato circa 1,33 milioni di tonnellate di CO2, a fronte di una capacità nominale di 4 milioni (CCS in stallo globale: il caso Gorgon e i limiti strutturali della tecnologia).

In altre parole, la capacità nominale non coincide necessariamente con la CO2 effettivamente stoccata. Il target Ue da 50 milioni di tonnellate annue, ammesso che venga raggiunto, misurerebbe la capacità di iniezione sulla carta, non l’efficacia climatica complessiva effettiva della CCS.

Per valutarla davvero bisogna capire quali emissioni vengono realmente catturate, quali alternative esistono, quanti fondi pubblici sono necessari e se la tecnologia evita emissioni difficili da abbattere o prolunga attività fossili sostituibili.

Una tecnologia da usare poco e bene

Una ricerca pubblicata su Nature nel 2025 aggiunge un’altra dimensione critica. Il gruppo di studio guidato da ricercatori legati, tra gli altri, a International Institute for Applied Systems Analysis, Imperial College London e University of Maryland stima un limite prudenziale globale di circa 1.460 miliardi di tonnellate di CO2 stoccabile in modo geologico. Secondo lo studio, usare interamente questo potenziale per rimuovere CO2 dall’atmosfera ridurrebbe la temperatura globale al massimo di circa 0,7 °C.

Lo stoccaggio geologico non dovrebbe cioè essere trattato come una discarica illimitata nella quale depositare emissioni evitabili. Ogni tonnellata stoccata per compensare l’uso corrente di combustibili fossili riduce lo spazio disponibile per emissioni industriali davvero difficili da abbattere o per future rimozioni nette di CO2.

La CCS europea si sta inoltre sviluppando con un sostegno pubblico significativo. A marzo 2026 il Fondo per l’innovazione sosteneva 60 progetti di cattura, trasporto, stoccaggio o utilizzo della CO2 con circa 6,65 miliardi di euro di sovvenzioni (La Ccs senza sussidi non è sostenibile: servono fino a 3 mld l’anno).

Quanto detto non vuole escludere a priori ogni singolo uso della CCS. Vuol dire invece restringere il perimetro della sua applicazione. La cattura e stoccaggio della CO2 può avere un ruolo in processi industriali dove le emissioni sono realmente molto difficili da eliminare, dove la CO2 è concentrata, lo stoccaggio è vicino e gli obblighi di monitoraggio sono stringenti.

Questo è molto diverso dal racconto della CCS come soluzione generale per compensare nuove produzioni fossili o rendere compatibili con la neutralità climatica attività che possono essere sostituite da elettrificazione, efficienza, rinnovabili e riduzione dei consumi energetici.

La CCS non fallisce perché è tecnicamente impossibile, anche perché è da decenni che in situazioni circoscritte si cattura la CO2. È destinata però a fallire quando viene caricata di aspettative sproporzionate rispetto ai suoi risultati reali.

Il rapporto europeo mostra che si sta provando a costruire una filiera della CO2. La questione centrale è se questa filiera servirà davvero a ridurre le emissioni più difficili da abbattere, o se partorirà invece un’infrastruttura costosa per rimandare scelte di decarbonizzazione più dirette, più rapide e già disponibili.

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